RenzoManetti

Crisi economica e crisi della politica

 

Stiamo attraversando una crisi che non è solo economica e finanziaria, ma investe la struttura stessa della nostra società: una crisi che è innanzitutto crisi di modelli di vita, di valori, di cultura, di politica. La nostra società occidentale, e in particolare all’interno di essa quella italiana, si sta disgregando, implodendo per le forze centrifughe che agiscono dal suo interno.

Questa crisi investe dunque anche la sfera della politica, i cui sistemi e modelli tradizionali si sono già da tempo dissolti. Oggi un governo tecnico supplisce al fallimento della politica, di un sistema, quello della cosiddetta seconda repubblica, che ha demolito ciò che lo precedeva senza riuscire a costruire un’alternativa migliore. In Italia i partiti hanno abdicato alla loro funzione, lasciando il posto ad un governo di tecnici che appare voluto soprattutto dai potentati economici, succube dell’alta finanza, dei banchieri, delle assicurazioni, dei petrolieri. Per far fronte alla crisi, questo governo non trova niente di meglio che gravare i ceti più deboli senza mettere le mani nelle tasche dei ricchi: ignora così ostinatamente ogni ipotesi di patrimoniale progressiva che invece i governi politici, più sensibili alle istanze sociali, avevano proposto. Fa pagare l’IMU alla Chiesa, ma ne esenta le fondazioni bancarie. Aggrava l’inflazione e deprime ogni possibilità di ripresa con l’aumento dell’IVA e delle accise sui carburanti. E’ incapace di attivare meccanismi utili per rilanciare l’economia. L’aumento delle imposte sulla casa mortifica l’edilizia e colpisce ancora una volta solo i ceti meno abbienti, perché non prevede alcuna progressione che gravi sulle grandi proprietà immobiliari: chi ha una modesta seconda casa paga come chi ne ha cento. Si dimentica che l’edilizia è sempre stata il naturale volano dell’economia italiana e che lo è tanto di più oggi, perché la produzione delle case non può essere delocalizzata nei paesi emergenti. L’edilizia produce lavoro in Italia, non in Serbia, non in Vietnam, non in Romania.

Eppure il governo tecnico – ma esiste un governo che non sia politico? – ha trovato finora un ampio consenso nell’opinione pubblica, semplicemente perché si è contrapposto al sistema dei partiti. E questo sembra sufficiente a far digerire una politica economica profondamente iniqua, che non scalfisce i privilegi. Quando la politica tornerà a farsi carico del suo ruolo, – e prima o poi questo dovrà inevitabilmente succedere -, cosa avverrà? Tutti ci rendiamo conto che i vecchi soggetti politici lasceranno il posto a nuovi, che il quadro politico verrà modificato, e ci domandiamo quali nuove aggregazioni si formeranno sulle ceneri dell’era Berlusconi. Ma forse sta proprio qui il nostro errore, nel cercare di immaginare nuovi partiti con le caratteristiche dei vecchi, con gli stessi politici di professione, con le stesse liturgie, con gli stessi interessi.

E’ ora di costruire una terza repubblica, nella quale i politici di professione siano messi da parte.

E’ ora di formare una classe politica che abbia il senso dello stato e non dei propri affari, che intenda il proprio compito come servizio, che sia pronta a farsi da parte alla fine del mandato. E’ necessario imporre una rotazione e la non rieleggibilità per più mandati consecutivi.

E’ ora che lo stato smetta di finanziare con i soldi pubblici i partiti ed i loro giornali. Si lasci chiunque libero di finanziare in modo trasparente un partito, detraendo la somma dalle tasse, oppure si destini a questo scopo una quota del 5 per mille dell’IRPEF. I sistemi ci sono, per un contributo trasparente che non gravi sulle tasche dei cittadini. In questo modo finirebbe anche lo scandalo dei micropartiti, che si costituiscono e si presentano alle elezioni solo per accedere al finanziamento pubblico.

Le nuove convergenze politiche non si possono più trovare sulle etichette: sinistra, destra, centro…Ormai le differenze ideologiche di un tempo sono sparite. Le alleanze non si possono fare sugli interessi economici e finanziari come nell’era Berlusconi. Le aggregazioni non devono più avvenire sui nomi di singoli capipopolo, perché la politica non deve essere una somma di clientele. Oggi è necessario convergere su una comune visione della società e dei valori, sugli obiettivi che da questi scaturiscono. Ecco allora che un soggetto politico nuovo dovrà scaturire dalla convergenza fra cultura laica e cultura cattolica, anzi cristiana: le due grandi anime dell’Italia che, spesso artificiosamente contrapposte, quando hanno saputo superare le loro divisioni hanno dimostrato di saper affrontare e risolvere le grandi sfide sociali. L’Italia ha necessità sia dei valori laici che di quelli religiosi: è dalla loro convergenza che si deve ricostruire il Paese.

Una forza di questo genere saprà affrontare i problemi dell’Italia, in primo luogo quello di un apparato burocratico elefantiaco che frena il sistema economico. Fino ad oggi si è cercato di risolvere il problema della burocrazia, affidando ai privati l’autocertificazione del loro operato: cosa lodevole, che tuttavia non risolve il problema se nello stesso tempo si continuano a moltiplicare per legge le norme, i regolamenti, i cavilli. In Italia si fanno troppe leggi che si sovrappongono e magari si contraddicono, creando una giungla inestricabile che è il terreno fertile per la corruzione e la concussione. Abbiamo leggi, decreti, circolari dello stato, abbiamo leggi, direttive, regolamenti, delle regioni, abbiamo direttive, istruzioni, norme delle province, dei comuni. Possibile che nell’edilizia, per fare un esempio, ci siano norme e procedure diverse fra comune e comune? Che quanto vale a Firenze non vada bene a Scandicci, o a Sesto o a Bagno a Ripoli? Che un tecnico debba studiarsi sempre nuove norme e regolamenti? Sfoltiamo le norme, semplifichiamo gli adempimenti ed anche la corruzione sparirà. A volte ho la sensazione che si moltiplichino leggi con il segreto intento di lasciare spazio al potere dei burocrati e alla concussione. E’ il principio dell’entropia: troppe norme equivalgono a nessuna norma. E’ straordinariamente attuale il vecchio adagio: le leggi si fanno rispettare ai nemici e si interpretano per gli amici.

Tante leggi si fanno per demagogia, l’altro grande male dell’Italia insieme al buonismo. Avviene un incidente sul lavoro, sulla strada, in casa e subito la classe politica si sente in dovere di inventare nuove leggi e nuove norme, sempre più cavillose e difficili, che sembrano fatte solo per dar fumo negli occhi sapendo che spesso sarà impossibile rispettarle. Norme che spesso contrastano platealmente con le regole dell’efficienza, o sono dettate da un buonismo che altro non è se non la tomba dell’amore e della solidarietà, il trionfo dell’ipocrisia.

Recuperare risorse eliminando i cavilli deve essere il nostro obiettivo, facendo strada a quel buon senso, che i burocrati e non di rado anche i magistrati detestano. Dirottiamo queste risorse sulla solidarietà e sulla difesa dello stato sociale, grandi obiettivi questi sia della cultura laica che di quella cattolica. Il governo tecnico si è impegnato pesantemente di fronte all’Europa: per rispettare le regole di bilancio dovremo fare ogni anno una nuova massiccia manovra correttiva. Laici e cattolici si troveranno d’accordo su un principio a entrambi comune: il peso della crisi deve ricadere sui più ricchi, sui grossi gruppi finanziari, applicando un’imposizione progressiva che esenti i ceti più deboli e non gravi eccessivamente su quel ceto medio che è l’unico in grado di muovere l’economia del Paese, introducendo prelievi sui grandi patrimoni immobiliari e finanziari.

Si dovrà capire come mai le liberalizzazioni non hanno diminuito i costi per i cittadini, ma li hanno aumentati; si dovrà capire come mai i carburanti aumentano subito all’aumentare del prezzo del petrolio, ma non diminuiscono allo stesso modo e con la stessa velocità quando il prezzo cala. Si dovrà avere il coraggio di gravare le compagnie petrolifere, permettendo a tutti i benzinai, e non solo a quei pochi liberi, di rifornirsi non dalla propria compagnia di riferimento ma ovunque il prezzo sia più conveniente. Il governo tecnico anche questo l’aveva promesso, ma non è riuscito a farlo. Se la deregulation ha prodotto effetti così negativi, non sarà meglio,tornare ad una politica di emergenza di prezzi amministrati dallo stato?

Liberiamo l’Italia dalla subalternità ai grandi gruppi finanziari ed economici internazionali. E se questi ci puniranno con manovre speculative sui titoli di stato, beh, allora valutiamo se riprenderci la nostra sovranità e la nostra moneta. Faremo default, ma dopo un’improvvisa, traumatica ma salutare svalutazione, l’economia riprenderà lo slancio del dopoguerra, i nostri prodotti torneranno competitivi sui mercati esteri, l’Italia richiamerà quei turisti che oggi ci preferiscono paesi meno cari, le nostre ditte non avranno bisogno di andare a produrre nei paesi dove la manodopera costa meno, l’edilizia ripartirà come bene rifugio contro l’inflazione. Senza il governo di una propria moneta, l’economia italiana mi appare incamminata verso un inarrestabile e rapido declino.

 

 

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