La cultura del non costruire

Ho trovato, e mi piace riportarlo, un articolo di Luigi Prestinenza Puglisi, architetto e critico di architettura, che si muove contro corrente rispetto al panorama piatto e stereotipato dell’attuale dibattito architettonico. L’articolo è molto più lungo e mi limito a citare la parte finale, relativa alla cultura del non costruire o, per dirla col sindaco di Firenze Matteo Renzi, dei “volumi zero”. Ecco qui di seguito il brano che mi ha fatto riflettere.

La cultura del non costruire si basa su cinque assunti, cinque idola tribus, apparentemente razionali e ragionevoli ma in realtà poco sensati. Il primo è: c’e’ troppo costruito. Il secondo: la densificazione crea caos e disordine. Il terzo: il verde e’ una risorsa preziosa. Il quarto: il nuovo propone spazi invivibili. Il quinto: anche quando i nuovi spazi sono vissuti, distruggono l’identità dei luoghi. Vediamo di confutarli.
A chi afferma che c’ e’ troppo costruito e che in città come Roma un settimo degli appartamenti e’ sfitto, viene da rispondere che se ce ne fosse veramente troppo non ci sarebbe mercato e quindi non ci sarebbe richiesta edilizia. Mentre invece c’e’ ed sostenuta, come testimoniano i prezzi troppo alti. Mentre un aumento dell’offerta di spazi calmiererebbe il mercato. Inoltre risulta che in Italia ci sono 36,3 mq. di abitazione pro capite, meno dei 62,7 del Lussemburgo, dei 43,6 della Svezia, dei 41,3 dell’Olanda, dei 36,6 della Francia. Mentre i mq. di territorio pro capite sono 5054, quasi il doppio dell’Olanda e del Belgio. Ovviamente questi dati non vogliono dire che occorra costruire senza regole. Ma indicare che, a condizione che si punti alla qualità, e’ possibile pensare a nuove costruzioni. Soprattutto se queste sostituiscono quelle  esistenti, spesso di pessima qualità che oggi si ritrovano in quasi tutte le aree semiperiferiche, periferiche e metropolitane.

La seconda obiezione -che la densificazione crei caos e disordine- appare smentita dalle grandi realtà metropolitane. Manhattan, per esempio, e’ una città densa ma molto meno caotica di Los Angeles o della periferia di Napoli. Bisogna cominciare a pensare anzi che gli standard urbanistici nati dalla Legge Ponte sono uno strumento utile ma antiquato che non tiene conto che il verde può stare in quota, i servizi pubblici all’interno degli edifici con altre destinazioni, i parcheggi pubblici sostituiti da quelli privati combinati con un buon trasporto pubblico su ferro. Siamo tutti d’accordo, poi, che il verde sia una risorsa preziosa. Ma si dovrebbe anche pensare che oggi non ha più senso teorizzare la separazione tra città e campagna. Stiamo andando infatti verso la città territorio dove costruito e non costruito convivono in modalità nuove. E ciò, come hanno dimostrato gli olandesi, non vuol dire certo un abbandono della coscienza ecologica. Ma solo la consapevolezza che il verde e’ un materiale da costruzione, forse il più prezioso, ma come tanti altri.

Che il nuovo costruito sia invivibile  – e siamo al quarto postulato- e’ un preconcetto. Basta andare in giro per le migliori città europee che hanno realizzato in tempi recenti numerosi e qualificati interventi edilizi alla scala urbana quali Barcellona, Rotterdam, Londra, Parigi  per rendersi conto che non e’ vero. E poi occorre considerare che, di regola, i nuovi quartieri per funzionare al meglio hanno bisogno di trenta quaranta anni. Solo in tale lasso di tempo gli abitanti riescono, infatti, ad imporre agli spazi quegli aggiustamenti che li rendono umani e  vitali. Detto tra parentesi, ciò vuol dire che i progetti aperti e flessibili si adattano meglio, mentre quelli rigidi– quali lo Zen a Palermo o il Corviale a Roma- danno una cattiva prova di sé, proprio a causa di quella che da alcuni critici e’ considerata, invece, la prova dell’integrità formale e ideologica dell’opera.

Il quinto punto – l’identità dei luoghi– e’ oggi particolarmente sentito. Ma si confonde l’identità, che e’ un processo che impone continue modificazioni e arricchimenti, con la ricerca dello stereotipo. Per ritornare a un esempio che abbiamo già fatto, il travertino non fa l’identità di Roma così come la pagoda non fa quella di un ristorante cinese. E oggi a costruire l’identità dell’Italia contribuisce, e non può non farlo, la sua dimensione europea e il suo appartenere a uno scenario mondiale.
Non capirlo vuol dire costringerci a vederla come il paese delle pizze, delle piazze, della pasta , dei mandolini e delle gondole. Una prospettiva che direi repellente ma che si legge oramai in trasparenza nella maggior parte dei nostri centri storici sempre più ingessati e mummificati. Si potrà sostenere  che lo vogliono i turisti. Due risposte. Personalmente aborro l’idea di dover fare il centurione per attrarre a Roma visitatori. E poi, i dati dei flussi  turistici mostrano che i paesi che stanno investendo in modernità ci stanno superando anche in questo settore. Segno che si preferisce un’ora di fila in meno in un museo attrezzato ed efficiente a una gita in gondola da cento euro dove, chissà perché, ti cantano anche O sole mio.”

da Luigi Prestinenza Puglisi, apparso su Po.Cit.n.135 maggio 2009

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1 commento su “La cultura del non costruire

  • Sono totalmente d’accordo sulla necessità di costruire ma anche su quella di distruggere molto del mal costruito .
    Il dramma maggiore si è verificato dopo la penultima guerra ( 1939-1945) per limitarmi a Siena senza bisogno di andare nelle tragiche periferie o zone satelliti, magari con firma prestigiosissima, basta guardare la camera di Commercio costruita per risolvere i problemi statici della precedente. La quale era un dignitoso esempio di Liberty in perfetta armonia con il resto della piazza. Si può continuare con l’osceno tribunale recante la firma del Prof:Dr.Architetto Spadolini o il perfido ospedale delle Scotte. Sarebbe necessario creare in territori come le ex provincie delle commissioni, di nomina NON POLITICA ! con possibilità di ordinare l’abbattimento delle “brutture”
    o in alternativa un aumento della tassazione. Naturalmente dette commissioni non dovrebbero nemmeno essere nominate dagli ordini professionali, altrimenti saremmo alle solite. Forze il modo più giusto sarebbe ( anche se molto pericoloso) l’estrazione a sorte ! Comunque al di la delle celie il problema esiste. Non possiamo imbalsamare il territorio. Basterebbe trascorrere una settimana ad Amsterdam e guardare attentamente il costruito degli ultimi vent’anni per capire quello che avrei voluto dire. scusa. giocondo

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