RenzoManetti

L’architettura dei Cistercensi

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L’ordine cistercense nasce come riforma di quello benedettino. Nell’XI secolo si costituiscono infatti vasti movimenti di riforma a carattere eremitico o cenobitico. E’ in questo contesto che nel 1075 san Roberto, lasciando l’istituzione cluniacense, fonda la comunità di Molesme. Insoddisfatto anche di questa, il 21 marzo del 1098 (equinozio di primavera e dunque data con una forte connotazione simbolica) ne costituisce una nuova, a Citeaux, con lo scopo di un ritorno alla povertà evangelica, alla solitudine, al lavoro manuale, alla semplicità di vita ed alla devozione a Maria. E’ l’inizio del movimento cistercense.

In breve tempo le fondazioni cistercensi si diffusero per tutta l’Europa, collocandosi per precisa scelta in luoghi remoti da città e villaggi, lontani dal contatto con gli uomini. L’indicazione del sito non di rado avveniva in seguito ad una visione o ad un sogno dell’abate, come accadde per la stessa Citeaux che il successore di Roberto, Alberico, spostò e ricostruì in un luogo che il Signore gli aveva indicato come più adatto. E’ possibile che in realtà si individuassero, attraverso la sensibilità di persone straordinarie, luoghi dove il magnetismo terrestre emergeva con particolare intensità.

Nel 1113 entrò nella comunità Bernardo, uomo di famiglia nobile e dotato di una personalità così forte che già due anni dopo veniva inviato a fondare un nuovo monastero: Clairvaux. Egli divenne ben presto l’autorità spirituale dell’ordine cistercense ed una delle voci più forti e rispettate della cristianità occidentale.

I monasteri cistercensi, isolati dal mondo, divennero vere cittadelle per comunità autosufficienti che dovevano provvedere direttamente alla propria economia ed all’edificazione degli edifici. Posti in luoghi solitari ma fertili e ricchi di acqua, furono spesso circondati da mura come vere e proprie fortezze dello spirito.

Bernardo impose un’architettura austera, sobria, priva di immagini e di vetrate colorate, contrapponendola alla ricchezza dell’architettura gotica, quale si veniva delineando a Saint Denis, presso Parigi, con l’abate Sugiero. Architettura sobria, dunque, ma non dimessa fu quella cistercense, che anzi si distinse per una luminosa spiritualità. E’ infatti proprio la luce, che si irradia dalle finestre dell’abside o dal rosone della facciata, che costruisce lo spazio della chiesa.

Ancora più semplici ed austere furono le chiese dell’Ordine Templare, i monaci guerrieri che avevano avuto la Regola scritta da Bernardo verso il 1132: semplici aule a navata unica, concluse da un’abside rettangolare. Solo negli edifici sacri più importanti, ma si tratta di eccezioni, i Templari adottarono la pianta centrale, ad immagine dell’Anastasis di Gerusalemme, la rotonda imponente che Costantino aveva fatto costruire sul Sepolcro di Cristo, e forse anche della Cupola della Roccia, l’ottagonale moschea che i musulmani avevano eretto sul luogo del sacrificio di Abramo, lo stesso dal quale Maometto sarebbe asceso al cielo.

I cistercensi progettavano da soli il monastero e la loro sapienza costruttiva era tale che spesso venivano chiamati anche nelle città a fornire la loro opera. A Firenze ad esempio troviamo spesso monaci e frati richiesti dal comune a progettare ponti, fortificazioni ed a far parte di uffici come quello fiorentino degli Ufficiali delle Mura o degli Ufficiali delle Castella.

I monasteri cistercensi seguono una tipologia costante, che si ripete con poche varianti in tutta Europa. La chiesa a tre navate, una centrale e due laterali, si conclude generalmente in un’abside rettangolare. Nella navata principale una netta separazione divide il coro dei monaci da quello dei conversi. Anche nel monastero vige infatti la rigida separazione gerarchica della società feudale, fra i monaci (i signori, gli Herren) ed i conversi (i laici, i Laien). Così conversi e monaci hanno refettori diversi e diversi sono i rispettivi dormitori. La stessa rigida divisione si trova anche nei monasteri templari, fra i cavalieri ed i sergenti.

L’abside della chiesa medievale, e quella cistercense non fa eccezione, è rivolta a oriente, verso il sole nascente. Ma il sole nasce a est solo nell’equinozio, per spostarsi poi fino al sud est col solstizio di inverno ed a nord est con quello estivo. Le chiese medievali hanno dunque un orientamento variabile fra il nord est e il sud est, secondo la simbologia che veniva prescelta, spesso facendolo coincidere con la direzione in cui sorge il sole nel giorno in cui si celebra il santo a cui l’edificio è intitolato. Le chiese più sacre si rivolgono al sud est, al sorgere del sole nel solstizio di inverno, il Natale di Cristo, quando la luce riprende il sopravvento sulle tenebre.

Se la chiesa cistercense è rivolta a est, sul lato meridionale le si addossa il grande chiostro quadrato, all’interno del quale sta un’edicola con la fontana dove i monaci possono lavarsi. L’acqua vi proviene da un pozzo o, attraverso un ingegnoso sistema di condutture, da una vicina sorgente. Dal chiostro si accede ai locali di servizio: la sala capitolare, la cucina, la cantina, i refettori, i dormitori, il parlatorio. Ancora più esterni si trovano i locali di lavoro e le grangie, le fattorie dell’ordine. Le alte mura della chiesa proteggono il chiostro e il monastero dai venti freddi settentrionali.

Sul lato nord della chiesa una porta immette nel cimitero, che si rivolge verso la parte dove il sole mai arriva, verso il freddo e l’ombra. Anche nei battisteri, come quello ottagonale di Firenze, i catecumeni entravano dalla porta nord, dall’oscurità simbolica, per immergersi nella vasca battesimale ed uscirne attraverso la porta orientale (a Firenze per questo chiamata del Paradiso) verso il sole che sorge.

Il chiostro è il centro del monastero. La sua forma, il quadrato, riproduce quella del cosmo. Tutto l’universo infatti appare al monaco regolato dal numero quattro: quattro sono i punti cardinali che orientano lo spazio, quattro gli elementi che compongono la materia (acqua, aria, terra e fuoco), quattro i cicli lunari che determinano nei calendari antichi il tempo, quattro le stagioni. Come scriveva Georges Duby: “Il chiostro si trova collocato all’incrocio ortogonale degli assi dell’universo. Applicato sulla croce dei quattro punti cardinali, diventa come un immenso quadrante dove si imprigionano tutti i ritmi del cosmo. Al suo centro si stabilisce l’uomo, l’unico capace, perché è l’immagine del creatore, di afferrare il processo, le leggi, il fine della creazione”. La casa dei monaci si articola sul chiostro cosmico, nel quale il pozzo o la fontana sono immagine delle acque primordiali sulle quali aleggiava lo spirito creatore.

Ma quattro è anche il numero che incardina la Gerusalemme Celeste, che l’Apocalisse descrive come quadrata, perché riassume l’universo intero. Di questa invisibile Gerusalemme il monastero è figura visibile.

I monaci realizzavano nel monastero un’immagine di quel cosmo che il neoplatonismo aveva indicato come Tempio dell’unico Dio. Per fare questo vi impressero quelli che ritenevano i mattoni stessi che la Sapienza creatrice vi aveva impiegato. Il Medioevo aveva ben chiare le parole del Libro della Sapienza, “Tutto hai formato con misura numero e peso”, fatte proprie dai padri della Chiesa e da Sant’Agostino e, sulla scorta dell’eredità pitagorica e neoplatonica, scorgeva nell’armonia dei numeri e delle proporzioni l’impronta stessa del Verbo. Conformandosi nelle sue proporzioni al Tempio celeste, il monastero calava sulla terra un lembo di Paradiso.

L’armonia del cosmo per il monaco è musicale, determinata da accordi e toni fatti di rapporti numerici: il diapason o ottava, l’1:2, il diapente, o 2:3, il diatessàron, o 3:4. Da questi tre principali si dipanano gli altri della scala musicale. La chiesa dei monaci viene dunque progettata in base a queste proporzioni ed alle altre più misteriose, che incommensurabili affondano l’origine nella natura più intima del Verbo: il rapporto aureo ed i rapporti dinamici che scaturiscono dalle radici quadrate.

L’architettura della chiesa diventa dunque una sinfonia musicale, che si accorda con il suono arcano delle sfere celesti. All’interno il canto gregoriano dei monaci si modula sui medesimi toni, risuonando all’unisono con i cori angelici e con le stesse mura, fatte di pietre capaci di vibrare impercettibilmente sotto la carezza delle voci e dei suoni celesti.

Il sole, signore del cosmo e immagine anagogica del Verbo, irradia con la sua luce la chiesa e la attraversa obliquamente, come obliquamente interseca l’equatore celeste negli equinozi. Il ritmo della luce segna il tempo ed annuncia l’eternità.

Il monastero è così ancorato alla terra, ma incardinato nel Cielo.

Il monaco, posto al centro di questo spazio cosmico, in un tempo regolato da ore liturgiche che non appartengono al tempo, elevando canti all’unisono con i cori celesti, è avvolto nell’Eternità e ritrova in sé la natura divina: “Tieni sempre per certo che tu non sei mortale, ma lo è questo tuo corpo. Tu infatti non sei questa forma sensibile apparente, ma lessere di ciascuno di noi è la menteSappi dunque che tu sei un Dio” (Cicerone).

Il monaco raggiunge così lo scopo del passaggio dell’uomo sulla terra:

Ti ho collocato come centro del mondo perché da tu potessi meglio osservare tutto quanto è nel mondo. Non ti creammo celeste terrestre, mortale immortale, in modo tale che tu, quasi volontario e onorario scultore e modellatore di te stesso, possa forgiarti nella forma che preferirai. Potrai degenerare negli esseri inferiori, ossia negli animali bruti; o potrai, secondo la volontà del tuo animo, essere rigenerato negli esseri superiori, ossia nelle creature divine” (Pico della Mirandola).

 

 

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