Riguardo a due formule liturgiche cattoliche

Sulla nuova formula del Padre Nostro.

 “…Et ne nos inducas in tentationem” è il testo latino della Vulgata di San Girolamo, che traduce letteralmente il testo greco del Padre Nostro: “καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν”. Fiumi di parole sono stati ormai spesi sulla controversa nuova versione recitata nelle chiese che in italiano, stravolgendo il testo sacro, suona così: “…e non abbandonarci alla tentazione”, mentre fino a ieri traduceva correttamente “…e non indurci in tentazione”.

La Chiesa cattolica prosegue nella strada di una progressiva laicizzazione dei riti e della dottrina, per renderli più accettabili ad una società sempre più laica e materialista, incapace di comprendere il sacro.

Non abbandonarci alla tentazione”, si invoca oggi, perché Dio non può tentare, è il Maligno che tenta; Dio al più sta a guardare.

Eppure tutta la Bibbia è piena di riferimenti al fatto che è proprio Dio che induce in tentazione per provare i suoi figli, per temprarli spiritualmente e renderli degni della loro stirpe divina. Del resto non è stato proprio il Verbo ad accettare la volontà del Padre e la sofferenza della croce? Riusciamo oggi ad accettare che il martirio inumano di Cristo fosse la volontà del Padre? Evidentemente no. Così quel “non indurci” non appare più politicamente corretto e la Chiesa si inchina alle richieste del laicismo.

Ma il Bene e il Male sono entrambi racchiusi nella struttura dell’universo e della vita, che emana da quella Eterna Intelligenza Creatrice che chiamiamo convenzionalmente Dio. E questo è un grande mistero che va sottaciuto e nascosto per non turbare anime poco inclini alla spiritualità.

Sulla formula prima dell’Eucaristia.

Quando ci accostiamo all’Eucaristia oggi recitiamo la formula: “Signore, non sono degno di partecipare alla Tua mensa, ma di’ soltanto una parola ed io sarò salvato/a”. Parole queste che mettono l’accento sulla dimensione comunitaria ma accantonano il mistero della Transustanziazione, cioè di una Presenza potente e reale che si imprime nella materia lieve e sottile dell’ostia.

Così la partecipazione a quella mensa diventa simile a quella di una laica cena sociale o, se si vuole sottolinearne la ritualità, a quella di un’agape massonica.

Così non mi meraviglia quanto anni fa in un sermone ascoltai chiedere da un sacerdote: “Cosa è l’Eucaristia?” e rispondere lui stesso alla domanda che riteneva retorica: “Il simbolo della comunità ecclesiale”.

Simbolo?

E la Presenza?

Mi domando quanti di quei sacerdoti, giovani e meno giovani, che sembrano ritenere la propria missione affine a quella degli assistenti sociali, credano realmente nella sacralità del proprio ruolo ed in ciò che nella Messa stanno consacrando. In tanti atteggiamenti frettolosi di fronte all’ostia ed al calice innalzati vedo una scettica abitudine, non una genuflessione autentica di fronte alla terribilità di quella Presenza.

A volte penso che questi sacerdoti avrebbero oggi bisogno di un nuovo miracolo eucaristico, per far loro toccar con mano il mistero. Poi mi rendo conto che probabilmente sarebbe inutile, perché si affetterebbero a nascondere l’ostia sanguinante in un polveroso armadio di sacrestia, per non offendere la sensibilità ottusa e cieca della società odierna, che non sa accettare ciò che non comprende. Cosa che in effetti mi hanno detto essere realmente avvenuta nella nostra terra di Toscana.

La Chiesa conciliare ha sostituito la formula potente che si recitava prima dell’Eucaristia, con la triste banalità di quel: “Signore non sono degno di partecipare alla Tua mensa…”, mentre per secoli la Chiesa sposa di Cristo proclamava un ben diverso ed evangelico: “Domine non sum dignus ut entris sub tectum meum, sed tantum, dic verbum et sanabitur anima mea”, “Signore non sono degno che Tu entri nella mia dimora, ma di’ soltanto una parola e l’anima mia sarà guarita”.

Si racchiudeva in quelle parole sacre la consapevolezza del mistero, dell’indegnità di introdurne la Presenza nella nostra casa, nel nostro personale Tabernacolo, là dove si cela la Sua immagine, l’anima, malata dal peso di quell’egoismo che è connaturato alla materia, come incomprimibile impulso ad una effimera sopravvivenza. Una Presenza che, come il sole, giunge dall’oriente, risvegliando e risanando dalla materialità quella Somiglianza che è il nostro vero essere. Il nostro corpo, casa dell’anima, diviene così un tempio nel quale tutto l’universo si racchiude, perché plasmato della stessa sostanza di quel primo Tempio che è il cosmo stesso, vibrante della Sua Parola.

Sed tantum dic verbum…”: “Pronuncia solo una parola, Signore, e sarò salvato…”

Quale è questa parola se non il nostro stesso nome, nella cui misteriosa intima sacralità si racchiude la nostra essenza, la nostra stessa anima. Pronuncia il mio nome, Signore, e l’anima si congiungerà con il Tuo Nome ed il Tu che è in me sarà riunito a Te.

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