RenzoManetti

Per un esoterismo cristiano

Premetto che non ho simpatia per il termine esoterismo, perché si è caricato col tempo di un significato negativo, che lo fa oscillare pericolosamente fra la cialtroneria e la magia nera. Anche se l’esoterismo non è né l’uno né l’altro, generalmente preferisco usare termini come studio dei simboli, percorso sapienziale, gnosi.

Eppure in molte situazioni la parola esoterismo è ancora la più appropriata ad indicare l’inquieta ricerca della realtà nascosta delle cose, contrapposta all’essoterismo, cioè alla stabile sicurezza dell’apparenza. Il livello essoterico si avvale dei cinque sensi del corpo e del loro controllo da parte della ragione. Il livello esoterico aggiunge a questi il sesto senso e l’intelligenza.

Ragione ed intelligenza non sono la stessa cosa: la prima è la capacità della mente di elaborare pensieri e ragionamenti, essenzialmente in base all’osservazione delle cause e degli effetti visibili; la seconda è la capacità di partecipare alla natura ed all’esistenza intima di ciò che ci circonda ed in cui siamo immersi.

L’intelligenza è intuitiva perché sa cogliere il vero al di là dell’apparenza, servendosi della ragione come di una preziosa collaboratrice per elaborare ciò che in questo modo ha conosciuto. L’intelligenza opera nel mondo dello spirito, la ragione in quello della materia. Intelligenza e spirito sono infatti della stessa natura.

Per il pensiero antico, impregnato di platonismo, lo spirito è il termine medio che lega la materia all’anima, la terra al cielo, il tempo all’eternità. Lo spirito partecipa di entrambe le dimensioni. Non è solo dentro di noi, siamo noi ad essere ovunque in lui.

L’intelligenza partecipa spontaneamente della natura spirituale delle cose e la indaga con la ragione. Questa indagine della realtà spirituale condotta dall’intelligenza con l’aiuto della ragione io la definisco esoterismo.

La ricerca esoterica implica dunque consapevolezza dell’essenza spirituale del mondo che ci circonda. Dal canto suo lo spirito implica la presenza di una dimensione trascendente, che appartiene alla sfera divina. Dunque l’esoterismo non può essere materialista nè ateo.

Chi cerca di coniugare esoterismo ed ateismo è come un bambino che giochi con i fiammiferi seduto sulla paglia; può innescare un fuoco che lo divori.

 

Ateismo ed esoterismo sono dunque in aperta contraddizione. Esoterismo è la ricerca dell’immagine divina nascosta nel profondo del nostro essere. L’esoterismo è unico, ma la via della ricerca interiore può essere differente per ogni persona ed assumere caratteri diversi in ogni cultura. Si può perciò legittimamente parlare di esoterismo islamico, di esoterismo ebraico, di esoterismo cristiano, di esoterismo massonico. Tralascio per ora le ricche vie dell’esoterismo dell’estremo oriente perché, come disse il Dalai Lama in una memorabile conferenza a San Miniato al Monte di Firenze, “non è giusto imporre ad ogni palato la cucina forestiera a cui non è abituato”. Il fine ed il cuore di ogni via esoterica sono gli stessi, ma i metodi possono divergere.

La nostra ricerca ricalca le orme del defunto Giovanni Vannucci, dei Servi di Maria, percorrendo i sentieri dell’antica tradizione esoterica cristiana, scoprendo un po’ per volta e con timore il velo che la ricopre. Questa tradizione è la stessa dei “fedeli d’Amore” medievali, quale la tramandò Dante; la medesima che emerse nell’Umanesimo fiorentino commentata con entusiasmo da Pico della Mirandola.

Nella Vita Nuova, Dante illustrò il senso esoterico dei propri versi, ma le parole che impiegò furono volutamente altrettanto criptiche. Nel Convivio il suo commento si fece più generoso, ma ancora molto non fu detto. Il metodo di Dante fu ripreso più volte nel Rinascimento, ad esempio da Lorenzo de’ Medici che spiegò anch’egli il senso nascosto dei propri sonetti. Pico commentò la Canzone d’Amore di Girolamo Benivieni e la sua rimane la spiegazione più chiara che sia mai stata scritta dei segreti della filosofia d’amore medievale e rinascimentale.

Eppure non tutto poteva essere detto, come Pico più volte ebbe a scrivere:

“Fu openione delli antichi theologi non si dovere temerariamente pubblicare le cose divine e li secreti mysterii, se non per quanto di sopra n’era permesso…Al volgo solo la corteccia de’ mysterii amorosi dimostri, riserbando la midolla del vero senso alli intelletti più elevati et più perfetti, regola osservata da qualunque delle cose divine appresso alli antichi ha scritto”.

Lo stesso Pico coraggiosamente difese Origene, considerato eretico dalla Chiesa, ritenendolo colui che più degli altri aveva indagato il senso segreto della Scrittura e riprendendone la convinzione di una tradizione esoterica che si rifaceva a Cristo stesso:

“Scrive Origene Iesu Cristo havere revelato molti mysterii a’ discepoli, li quali loro non vogliono scrivere, ma solo ad bocca a chi a loro ne pareva degno li communicavano”.

Sul monte Tabor, egli aggiungeva, Cristo non aveva portato tutti i discepoli, ma solo tre ed aveva ingiunto loro di non rivelare agli altri ciò che avevano visto.

La nostra strada è la ricerca di ciò che non poteva essere scritto, condotta attraverso i simboli ed i segni che gli antichi hanno più volte lasciato per guidare chi sarebbe venuto dopo di loro: questi segnali sono ancora intorno a noi, negli scritti, nelle opere d’arte, nelle architetture. Aspettano solo di essere letti.

 

Ma se non tutto deve essere divulgato, perché scrivere libri ed in particolare saggi che spieghino il significato dei simboli? Sono dell’opinione anch’io che l’esoterismo sia una ricerca personale e che quanto veniamo apprendendo passo dopo passo debba essere trasmesso soprattutto oralmente. Ma il libro è uno strumento speciale, che accoglie e distribuisce la parola spesso in forme inaspettate. La comunicazione visiva via etere non si addice ai temi esoterici, ma il libro si. I libri che parlano di sapienza sembrano anzi assumere una vita propria e selezionare essi stessi i lettori più adatti. A volte infatti non è il lettore che cerca il libro, ma il libro stesso che trova il lettore. Mi è capitato più volte di parlare con persone che mi hanno detto di essere stato “trovate” da un libro che le ha poi profondamente impressionate. Certo, un libro sapienziale può essere letto da tutti ma, come disse il primo Imam, Alì ibn Abi-Talib, riferendosi alla profezia “vi è un’immunità che la preserva dall’essere profanata: il fatto che la gente comune ne parla soltanto nel senso letterale, essoterico”.

Questa grande verità non si applica solo alla profezia intesa in senso stretto, ma ad ogni forma di trasmissione sapienziale, scritta od orale. I simboli ne sono l’esempio più chiaro: essi si rivolgono a tutti, ma parlano a ciascuno a seconda del livello del suo cuore. Alcuni non sapranno andare al di là del senso letterale ed apparente, altri raggiungeranno quello morale, altri ancora quello allegorico. Pochi infine saliranno la scala ardua del senso anagogico, che scende nel profondo del mistero celeste. “Salire” e “scendere”: sembra una contraddizione? Nel nostro caso non lo è ed ho usato le due parole con sincera intenzione.

 

 

La prima lettera di Paolo ai Corinzi è a mio parere un testo fondamentale da meditare per comprendere il senso di un esoterismo o meglio una gnosi cristiana, che rimanga nell’alveo della comunione con la Chiesa di Roma. Paolo sembra condannare la ricerca della sapienza: “Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il sottile ragionatore di questo secolo? Non ha forse Iddio resa stolta la sapienza del mondo? (1,20); “Mentre i Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e follia per i gentili” (1,22).

Paolo si rivolge ad una comunità composta soprattutto di persone semplici, che non comprendono il sottile investigare dei filosofi e ne hanno forse paura: “In mezzo a voi non ci sono molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili. Ma Iddio ha scelto le cose stolte del mondo per confondere i sapienti…affinché nessun uomo possa vantarsi davanti a Dio” (1, 26-29).

“Nessuno possa vantarsi…”: ecco la chiave di lettura dell’epistola. Paolo non condanna la ricerca della sapienza, ma quella di un sapere erudito che conduce alla vanità ed alla “ubris”, alla pretesa di alcuni di comprendere il mistero con la sola forza della ragione e di ergersi al di sopra di Dio e dei propri simili.

Ecco infatti poco dopo l’apostolo sorprenderci con un elogio della sapienza che pare contraddire l’assunto iniziale: “Noi certo parliamo di sapienza tra i perfetti, ma non di sapienza di questo secolo, né dei dominatori di questo secolo, ridotti impotenti, ma parliamo di sapienza di Dio in mistero, quella rimasta nascosta e che Iddio aveva già determinata prima dei secoli per gloria nostra”(2,6-7). Per Paolo fondamenti di questa sapienza sono il Cristo ed il mistero insondabile di un Dio inchiodato con triplice benedizione nella materia oscura, per sbarrarne i sentieri del male.

Con la parola “perfetti” Paolo usa un termine gnostico, che fu ripreso anche nell’eresia catara medievale, quasi ad indicare l’esistenza di una conoscenza che non può essere accessibile a tutti. Con questo significato limitativo, il passo di Paolo è stato interpretato attraverso i secoli da chi seguiva vie esoteriche, fino al nostro Rinascimento ed a Pico della Mirandola, il quale ripeteva che i misteri più sacri non possono e non devono essere divulgati a tutti. Egli, riprendendo una tradizione già di Origene, ammoniva che sul monte Tabor Gesù aveva condotto solo tre dei suoi discepoli, ingiungendo loro di non raccontare niente agli altri. Per Pico e per il Rinascimento, come già per il Medio Evo di Dante, la necessità di una segretezza iniziatica non era dovuta ad una volontà discriminatoria nei confronti di alcuni, ma al riconoscimento che non tutti aspirano ad abbeverarsi alla stessa fonte. Del resto Gesù amava forse Pietro Giacomo e Giovanni più degli altri discepoli?

Anche il seguito della prima lettera ai Corinzi sembra confermare il monito di Pico: Paolo continua infatti ad utilizzare una terminologia che sarà fatta propria dagli gnostici, introducendo una distinzione fra l’uomo psichico (guidato cioè solo dalla ragione e dalla sensazione corporea) e l’uomo pneumatico (guidato dallo Spirito e dall’intelletto): “Chi fra gli uomini conosce l’intimo dell’uomo se non lo spirito che è in lui? Così anche le cose di Dio nessuno le conosce se non lo Spirito di Dio” (2,10); “ma l’uomo psichico (in quanto solo essere animato) non accetta le cose dello Spirito di Dio, sono infatti per lui una follia, e non le può comprendere, perché spiritualmente vanno giudicate. L’uomo pneumatico (spirituale) invece giudica tutto e non è giudicato da nessuno” (2,14-15).

La gnosi cristiana si fonda dunque sulle parole di Paolo. Le eresie gnostiche ne distorsero il senso, introducendo una complicata visione mitica del cosmo con la quale occultare la pretesa conoscenza dei misteri della vita divina. I miti gnostici sono infatti volutamente involuti e complessi per escludere dalla loro comprensione i non iniziati. Ma fondandosi sulle parole di Paolo è possibile indirizzarsi ancora oggi verso una gnosi che sia realmente cristiana? Verso una ricerca cioè che non pretenda di individuare una casta di sapienti, di perfetti, depositari di una conoscenza superiore, ma si ponga a servizio dell’intera Ecclesia?

Riflettiamo allora come la gnosi paolina acquisti il suo significato più profondo nel capitolo 12, dove l’apostolo elenca i carismi, i doni particolari che lo Spirito dispensa nella comunità, per l’accrescimento della fede di tutti: “La manifestazione dello Spirito è data a ciascuno per l’utilità comune.Infatti dallo Spirito è dato ad uno il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza, però secondo il medesimo Spirito; ad uno la fede, nel medesimo Spirito; ad un altro carisma di guarigioni, nell’unico Spirito; ad uno il dono di operare miracoli; ad un altro la profezia; ad uno il discernimento degli spiriti, ad un altro la diversità delle lingue, e ad un altro l’interpretazione delle lingue. Ora tutte queste cose le compie un solo e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno in particolare come vuole” (12,7-11).

Oggi nelle chiese molti hanno paura dei doni dello Spirito: temono chi opera miracoli (ricordate quante sofferenze furono inflitte a San Pio da Pietrelcina?), chi opera guarigioni (quanta diffidenza nei confronti dei carismatici), chi parla la lingua della sapienza e dei simboli, che è quella stessa delle creature del cielo. E’ ben vero che dilaga nella nostra società, ormai laica e neo pagana, una gran voglia di mistero, che si traduce in un esoterismo frivolo e cialtrone, dissacratore delle verità sapienziali. Ma non è questo un motivo valido per fare di ogni erba un fascio. I cristiani non devono diffidare di quanti seguono una via sapienziale, perché è lo stesso Paolo ad indicare come riconoscere ciò che è dettato dallo Spirito, il modo giusto di discernere il vero dal falso, il medicamento dal veleno: “Nessuno parlando sotto l’influsso dello Spirito di Dio dice: maledetto è Gesù; e nessuno può dire: Signore è Gesù, se non per lo Spirito Santo” (12,3). Ecco dunque il criterio del discernimento spirituale che consente di riconoscere ed accogliere i doni ed i carismi che lo Spirito riversa per l’utilità dell’intera Ecclesia.

 

La ricerca sui simboli non è una strada privilegiata, la mistica non è superiore alla pratica. C’è più gioia e vicinanza a Dio nella contemplazione di un fiore che in mille speculazioni intellettuali. L’erudizione non è sapienza, non è saggezza,induce alla superbia ed allontana da Dio. Ma i simboli sono parte della nostra cultura e della nostra tradizione religiosa; parlano una lingua universale che abbiamo spesso dimenticato e che va riscoperta. I simboli sono infatti il linguaggio dello Spirito, la lingua delle creature alate che parlava San Francesco. Chi cerca di apprendere questa lingua non va disprezzato, perché “c’è bensì diversità di carismi, ma…la manifestazione dello Spirito è data a ciascuno per l’utilità comune” (1 Cor. 12,4,7). C’è chi ha il dono delle lingue, chi della profezia, chi della scienza, chi della sapienza, chi di operar miracoli, chi di guarigioni, ma “tutte queste cose le compie un solo e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole” (ivi 12,11).

 

 

Il Pontificio Consiglio della Cultura ed il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso pubblicarono già nel 2003 un documento sul New Age (Libreria Editrice vaticana 2003), nel quale si trovano fra l’altro due considerazioni assai interessanti.

Innanzitutto la distinzione fra “esoterismo, ossia una ricerca di conoscenza” e “magia o occulto: quest’ultimo è uno strumento per ottenere potere” (p.31). La ricerca di conoscenza spinge l’uomo verso Dio, la volontà di magia lo induce invece a prenderne il posto.

Segue nel documento un importante invito a riscoprire la nostra tradizione simbolica: “Dove il ricco simbolismo cristiano e le sue tradizioni artistiche, estetiche e musicali sono ancora sconosciuti o sono stati dimenticati, c’è molto da fare per i cristiani e per chiunque ricerchi l’esperienza o una maggiore consapevolezza della presenza di Dio. Il dialogo tra cristiani e persone attratte dal New Age sarà più fecondo se terrà conto del fascino di quanto tocca le emozioni e del linguaggio simbolico” (p.69).

E’ questa la strada che ormai da anni invito a seguire. Esiste una tradizione sapienziale cristiana, per alcuni già adombrata nelle parole di San Paolo ai Corinti: “Noi parliamo di sapienza fra i perfetti…di sapienza di Dio nel mistero, quella rimasta nascosta…”. Ma è bene che questa tradizione non sia offerta a tutti, perché non sarebbe compresa. Non che in essa ci siano chi sa quali segreti occulti, semmai un modo diverso e più profondo di consapevolezza e di comprensione di ciò che è sotto gli occhi. Ho ascoltato tempo fa un rabbino spiegare lucidamente la vera natura dell’esoterismo: il mondo della luce, egli diceva, possiede segreti che non possono essere rivelati a tutti, perché sono così semplici che la maggior parte delle persone non li comprenderebbe. Dunque ciascuno raggiunga la verità secondo le proprie possibilità e la tradizione sapienziale sia riservata a coloro che la cercano.

Riguardo ai simboli il discorso può invece aprirsi a tutti, perché essi parlano al cuore, facendo risuonare corde diverse secondo la preparazione e la sensibilità di ciascuno. I simboli spalancano la porta sul mistero, ma per gradi. Dunque chiunque può confrontarsi con la capacità evocativa che possiedono.

Dobbiamo allora partire dal bisogno di spiritualità e dall’insoddisfazione che motivano la simpatia di tanti per il New Age, per far capire che lo spirito non si acquista in un supermercato, ma solo ritrovando le radici della propria Tradizione, custodite nella lingua dei simboli come in uno scrigno.

Con il Concilio Vaticano II la Chiesa si è avvicinata alla società, ma lo ha fatto troppo frettolosamente, perdendo una parte di quella sacralità che oggi molti cercano di recuperare da altre fonti. Il risultato è che la preparazione teologica e spirituale di alcuni preti è carente e fa sì che costoro siano più preoccupati di fare gli assistenti sociali o i burocrati del sacro, che i sacerdoti. Essi hanno perso il senso del misticismo. Eppure la solidarietà si fonda sulla preghiera e sulla mistica, altrimenti non ha significato; ricordiamo San Paolo: se do tutti i miei beni ai poveri ma non ho l’amore…

Oggi serve alla Chiesa uno sforzo analogo a quello del Concilio Vaticano, per far sì che il pendolo torni ad oscillare verso il centro, recuperando il senso del sacro e del rito che molti hanno banalizzato.

Il cristianesimo delle origini si scontrò con il culto salvifico di Mitra e lo sconfisse; fu aggredito dalla religione solare degli imperatori romani e prevalse anche su di essa assorbendone i simboli più ricchi; si confrontò con la tradizione esoterica antica e la fece propria riconoscendo che in essa era stata prefigurata una parte della rivelazione di Gesù. Questi si incarnò infatti nella centralità dei secoli, riconducendo a sé la verità del passato e quella del futuro, paganesimo, ebraismo ed islamismo. Si, anche l’Islamismo, perché in Dio il tempo è un eterno presente e nella sfera del sacro non ha senso cercare un’evoluzione lineare di tipo darwiniano. Ermete, Platone, Pitagora, Zarathustra, furono considerati spesso profeti laici, prisci theologi, che avevano intravisto la verità e l’avevano diffusa nelle loro opere.

Come già accadde nei primi secoli della nostra era, il Cristianesimo ha la capacità di indirizzare verso la vera gnosi anche il New Age. Non cadiamo dunque nell’errore di demonizzare tutto ciò che appare diverso: non scordiamo mai la virtù della carità e della comprensione paziente verso chi cerca. Le braccia della Croce offrono un abbraccio cosmico che esclude solo ciò che è oscuro, ma accetta e attira a sé tutto ciò che è luminoso.

Voglio concludere invitando quanti brancolano alla ricerca del senso della vita, a riscoprire la sublime bellezza di quella Tradizione, che ha trovato la sua pienezza nel Cristianesimo. Un esempio? L’uomo religioso sa che la sua essenza non si limita al corpo, e crede nella presenza di una forma di luce interiore che chiama anima. Ma quanti ricordano o comprendono, specialmente fra i nostri preti – burocrati, ciò che scrisse San Paolo ai Tessalonicesi? Che cioè non siamo formati solo di corpo ed anima, ma anche di spirito. Le implicazioni di questa sublime e misteriosa triplicità, immagine di quella divina, sfidano e ridicolizzano qualunque banalità possiamo trovare sugli scaffali del New Age.

 

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