Il Priorato del Tempio Gerosolimitano di Michael

Con amarezza e dolore, non con sentenza definitiva, ma con provvedimento apostolico, noi, con l’approvazione del santo concilio, sopprimiamo l’ordine dei Templari, la sua regola, il suo abito e il suo nome, con decreto assoluto, perenne, proibendolo per sempre, e vietando severamente che qualcuno, in seguito, entri in esso, ne assuma l’abito, lo porti, e intenda comportarsi da Templare. Se poi qualcuno facesse diversamente, incorra la sentenza di scomunica ipso facto”.

Così papa Clemente V nel 1312 sopprimeva l’Ordine del Tempio. Riesumare e riproporre l’ordine dei Templari implicava dunque, per la Chiesa, incorrere automaticamente nella scomunica. Non mi risulta che fino ad oggi quella scomunica sia stata tolta.

Credo dunque sia opportuno fare una breve riflessione sul significato dell’ispirazione templare del Priorato del Tempio Gerosolimitano di Michael. Noi non siamo infatti una delle tante espressioni del neotemplarismo contemporaneo. Sappiamo che tanti sono i gruppi i quali, ormai dal secolo dei Lumi, pretendono di riproporre la cavalleria templare come luogo di suggestioni discutibili, spesso di vana ricerca esoterica, spesso in funzione anticattolica.

No, noi non siamo tutto questo. La genuina tradizione templare non è quella di un presunto spirito di vendetta, ma quella della fedeltà alla Chiesa, della quale i cavalieri bianco vestiti furono il braccio armato ed i forti custodi. E fu proprio questa loro fedeltà a decretarne la fine, sacrificati ad una ragion di stato ancor oggi difficilmente giustificabile.

E’ per questo che la nostra Fraternità, che si ispira idealmente alla tradizione templare, non porta sul mantello bianco la croce rossa templare, la croce patente i cui bracci si allargano alle estremità. Noi indossiamo la croce patriarcale a doppia traversa, una croce il cui braccio corto superiore rappresenta il “titulus crucis”, cioè l’iscrizione che Pilato fece apporre sopra la testa reclinata di Cristo. E’ questa la croce che si ritiene il simbolo più fedele di quella che portò Nostro Signore.

La croce patriarcale sul mantello indica dunque la volontà di mantenere la nostra ispirazione templare nell’alveo della fedeltà alla Chiesa di Roma e nello stesso tempo un ritorno all’origine stessa della cavalleria del Tempio. Su indicazione del Patriarca di Gerusalemme, i primi cavalieri si associarono infatti, forse come oblati, ai canonici del Santo Sepolcro assumendone la regola agostiniana. Questo avvenne nel 1119, una data in cui si racchiude simbolicamente il mistero di un Dio triunitario e della sua potenza. Solo in seguito al Concilio di Troyes del 1128, nono anno dalla fondazione dell’Ordine, i cavalieri ebbero una regola propria, ispirata probabilmente da San Bernardo di Clairvaux. Ancora più tardi fu loro consentito fregiarsi della croce rossa su mantello bianco quando, si era verso il 1142, papa Eugenio III proclamò la seconda crociata per la liberazione di Edessa.

Il nostro riferimento al Tempio è dunque ideale, senza alcuna volontà di ricostituire o pretendere di ricollegarsi all’ordine soppresso. Il nostro Tempio è spirituale, quello stesso di cui ebbero la visione il profeta Ezechiele e l’apostolo Giovanni, nel quale si ricapitolano l’Alfa e l’Omega del tempo e della storia.

Quel Tempio fu fonte di ispirazione per i cavalieri Templari, che Wolfram von Eschembach nel suo Parsival indicò come i custodi del Graal. Questo Graal anche noi vogliamo custodire. Di questo si nutre la nostra tradizione, che segue tre strade: la strada della Sapienza, la strada della tolleranza, la strada della difesa dei valori cristiani.

Noi cerchiamo la conoscenza, non come vuota immersione in un futile esoterismo, ma come ricerca dentro noi stessi di quella fonte dell’Essere che gli antichi chiamarono Graal. Una ricerca nel labirinto della mistica e dei simboli, nella quale ci è guida la Nostra Signora, la Vergine madre di Cristo, e nella quale ci è difesa San Michele, l’arcangelo della cavalleria spirituale a cui è intitolato il nostro Priorato, la cui protezione invochiamo in ogni nostro capitolo. L’accesso alla scala di Giacobbe, che conduce alla dimensione celeste nel profondo di noi stessi, è infatti irto di pericoli e difficoltà e grande è il rischio di perdersi per vanità e superbia. Lo sapevano i Templari, custodi della ricerca mistica dei loro oblati, i fedeli dell’amore celeste.

Noi pratichiamo la tolleranza ed il dialogo fra le religioni, in particolare fra quelle che trovano linfa nella sacralità di un Libro: i cristiani, gli ebrei ed i musulmani. Questo dialogo portarono avanti i cavalieri del Tempio, perché la Terra Santa non fu solo terra di scontri e di battaglie, ma soprattutto luogo di incontro, di dialogo, di scambio fra culture e religioni. Islamici e Cristiani impararono a rispettarsi ed i Templari furono spesso guardati con sospetto per i loro rapporti con l’Islam. La setta degli Ismailiti, gli Assassini, pagava loro tributi; è noto che l’emiro Usama di Shaizar definì i Templari suoi amici e raccontò come questi lo difendessero dalle angherie dei Franchi giunti da Occidente. Ma i Templari accolsero con discrezione sotto la loro protezione anche eretici catari, nei momenti bui delle stragi della Provenza. Il nostro dialogo abbraccia dunque tutte le confessioni cristiane, tutte le religioni e si estende con affetto all’ateo, all’agnostico, al massone, della cui ricerca filosofica rispettiamo la libertà di pensiero.

La ricerca del dialogo non impedì tuttavia che i Templari avessero come primo obiettivo quello della difesa dei pellegrini e dei cristiani in Terra Santa. Così anche noi abbiamo come impegno prioritario la difesa dei cristiani, sempre più oggetto di persecuzione in tante parti del mondo, e la custodia di quei valori che sono alla base della nostra civiltà occidentale. La nostra spada è la parola, la nostra lancia è la scrittura, il nostro cavallo è la fede. Queste sono le armi affilate con cui dobbiamo lanciarci nella battaglia, con il coraggio dei cavalieri nostri precedessori: senza conoscere la resa né arretrare, uno contro dieci, dieci contro cento, cento contro mille. Il nostro vessillo, nel quale la croce rossa congiunge misteriosamente gli opposti campi del bianco e del nero, del bene e del male, resta oggi levato come novecento anni orsono. Il coraggio che deve animarci è quello stesso dei 56 cavalieri che nel 1310 affrontarono il rogo del re di Francia, gridando fra le fiamme la purezza del loro ordine. Essi suscitarono l’ammirazione e lo stupore di chi assistette al supplizio e le parole commosse di Giovanni Boccaccio: “Può veramente uno solo che s’ostini, vittoriosamente durare nella sua ostinazione; ma vedere cinquantasei uomini, non tutti d’un paese, non di costumi conformi, non dotti e ammaestrati, non accordati insieme, non avvisati, non posti in una stessa prigione, né in altro eguali eccetto che nella professione, essere stati tanto costanti e stabili, che per forza di tormenti o per terrore dell’imminente morte mai l’uno dall’altro fu differente, è stata così incredibile cosa, che difficilmente si può credere alle parole. Ma non è dubbio che la verità sola fece quelli d’un istesso animo… O inclita virtù…imparate con i suoi ammonimenti a farvi forti e costanti, a sdegnarvi della femminil leggerezza, affinché, se v’avvenisse mai l’occasione, non sia la fermezza del vostro cuore differente dalla fortissima schiera dei Templari”.

 

 

 

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