RenzoManetti

La chiesa della Gran Madre a Torino

 

La chiesa della Gran Madre di Dio a Torino si eleva maestosa sulla riva destra del Po, di fronte al fiume, in asse con il ponte che la collega alla piazza Vittorio Veneto. Da quella piazza parte il lungo canocchiale della via Po che unisce il fiume a piazza Castello, il cuore della città. Così, attraverso questa aulica prospettiva stradale, la Gran Madre di Dio è idealmente unita al Palazzo Reale ed alla cappella della Sindone.

La chiesa fu costruita fra il 1818 ed il 1831 per festeggiare il ritorno dei Savoia dopo la parentesi bonapartista, su progetto dell’architetto Ferdinando Bonsignore. La sua forma ripropone quella del Pantheon di Roma: un edificio circolare a pianta centrale, con la cupola semisferica aperta sulla sommità da un oculo luminoso, preceduta da un pronao sormontato da un frontone triangolare. A differenza del Pantheon, la chiesa si eleva su un alto podio che asseconda il pendio della propaggina collinare su cui fu edificata. Ai lati opposti della scalinata due statue rappresentano la Fede e la Religione.

La tradizione esoterica vuole che la chiesa sia uno dei centri energetici di Torino e che la statua della Fede, che solleva un calice, indichi con lo sguardo il luogo misterioso della città nel quale sarebbe nascosto il Graal.

Il simbolismo della chiesa appare in effetti permeato da una mistica sapienza, quasi a indicarla come athanor alchemico nel quale la pietra dei filosofi matura verso la perfezione del dieci, il numero (sei frontali più quattro arretrate) delle colonne del pronao.

Già nel titolo, quel “Gran” che precede l’appellativo della Madre di Dio inequivocabilmente rinvia all’ancestrale simbolismo della Grande Madre, nutrice della terra e del cosmo, raffigurata nelle figurine neolitiche dal ventre fecondo, venerata attraverso i secoli con diversi nomi da Ishtar ad Astarte, da Iside ad Afrodite fino a Venere, femminilità celeste alla quale Giuliano imperatore dedicò la sua opera “Alla Madre degli Dei”.

Il circolo perfetto del tempio identifica il luogo come un ombelico della terra, al cui centro un asse cosmico unisce i tre livelli del mondo ctonio, della terra e del cielo. L’oculo centrale sulla sommità della cupola è figura visibile di questo asse misterioso che, attraverso l’apertura corrispondente nel pavimento, si prolunga nel sottosuolo, nel sacrario dei caduti della grande guerra, il mondo dei morti.

L’asse che unisce l’ingresso della chiesa all’altare è orientato ad est, verso il sole nascente nell’equinozio, secondo la tradizione sacra dell’antichità. A mezzogiorno del solstizio d’Inverno il sole è perpendicolare al vertice del timpano, di fronte alla scalinata dell’ingresso. La chiesa è dunque un inno al sole che, impresso nel tempio il suo sigillo, nella primavera discende a congiungersi con l’acqua del gran fiume per fecondarne la terra.

All’interno della chiesa la statua della Gran Madre di Dio tiene in braccio il Bambino, incorniciata da due colonne, figure delle mitiche Ioachim e Boaz che delimitavano l’ingresso del Tempio di Salomone. La Madre china la testa sul Figlio ed il Figlio appoggia la sua contro la Madre, sicché la statua forma un ovale, l’arcana figura della mandorla, vagina della rinascita, porta celeste che solleva il velo fra il tempo e l’eternità. La Gran Madre di Dio è questa porta.

Le due colonne sorelle, come Ioachim e Boaz, inquadrano e sorvegliano la porta mistica, mentre altre sei assecondano il vano circolare. Il numero complessivo delle colonne che scandiscono l’interno indica che l’edificio è un luogo di passo fra dimensioni diverse, perché nella tradizione sacra l’otto è il numero dell’infinito e dell’eterno. Numero potente è infatti l’otto, che gli antichi usarono per i mausolei imperiali ed i cristiani per i battisteri, entrambi luoghi di passaggio fra il profano ed il sacro, fra l’esistenza e la Vita, fra il tempo e l’eternità.

Luogo sottile è dunque questo, sul quale l’edificio sacro fu costruito con sapienza per incanalare forze sconosciute, correnti di energia capaci di trasportare al di là della Porta un’anima predisposta.

Predisposta?

Si perché, come la materia grezza deve essere lavorata dall’alchimista per renderla atta alla trasmutazione in oro, così l’anima non potrà varcare la soglia senza essersi prima rivestita della veste nuziale di Matteo 22, 1-14.

 

 


 

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