I flagelli dell’Egitto

“Il Signore disse a Mosè: Ecco, Io ti ho costituito in luogo di Dio per Faraone; Aronne tuo fratello sarà tuo profeta; tu dirai a lui tutto quello che ti comanderò, ed Aronne, tuo fratello, parlerà a Faraone, perché lasci partire dal suo territorio i figli di Israele” (Es,7,1-2)

Per dieci volte il Signore inviò flagelli sull’Egitto, per convincere Faraone a lasciar partire Israele. Simbolicamente si tratta in realtà di “segni”, attraverso i quali si ri-vela il mistero di Dio.
Il numero dieci ha per gli ebrei un grande significato, perché rappresenta i modi in cui Iddio si manifesta, le sue emanazioni che i cabbalisti chiamano sephirot. Anche quando dettò la Legge, Egli parlò dieci volte.
Secondo i mistici ebrei la manifestazione, cioè la sephirà, più vicina all’uomo è la Presenza nel Tabernacolo, vale a dire nel Cosmo, che è il primo tempio, non costruito da mani umane, immagine e prototipo di ogni edificio sacro. Il segno per Faraone, che corrispose alla Presenza, fu la trasformazione dell’acqua in sangue, cioè dell’elemento che trasporta la vita materiale, in quello che trasporta la vita spirituale. Per gli antichi infatti lo spirito vitale scorre nel sangue.
Giovanni, nel suo Evangelo, racconta che un segno analogo caratterizzò anche la prima manifestazione di Gesù: l’acqua trasformata in vino durante le nozze a Cana (Gv.2). Vino e sangue sono simili, contraddistinti entrambi dal colore simbolico dello spirito.
Giovanni introduce lo stesso simbolo anche al termine dell’agonia di Cristo, dal cui costato aperto sgorgarono acqua e sangue (Gv.19,34).
I flagelli dal secondo all’ottavo sono tutti riferiti a manifestazioni nella realtà materiale, ma il nono e il decimo ci riconducono ancora ai misteri dello Spirito. Sembra riproporsi la suddivisione in tre e sette dell’albero delle sephirot: sette legate al mondo inferiore, tre legate a quello superiore.
Il simbolismo appare affine anche a quello dell’ermetismo alchemico, dove l’elisir presenta due aspetti, uno bianco e uno rosso, che secondo gli alchimisti persiani vanno proiettati rispettivamente tre volte e sei volte, per un totale di nove. Il primo rigenera la materia, il secondo la trasmuta in spirito.
Il nono flagello, cioè la tenebra, corrisponde alla manifestazione della Sapienza (la sephirà Hochmah). La Conoscenza di Dio può emergere solo dalla tenebra, che rende gli occhi ciechi alla visione delle cose materiali. Solo allora il cuore potrà aprirsi alla visione della realtà celeste, che come luce irromperà illuminando la notte.
Il decimo flagello infine, il sacrificio dei primogeniti, come non accostarlo a quello che Abramo fu chiamato ad offrire sul monte Moriah? Fu il sacrificio più alto, quello di Isacco, in cui si figurò quello del Primogenito di Dio.
E’ questo il modo più alto della manifestazione divina, che gli ebrei chiamano Keter,la Corona, perché rappresenta la Maestà. Nel sacrificio della Croce, l’albero della vita tocca il cielo e lo unisce alla terra, Iddio si manifesta come Re, Signore del tempo e della vita.
Faraone non seppe riconoscere i segni di Dio.
Ciascuno di noi è Faraone, cieco ai segni che ogni giorno riceviamo. Allo stesso tempo nel profondo di ognuno dimora Israele: si tratta dello spirito nascosto nel cuore che attende di essere liberato, per raggiungere la terra che gli è destinata, fatta di una materia spirituale.
Come Faraone ci aggrappiamo alle nostre certezze, alle ambizioni, alle cose che possediamo e soprattutto a quelle che desideriamo e non scorgiamo i segni che ci invitano a lasciarle, perché il nostro Israele interiore sia finalmente libero. Libero e forte.

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