Il degrado del Viale dei Colli a Firenze

April 13th, 2010


Il degrado a Firenze aumenta. Sul muro di una casa in piazza del mercato di Sant’Ambrogio, una mano infelice ha scritto con la vernice spray: “Il degrado mi aggrada”. Purtroppo c’è un teppismo che ama distruggere, ci sono un’incuria ed un lassismo che preferiscono non vedere né intervenire, ci sono un’ignoranza ed una superficialità che istituzionalmente accrescono il degrado e distruggono l’immagine della città. Chi è preposto alla sua cura a volte non ne è all’altezza. Non mi riferisco stavolta alla questione del traffico, che sembra gestito in modo da accrescere il degrado, ma alla manutenzione di uno dei luoghi simbolo della città, il viale dei Colli.

Il Viale dei Colli Alti, lo chiamava l’architetto Giuseppe Poggi, che l’aveva progettato come sapiente alternarsi di giardini, visuali panoramiche, luoghi di sosta, asse prestigioso di un quartiere giardino destinato alla classe alta fiorentina. Ne aveva regolato la custodia dell’immagine con norme scrupolose trascritte nei registri immobiliari, perché le generazioni future non ne alterassero il progetto. Queste norme sono servite in modo impeccabile fino alla nostra generazione; ora non sono più rispettate. Come quella delle recinzioni dei giardini privati ammesse solo con cancellate aperte, schermate da siepi verdi, irrisa dal recente restauro della villa all’angolo fra il viale e via San Leonardo, dove la cancellata è stata chiusa brutalmente da una lamiera marrone continua, senza che nessuno nelle istituzioni abbia ritenuto di eccepire qualcosa.

Ma gli spregi maggiori vengono proprio dalle istituzioni. Piazzale Michelangelo è il belvedere ottocentesco affacciato sulla città, nodo monumentale del sistema poggiano di percorsi e giardini posto fra la città storica e le sue colline. Proprio qui si sta portando avanti un altro dei consueti scempi, sostituendo le austere pietre da lastrico della pavimentazione ottocentesca del marciapiede, dove il viale dei Colli si innesta sul Piazzale, con moderne pietre azzurrine di sapore disneyano, dalle scanalature antiscivolo tutte uguali ed industriali. Già il marciapiede verso monte è stato anni addietro asfaltato, rendendolo uguale ad una strada urbana; ora invece di tutelare e restaurare in modo scientifico ciò che resta delle pietre del Poggi, le si buttano via per far posto ad un pavimento moderno ed industrializzato.

Perché non si riesce a capire che la città giardino ottocentesca è un monumento al pari della città medievale e rinascimentale? Che anche le pavimentazioni antiche sono un bene culturale da preservare e non da distruggere o ricoprire di asfalto?

Chi penserebbe a sostituire i pavimenti di Palazzo Vecchio con un pavimento moderno? Chi lo farebbe a Pitti? Perché i pavimenti storici delle strade devono essere trattati diversamente da quelli dei palazzi?

A Firenze, la città dell’arte, con rara insensibilità e nonostante i continui appelli di architetti e storici, si persevera con ottusa disinvoltura a distruggere le pavimentazioni antiche della città monumentale.

E lì al Piazzale la Soprintendenza ha acconsentito? E’ stata interpellata come la legge impone? E le pietre antiche, che sono state rimosse, dove sono finite?

Ma non è tutto. Sembrano ormai condannati anche i pini secolari del viale Torricelli, che da generazioni accompagnano il viale rendendolo l’ingresso più bello che la città offra a chi giunge da fuori. Pini torti dal vento, le cui radici sollevano il manto di asfalto, ma le cui chiome potenti svettano verso il cielo formando un ombrello verde di incredibile bellezza.

Centoquarantacinquemila euro sono stati stanziati per distruggerli. Eppure in consiglio comunale Ornella De Zordo ha chiesto di valutare l’impiego di tecniche moderne che impediscano il sollevamento delle radici sul piano stradale, salvando i pini: “Esistono soluzioni alternative, ha scritto, sperimentate da anni con successo negli Stati Uniti e nel Nord Europa, che permettono di prevenire o attenuare il problema delle radici emergenti con tecniche diverse: dall’uso di tessuti geotessili, imbevuti di un principio diserbante, che vanno posti sotto il manto stradale, alla creazione sotto l’asfalto di uno strato isolante costituito da sabbia e pietrisco…”.

E’ rimasta inascoltata, perché è più facile e sbrigativo buttare giù. Il mio appello si unisce a quello di tanti altri fiorentini sensibili, fra i quali mi piace ricordare quello del Presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno, prof. Luigi Zangheri, perché questo scempio ci sia risparmiato. Sarebbe come abbattere i pini di Posillipo o del Gianicolo. A Firenze per fare la tramvia abbiamo già distrutto troppe piante secolari, riducendo viale Morgagni e viale Rosselli a spianate vuote piene solo di auto ma prive di immagine.

 

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 Prima e dopo

PICO

March 12th, 2010

L’amico Alessandro  ha segnalato una citazione da Pico della Mirandola, nella quale si concentra a mio parare il senso ed il segreto di ogni ricerca esoterica. Eccola:

“O somma liberalità di Dio padre, o suprema e mirabile fortuna dell’uomo! A lui, infatti, è concesso di avere ciò che desidera, di essere ciò che vuole.

I bruti, appena nascono, recano nel seno materno i caratteri immutabili della loro natura. Gli angeli, o fin dall’inizio o poco dopo, furono quali saranno per sempre.

Invece all’uomo in sul nascere, il Padre diede i semi d’ogni specie, i germi d’ogni vita. Quali ciascuno avrà coltivato, codesti alligneranno e produrranno in lui i loro frutti: se saranno vegetali, diventerà pianta, se sensuali, bruto, se razionali diverrà creatura celeste, se intellettuali, sarà angelo e figlio di Dio.

E se, non contento della sorte di alcuna creatura, si raccoglierà nel centro della sua unità, divenuto allora uno spirito solo con Dio, nella solitaria tenebra del Padre, lui, creatura che fu posta sopra tutte le altre, sovrasterà su tutti gli esseri“.


Riguardo ad un sigillo templare…

March 10th, 2010

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E’ assai noto il sigillo templare che mostra due cavalieri su uno stesso cavallo.
Il significato è stato variamente interpretato ma non è certamente, come qualcuno ha scritto, un riferimento alla regola di povertà dei cavalieri. Sciocchezze. Ci pensate che razza di efficienza in combattimento avrebbero avuto? La Regola imponeva ai Templari di non possedere più di tre cavalli ciascuno, altro che di andare in due su uno solo!
Il significato del sigillo è esoterico ed è una conferma che all’interno del Tempio esisteva un insegnamento segreto, analogo a quello dei Fedeli d’Amore. Sui rapporti fra Templari e Fedeli d’Amore rimando ad un mio recente articolo uscito sul numero di giugno 2009 della rivista Prometeo: “Madonne del Parto e Gnosi dei Templari” (Mondadori, 2009).
Francesco da Barberino, anch’egli fedele d’amore, nei suoi Documenti d’Amore, un trattato esoterico sapienziale dell’inizio del XIV secolo, ci ricorda che il cavallo è simbolo della natura umana, perché ritenuto l’animale più simile all’uomo. Ne consegue che la figura del cavaliere diventa facilmente allegoria dell’anima che guida e governa il corpo. Anima e corpo dipendono l’uno dall’altra; e questa unione così intima e salda appare analoga a quella che ha reso, dal Medio Evo fin quasi all’era moderna, il cavallo ed il cavaliere non solo una poderosa macchina da guerra, ma anche una figura simbolica carica di una straordinaria sacralità.

Ma i Templari ponevano sul cavallo due cavalieri e non uno. Perché?

La risposta dimostra che nel Tempio si perpetuava una tradizione esoterica antica, secondo la quale la natura umana non è duplice, cioè non è fatta solo di corpo e di anima, ma è triplice, ad immagine della triplicità divina. La nostra società ha perso la consapevolezza di questa tripartizione, che non è solo mistica ma reale, abbandonandosi ad un fuorviante dualismo fra anima e corpo, fra materia e spirito, che è estraneo alla creazione. Il dualismo appartiene ad un ramo distorto della Gnosi, quello dei Manichei. Non appartiene tuttavia ai Catari che, pur eredi in occidente della tradizione manichea, avevano invece piena consapevolezza della tripartizione della persona.
La vera Gnosi, quella mistica, conduce alla certezza dell’unità androgina della nostra natura ed al ruolo misterioso che l’uomo occupa nell’universo, quale mediatore fra cielo e terra: “Ti ho collocato come centro del mondo perchè da lì tu potessi meglio osservare tutto quanto è nel mondo. Non ti creammo né celeste né terrestre, né mortale né immortale, in modo tale che tu, quasi volontario e onorario scultore e modellatore di te stesso, possa forgiarti nella forma che preferirai. Potrai degenerare negli esseri inferiori, ossia negli animali bruti; o potrai, secondo la volontà del tuo animo, essere rigenerato negli esseri superiori, ossia nelle creature divine” (Pico della Mirandola).

Nell’alchimia interiore, le tre realtà che formano l’unità della persona sono simboleggiate dai tre elementi dell’Opera: zolfo, mercurio e sale, dove lo zolfo sta per l’anima, il sale per il corpo ed il mercurio per lo spirito che lega entrambi e rende possibile la trasmutazione.

E’ lo spirito infatti il terzo elemento, il secondo cavaliere del sigillo templare. Lo spirito non è un sinonimo di anima, ma una specifica materia immateriale che partecipa insieme della natura dell’anima e di quella del corpo. L’anima è celeste, il corpo è terrestre, lo spirito è il principio nel quale entrambi confluiscono ed il loro legame, come affermava nel XV secolo il neoplatonico Marsilio Ficino: “Tre cose sanza dubio sono in noi: anima, spirito e corpo; l’anima e il corpo sono di natura molto diversa; congiungonsi insieme per mezzo dello spirito”.

Non si trattava per Ficino di un rigurgito di paganesimo, perché anche San Paolo aveva affermato esplicitamente, rivolgendosi ai greci di Tessalonica, la triplicità della natura umana: “Tutto il vostro essere, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la Parusia del Signore nostro Gesù Cristo”.

Ecco allora che i due cavalieri del sigillo templare vanno interpretati come immagine della duplice parte invisibile che ci costituisce ed è trasportata dal corpo: uno dei cavalieri è l’anima, l’altro lo spirito; il cavallo è il corpo.

A sua volta anche l’anima, seguendo Aristotele, appariva al pensiero medievale tripartita: vegetativa, animale e intelligente. Ed era logico che fosse così, perchè tutto ciò che è di natura divina si riteneva imperniato sul Tre e sulla Potenza del Tre, il Nove. La parola “potenza” non è solo un’espressione matematica ma significa esattamente Forza, Energia. Per questo il Nove è definito da Dante il miracolo, cioè l’energia effusa dalla Trinità creatrice, la potenza del Tre. I numeri sono infatti un misterioso specchio dell’arcana vita divina. Dante identifica il Nove con Beatrice, allegoria della gnosi dei Fedeli d’Amore. Ma questa gnosi, simboleggiata dal numero nove, era comune anche ai Templari, dei quali forse i Fedeli d’Amore costituivano una confraternita laica. Molta della vicenda templare si impernia infatti sul numero nove.

Dunque la persona è costituita da cinque elementi: l’anima triplice, lo spirito ed il corpo. E l’uomo anche nel corpo sembra davvero imperniato su questo numero cinque, perché cinque sono le dita, cinque i sensi, cinque gli arti più il busto. La natura era per gli antichi formata da quattro elementi. Anche il tempo e lo spazio apparivano regolati dal numero quattro: quattro le stagioni, quattro i cicli lunari e le settimane, quattro le direzioni dello spazio. Ma l’uomo sembrava invece rispondere ad un ritmo quintuplice, e questa pareva la dimostrazione che a lui fosse stato aggiunto qualcosa di molto più grande, a lui ed a lui solo: la quintessenza. Il quinto elemento spirituale che solo consente di costituirsi tramite fra Cielo e Terra.

Un capitello della pieve di San Pietro a Cascia, nel Valdarno fiorentino, presenta una indiscutibile analogia col sigillo templare. Vi si vedono due cavalieri su uno stesso cavallo. L’analogia è forte anche se, contrariamente all’emblema templare, nel capitello il secondo cavaliere è più piccolo del primo al quale si tiene avvinto con le braccia. Anima e Spirito abbracciati cavalcano il Corpo. Lo Spirito abbraccia l’Anima e la tiene saldamente ancorata al corpo.

Non risultano magioni templari nella zona, che pure era collocata sulla Cassia Nuova che conduceva a Roma. Dunque il capitello fa ipotizzare il riferimento ad una tradizione esoterica, che aveva origine comune con quella templare ma che non era esclusiva del Tempio. L’interpretazione della tradizione appare infatti diversa. Nel capitello di Cascia sembra instaurarsi una gerarchia fra Anima e Spirito, perché uno è più piccolo dell’altra. Come abbiamo detto, anima e spirito sono nature diverse. Lo spirito è il tramite fra la materia e l’anima, fra il Cielo e la Terra, il legame fra il mondo visibile e quello invisibile. Il cavaliere più alto, lo spirito, è saldamente ancorato al cavallo, cioè alla materia; il cavaliere più piccolo, che ritengo l’anima, sta sul cavallo e nello stesso tempo si tiene saldo al cavaliere più grande, senza il supporto del quale finirebbe col  cadere ed abbandonare il corpo.

Nel sigillo templare Anima e Spirito hanno invece la stessa dignità ed entrambi cavalcano con identica sicurezza il loro animale.

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Cattolici e Massoneria (articolo pubblicato in Il Governo delle Idee, n.86 (marzo 2010)

February 16th, 2010

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1.

Unica fra le chiese cristiane, quella cattolica rifiuta ai suoi fedeli l’ingresso nelle obbedienze massoniche.

Parlo di obbedienze al plurale e non di obbedienza al singolare perché, come è noto, sono tante e diverse fra loro. Chiunque infatti può fondare una nuova fratellanza, svincolata dalle osservanze più grandi e note, il Grande Oriente d’Italia e la Gran Loggia d’Italia. C’è dunque molta differenza fra un’obbedienza e l’altra.

A livello locale, tuttavia, l’atteggiamento dei sacerdoti e delle diocesi verso la Massoneria varia considerevolmente e non è neppure chiaro se esista ipso facto la scomunica per chi vi aderisca. Diversi sacerdoti, privatamente, si limitano a sconsigliare l’affiliazione non a proibirla.

Per quanto mi riguarda, io sono nato e cresciuto cristiano e cattolico. Alla Chiesa rimango fedele. Sono consapevole che fedeltà non implica obbedienza sempre e comunque, ma ho deciso con libera scelta di obbedire al divieto, che pure mi è incomprensibile e anacronistico, con cui la Congregazione per la Dottrina delle Fede ha proibito ai cattolici l’adesione alla Massoneria.

La scelta dell’obbedienza e della piena comunione mi consente dunque di esprimere a pieno titolo la mia voce all’interno della Chiesa e di criticare le posizioni della gerarchia che ritengo sbagliate.

Vediamo dunque in primo luogo di capire come stia la questione tanto dibattuta della scomunica ai massoni: esiste ancora oggi?

 

2.

Il primo documento in questa materia risale al 1738: si tratta della Costituzione Apostolica In eminenti apostolatus specula di Clemente XII. La scomunica ai massoni vi era comminata ipso facto, cioè “senza alcuna dichiarazione”, e da essa, aggiungeva il papa,” nessuno potrà essere sciolto se non da Noi o dal Romano Pontefice allora esistente, eccetto che in articolo mortis”.  La Costituzione fu ripresa nell’enciclica Providas Romanorum Pontificum di Benedetto XIV del 1751 e nella Quo graviora mala di Leone XII del 1825.

Il Sillabo di Pio IX del 1864, elenco di proposizioni erronee, insieme con socialismo, comunismo, società bibliche e società clerico – liberali condannava anche le società segrete. Nel 1894 Leone XIII nell’enciclica Praeclara gratulationis ribadiva la scomunica dei suoi predecessori contro i massoni. Erano questi gli anni del conflitto fra lo Stato italiano e il Papa, il quale contestava la fine della propria sovranità temporale; erano gli anni del Non expedit, quando la Chiesa proibiva ai suoi fedeli ogni partecipazione alla vita pubblica. Alla domanda dei vescovi italiani se fosse proibito per i cattolici recarsi alle urne, la Penitenzieria vaticana rispondeva infatti nel 1871 col famoso non expedit, cioè non è opportuno. Dieci anni dopo il papa Leone XIII trasformava il non expedit in vera e propria proibizione.

Nel vecchio Codice di Diritto Canonico del 1917, al canone 2335, coerentemente con la Costituzione del 1738, si leggeva dunque:“Coloro che danno il nome alla setta massonica o ad associazioni del medesimo genere, che complottano contro la Chiesa o le legittime potestà civili, contraggono ipso facto la scomunica riservata semplicemente alla Sede Apostolica”.

Si trattava dunque di una posizione netta e chiara.

Con il rinnovamento seguito al Concilio Vaticano II, da più parti nella Chiesa si manifestò un’apertura verso la Massoneria. E’ significativa la risposta che nel 1974 il cardinale Franjo Seper, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dette ad un quesito del cardinale Krol, presidente della Conferenza Episcopale nordamericana: “Si può sicuramente insegnare ad applicare l’opinione di quelli autori i quali ritengono che il suddetto canone 2335 tocchi soltanto quei cattolici iscritti ad associazioni che veramente cospirano contro la Chiesa”. Nel 1975 l’arcivescovo di Marsiglia Roger Etchegaray concedeva l’autorizzazione al funerale religioso di un massone, spiegando che “non si può dimenticare che la scomunica comminata due secoli fa si spiegava in un cotesto di lotte religiose, né che la Chiesa, pur attendendo da una parte alla riforma del Diritto Canonico per riesaminare la sua legislazione penale, lascia tuttavia intendere che la scomunica non è operante e non può riguardare se non una loggia che agisca espressamente contro l’esistenza e la missione della Chiesa”.

La posizione anticipata dall’arcivescovo di Marsiglia e dal prefetto della Congregazione trovò puntuale conferma nel nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, dove il canone 2335 fu così modificato:“Chi dà il nome ad una associazione che complotta contro la Chiesa, sia punito con una giusta pena; chi poi tale associazione promuove o dirige sia punito con l’interdetto” (canone 1374). Ogni riferimento alla Massoneria veniva dunque tolto. Il nuovo testo fu approvato a larga maggioranza, ma con il voto contrario fra gli altri del cardinale Ratzinger.

La lettura del testo appare chiara: una “giusta pena”, e non necessariamente la scomunica, va comminata a chi complotta contro la Chiesa. Ne consegue che, se un’istituzione massonica non agisce contro la Chiesa, i suoi associati non solo non sono scomunicati ma neppure soggetti a “giusta pena”.

Il nuovo Codice, promulgato il 25 gennaio 1983, entrava in vigore il 26 novembre dello stesso anno. Lo stesso 26 novembre tuttavia,a Congregazione per la Dottrina delle Fede, presieduta non più da Seper ma dal cardinale Ratzinger, pubblicava una dichiarazione contenente un’interpretazione restrittiva del nuovo canone:

“…Rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro princìpi sono sempre stati considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione rimane proibita.

I fedeli che appartengono ad associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione”…

Fermo restando che anche in questo caso non si trattava di scomunica in senso di diritto, ma di proibizione ad accedere all’eucarestia, l’interpretazione della Congregazione si discostava dal Codice, introducendo motu proprio un elemento di novità e cioè che sarebbero gli stessi principi massonici incompatibili con la dottrina cristiana, a prescindere dunque dall’ostilità o meno delle logge verso la Chiesa.

 

3.

In un articolo apparso sull’Osservatore Romano del 23 febbraio 1985 si spiegavano le ragioni della nuova dichiarazione, che possiamo sintetizzare in due punti:

1) il cristiano non può esprimere il suo rapporto col Creatore attraverso forme simboliche di due specie, quelle cattoliche e quelle massoniche.

2) la fraternità massonica, pur non essendo necessariamente relativistica, possiede in sé una forza relativizzante.

In un articolo apparso su El Pais il 10 marzo 1985, tradotto in Italia dalla rivista Hiram, Josè Benimeli faceva notare che sarebbe stato più corretto parlare di incompatibilità con la dottrina cattolica e non con quella cristiana, dal momento che molti vescovi anglicani, ortodossi e luterani risultavano iscritti alla Massoneria senza ravvisavi alcuna incompatibilità con la loro fede. L’iniziativa di Ratzinger appariva senza precedenti nella storia della Chiesa perché “prima di esser nominata e costituita la commissione pontificia di interpretazione del Codice, anticipava posizioni restrittive, facendo dire al Codice ciò che in nessun modo in esso è contenuto”.

La Congregazione infatti, di fronte alla constatazione che ormai la Massoneria non poteva più essere accusata di complottare contro la Chiesa, motivava per la prima volta il divieto con questioni di incompatibilità dottrinale.

Questa posizione della Congregazione non pare tuttavia tener conto dei veri princìpi a cui si ispira la Massoneria.

Per quanto riguarda l’obiezione 1), è facile infatti replicare che nella Massoneria il rito non costituisce una sorta di liturgia alternativa né un atto sacro, ma un percorso filosofico che, insieme con i simboli, attiene ad una sfera di perfezionamento interiore, morale e sapienziale. Dov’è dunque l’interferenza?

Per quanto riguarda l’obiezione 2), si deve osservare come la Massoneria spinga al dialogo fra le religioni, senza alcuna intenzione di porsi come religione universale sincretica. Essa si propone infatti come metodo filosofico di perfezionamento della persona, che opera su un piano diverso rispetto a quello della fede. Non esiste un Dio massonico, i cui caratteri derivino da un accostamento sincretico di varie visioni religiose. La Massoneria si limita a chiedere ai suoi adepti di credere in un principio divino, lasciando alle religioni il compito di disegnarne il volto. Essa cioè non entra nel merito del credo dei suoi associati, non giudica se una religione sia migliore di un’altra, ma tutte le rispetta allo stesso modo, lasciando ciascuno libero di ritenere la propria come più vicina alla Verità. Proprio per il rispetto che si deve ad ogni fede, nelle logge è vietato discutere di religione.

L’unica cosa che la Massoneria non ammette è l’ateismo.

Il rispetto non implica relativismo: la Massoneria non chiede ai suoi adepti di porre la propria fede sullo stesso piano delle altre, ma di rispettare la strada verso Dio che ciascuno ha scelto, per convinzione o per tradizione. Si tratta di cosa ben diversa dal relativismo.

Il cattolico che entri in Massoneria resterà dunque tale. Nella loggia dialogherà con l’ebreo, con il musulmano e perfino con l’agnostico che gli siedono accanto, i quali a loro volta potranno restare fedeli alla propria tradizione religiosa ed alle proprie convinzioni. Nella Massoneria egli troverà un luogo dove lo scambio libero e aperto delle idee contribuisce alla crescita della persona, dove le uniche regole sono la tolleranza ed il rispetto reciproco, dove si insegna a liberarsi da ogni preconcetto e da ogni tentazione di integralismo. E non si comprende perché da questo metodo di perfezionamento filosofico i cattolici debbano autoescludersi.

 

4.

Dimenticando o ignorando tutto questo, per la Congregazione i Massoni restano tuttora in stato di peccato grave e non possono accedere al sacramento dell’eucarestia.

Ma l’encicicla “Ecclesia de Eucharestia”, emanata successivamente al pronunciamento della Congregazione da Giovanni Paolo II, al punto 37 afferma:

Se poi il cristiano ha sulla coscienza il peso di un peccato grave, allora l’itinerario di penitenza attraverso il sacramento della riconciliazione diventa via obbligata per accedere alla piena partecipazione al sacrificio eucaristico. Il giudizio sulla stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza”.

Aggiunge l’encicicla che solo nei casi di  comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa” e respingere dal sacramento quanti “ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto”.

L’appartenenza alla Massoneria non appare un comportamento contrario alla morale, perché i principi massonici sono in questo senso molto rigidi. Come è noto, i massoni devono essere persone di “buoni costumi”.

L’enciclica sembra dunque superare l’interpretazione della Congregazione affermando che “il giudizio sullo stato di grazia spetta solo all’interessato”: ne deriva infatti, come conseguenza logica, che non può essere un organo della Chiesa a stabilire cosa sia o non sia per la coscienza individuale “peccato grave”. Cosicché il cattolico che sia iscritto alla Massoneria e che non ravvisi in essa alcun elemento di ostilità alla Chiesa, né alcun ostacolo alla manifestazione della propria fede, né la diffusione di principi contrari alla fede, può a buona ragione ritenersi in stato di grazia ed accedere all’eucarestia con serena coscienza.

D’altra parte, Cristo stesso nel Vangelo di Marco afferma: “Chi non è contro di noi è per noi!” (Mc.9,40).

Mi sembra dunque che il testo del nuovo Codice di diritto canonico sia aderente al Vangelo, l’interpretazione che ne dà la Congregazione un po’ meno.

Nonostante una posizione apparentemente così rigida, la Congregazione non ha inteso comunque disconoscere gli sforzi di chi, opportunamente autorizzato, porti avanti il dialogo con la Massoneria. Ben venga dunque questo dialogo, ma da ambedue le parti, perché non dimentichiamo che anche nelle obbedienze massoniche sono molte, troppe, le voci contrarie ed arroccate su posizione obsolete di un anacronistico esasperato laicismo anticlericale.

 

5.

Il dialogo fra Chiesa e Massoneria rappresenta una necessità dei prossimi difficili tempi, perché entrambe sono accomunate dalla difesa dei valori tradizionali, di fronte ad una dilagante decadenza dell’etica e della coesione sociale; perché è comune ad entrambe l’invito alla tolleranza, al rispetto ed al confronto, come strumenti irrinunciabili per dirimere le controversie fra i popoli, come armi efficaci contro il dilagare dell’integralismo e del totalitarismo. Troppi oggi usano la bandiera delle religioni per fini economici o di potere. Come non ricordare per esempio agli integralisti dell’Islam le belle parole del Corano: “Vi ho creato in nazioni e tribù, in modo che vi poteste conoscere e fare amicizie, non perché restaste tronfi nella vostra tradizione”? La Massoneria è in grado di offrire alle persone di buona volontà un luogo di incontro aconfessionale e perciò al di sopra di ogni sospetto di partigianeria.

Ritengo che la Chiesa dovrà prima o poi riconoscere il valore di un’Istituzione dove si realizza quel dialogo, che lo stesso Benedetto XVI ha auspicato più volte nel mese di gennaio del 2010, sia nei confronti dei fedeli delle altre religioni che degli stessi atei. Da questo dialogo proprio la Massoneria, che ne è propugnatrice, non può rimanere esclusa.

Forse alcuni nella Chiesa temono che l’anima laica della Massoneria finirebbe col fagocitare la fede dei cattolici che vi aderiscano. Se così fosse allora quella fede non sarebbe né sincera né vera. Ritengo invece che un consistente ingresso di cattolici contribuirebbe a ricondurre anche le logge più laiciste nell’alveo da cui sono scaturite, quello di un cristianesimo esoterico, luogo naturale di dialogo e di confronto fra le religioni e con lo stesso ateismo.

 

6.

La fedeltà alla Chiesa non mi impedisce dunque di provare simpatia e totale comprensione per quei fratelli cattolici che aderiscono ad una istituzione massonica e, in retta coscienza, si accostano all’eucarestia. E’ nell’“Ecclesia de Eucharestia” che trovano infatti un’ampia giustificazione.

Questi fratelli devono sentirsi impegnati ad operare perché all’interno della Massoneria tolleranza e dialogo, che sono valori massonici, prevalgano sempre su ogni forma di integralismo laico, dalla quale ancora troppi massoni sono tentati. E’ loro compito sovrastare la voce di coloro che, anacronisticamente, propongono un falso laicismo anticlericale. E’ loro compito esaltare le radici cristiane di un’Istituzione che apre i suoi lavori sul libro aperto del Vangelo secondo Giovanni.

Per parte mia, la fedeltà alla Chiesa mi consente di esprimere liberamente e a pieno titolo la mia voce al suo interno e di operare con le uniche armi che posseggo, quelle della parola e della penna, per sensibilizzare i cattolici di buona volontà e rimuovere i sospetti e le diffidenze ingiustificate che troppo spesso hanno nei confronti dei massoni. So che in questo modo mi attirerò l’inimicizia di molti, sia da parte di massoni che oggi mi guardano con simpatia per i miei scritti, sia e soprattutto da parte di chi nella Chiesa non ama la libertà di coscienza. Ma è proprio la coscienza che mi impone di lavorare per il dialogo fra la nobiltà dell’Istituzione massonica e la sacralità della Chiesa cattolica. Non dubito che un giorno quest’ultima, come ha fatto sul Non expedit, muterà il proprio pensiero e toglierà le proibizioni verso la Massoneria.

Mi piace, in conclusione di questa riflessione, ricordare quale impulso per il dialogo fra Cattolici e Ortodossi abbia rappresentato il massone patriarca Atenagora, nei cui confronti Giovanni XXIII e Paolo VI dimostrarono tanta apertura e stima. E’ questa la strada da seguire, soprattutto oggi che da ogni parte le posizioni politiche e religiose sembrano radicalizzarsi e l’integralismo incombere con un velenoso respiro satanico.

Lo zodiaco e l’artista

February 12th, 2010


Ho ricevuto dall’amico don Bernardo, dei monaci olivetani di San Miniato al Monte, una bella lettera su un evento dell’artista Marco Bagnoli, il quale intrpreta in modo sicuramente affascinante l’antico simbolismo della basilica. la propongo integralmente.

“Fino alla fine del mese di febbraio, ad eccezione della domenica mattina, nella navata centrale della nostra Basilica, proprio in corrispondenza del riquadro dello zodiaco, è possibile ammirare una splendida installazione di uno dei più significativi artisti europei, Marco Bagnoli, ormai da decenni attivo sulla scena internazionale con notevoli e ammirati interventi in diversi musei, spazi urbani, contesti religiosi e paesaggistici.
La presente esposizione del lavoro di Marco Bagnoli si inserisce in una più ampia iniziativa promossa dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato in collaborazione con la Sovrintendenza speciale per il Polo Museale di Firenze e denominata «ALLA MANIERA D’OGGI. BASE A FIRENZE. OTTO ARTISTI CONTEMPORANEI IN UN PERCORSO STORICO-MUSEALE». A me pare evidente come questa iniziativa si debba considerare quale un recentissimo capitolo di quella secolare ed irrinunciabile «collaborazione» e «amicizia» fra la Chiesa e gli artisti, così come si esprimeva nel lontano 1964 papa Paolo VI. E agli artisti, in chiusura del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre 1965, lo stesso papa Paolo indirizzava queste ispirate parole, recentemente ricordateci da Benedetto XVI: «A voi tutti la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici!». E ancora: «Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani… Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo».
Siamo dunque grati a Marco Bagnoli che ha arricchito di senso, di bellezza e di mistero la nostra Basilica, i suoi raffinati simbolismi, i suoi ponderati orientamenti cosmologici, innalzando 5 misteriose anfore in legno e alabastro che disposte su quella mirabile raffigurazione del microcosmo che è il nostro zodiaco musivo, lasciano sgorgare, con estrema suggestione, antiche melodie gregoriane, raccolte e mescolate da Giuseppe Scali con altri suoni, di carattere quasi ancestrale, ctonî e terragni. Su una di essa, quella in alabastro, si posa radente una fascio di luce dorata a raffigurare un essenziale e stilizzato Noli me tangere.
Non ho certo competenza e sensibilità adeguate per decrittare come si dovrebbe la notevole portata anche semantica, oltreché formale, dell’installazione di Marco Bagnoli, proviamo dunque ad ascoltare la sua parola che in una sua lettera assai evocativa ci fornisce una sorta di affascinante viatico, assai necessario per meglio comprendere e apprezzare il suo lavoro:

caro Bernardo
ora per me si tratta di deporre cinque nuovi vasi sulla ruota dello zodiaco al centro del pavimento marmoreo della Basilica.
e il quinconce è la  prima idea.
la chiesa è decorata secondo questo motivo geometrico,
che rappresenta le quattro direzioni
dello spazio e il centro.
ma v’è di più nel luogo.
la porta si apre su un nord simbolico, indicato sullo zodiaco dal capricorno.

Ma se la porta viene nominata come Janua Coeli, il nord vero guarda l’acquario e indica una torsione su di
sé, forse a caso la nostra nuova era?
Quella torsione da un simbolo a un essere crea un campo di apertura nella soglia  e conferisce una forza
dinamica al quinconce dei vasi.мека мебел
L’ho immesso in una spirale sferica a partire dal centro, anch’esso
spostato verso la circonferenza.
L’ultimo vaso dei cinque insiste sul settentrione vero in corrispondenza
con l’acquario all’alzata del sole;
è in alabastro bianco sonoro e in luce.

Un’ombra bianca lo abbraccia.

E’ il profilo del noli me tangere, lo stilita della
processione dei magi, figura cara
che indica il cielo.

Ora non è che un colpo di luce che si dilunga in diagonale a toccare
l’altare
…che resta irraggiungibile…
allora lo dissi:  pietra scartata dai muratori.

Qui s’invera il canto e invoca la profezia
sulla ruota del vasaio che riduce in polvere il vaso orribile.

Sul mio sonovasoro invece s’intrecciano profili asimmetrici impossibili agirare sul tornio, ma sì sulla ruota dello zodiaco a cui è imposta la svolta.

Gli altri quattro sono in legno intarsiati come vedi sugli
equinozi e i solstizi e muti in attesa.
Vasi comuni sottoposti alla forma, abbandonati come dervisci alla danza
del cielo sulla terra, per amore rotanti nelle mani dell’amato.

OPUS SUPER ROTAM

marco”

Ecco, questo è quanto. La basilica in realtà si rivolge non al nord, ma al sud est, il solstizio di inverno, dal quale irromperanno i raggi del Sol Invictus. Eppure Marco ha intuito molto dell’antico simbolismo cosmico e qualla frase di chiusura, OPUS SUPER ROTAS, ha un’affinità che non è solo semantica col celebre e misterioso palindromo: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS.

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la Chiesa e l’obbedienza

February 5th, 2010


Su La Repubblica del 4 febbraio 2010 è apparso un articolo di Vito Mancuso, del quale riporto ampi stralci perché fa davvero riflettere. Riferendosi alla denuncia del papa, “dalla tentazione della carriera e del potere non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di governo nella Chiesa”, prosegue Mancuso:

 

Siamo in un mondo che è preda di una devastante crisi morale. Le anime dei giovani sono aggredite dalla nebbia del nichilismo.Parole come bene, verità, giustizia, amore, fedeltà, appaiono a un numero crescente di persone solo ingenue illusioni. La missione morale e spirituale della Chiesa è più urgente che mai. E invece cosa succede? Succede che la gerarchia della Chiesa pensa solo a se stessa come una qualunque altra lobby di potere…

Oggi molto più di ieri il criterio decisivo per fare carriera all’interno della Chiesa non è la spiritualità e la nobiltà d’animo ma il servilismo, e la dote principale  richiesta al futuro dirigente ecclesiale non è lo spirito della profezia e l’ardore della carità, ma l’obbedienza all’autorità sempre e comunque….

Che cosa concludere allora? Che è tutto un imbroglio?No, il messaggio dell’amore universale per il quale Gesù ha dato la vita non è un imbroglio. L’imbroglio e gli imbroglioni sono coloro che lo sfruttano per la loro sete di potere, per la quale hanno costruito una teologia secondo cui credere in Gesù significa obbedire sempre e comunque alla Chiesa.

Secondo l’impostazione cattolico – romana venutasi a creare soprattutto a partire dal concilio di Trento la mediazione della struttura ecclesiastica è il criterio decisivo del credere….Ne viene che il baricentro spirituale dell’uomo di Chiesa non è nella propria coscienza, ma fuori di sé, nella gerarchia. I principi non negoziabili non sono dentro di lui ma nel volere dei superiori…

Il messaggio di Gesù però è troppo importante per farselo rovinare da qualche personaggio assetato di potere della nomenklatura vaticana. Una fede matura sa distaccarsi dall’obbedienza incondizionata alla gerarchia e se vede bianco dirà sempre che è bianco, anche se è stato stabilito che è nero. Né si presterà mai ad intrighi di sorta per il bene della Chiesa.

La vera Chiesa infatti è molto più grande del Vaticano e dei suoi dirigenti, è l’Ecclesia ab Abel, cioè esistente a partire da Abele in quanto comunità dei giusti. In questa Chiesa quello che conta è la purezza del cuore, mentre non serve a nulla portare sulla testa curiosi copricapo tondeggianti, rossi o bianchi che siano”.

 

Sono parole belle e in larga parte condivise, ma attenzione: la chiesa ab Abel, quella dei giusti, è la chiesa dell’umiltà. L’obbedienza è una necessaria forma di umiltà. La Chiesa cattolica si fonda sull’obbedienza, che è figura a sua volta dell’obbedienza della Chiesa verso Cristo. Ma l’umiltà non implica il silenzio.

Obbedienza e umiltà non significano infatti abdicazione della coscienza: se vedo bianco dico che è bianco, anche se la Chiesa mi dice che è nero, perché la coscienza e la verità che viene da Cristo così mi impongono. Dissento ma rimango nell’obbedienza. La mia voce servirà alla Chiesa per riflettere e per riconoscere il bianco dal nero, se non subito, quando il tempo sarà giusto e perfetto. Perché umiltà significa attendere i tempi dello Spirito, che opera in modo misterioso e con vie e tempi che non sono i nostri. Se non crediamo nell’azione dello Spirito, di cui siamo parte, inutile essere Cristiani.

La Chiesa ha bisogno oggi più che mai di profeti anche inconsapevoli, di voci che al suo interno si levino per richiamare il popolo e i suoi pastori al giusto cammino. Perché la gerarchia ecclesiale è fatta di uomini, nessuno escluso, e gli uomini sbagliano e sono deboli.  La fede in Cristo non è fede nella gerarchia di Roma: essa comporta il dovere profetico di aiutare con amore fraterno anche la gerarchia, indicandole senza timore dove riteniamo che sbagli. Non dimentichiamo mai la figura profetica ed umile di San Francesco, diventato pietra d’angolo della Chiesa, proprio rimanendo nell’obbedienza. E come pilastro angolare del possente edificio della Gerusalemme Celeste lo raffigurò Giotto, nell’affresco della spogliazione della Cappella Bardi in Santa Croce di Firenze.

 

 

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Le onde

January 23rd, 2010

Siamo come le onde che si sollevano dalla superficie del mare. Pur acquistando individualità e personalità, rimangono sempre parte del mare, nel quale dopo una breve esistenza individuale si reimmergono. E’ un’esistenza forse effimera, ma cosa c’è di più bello dell’onda che si solleva e frange impetuosa, spandendo gocce come gemme fra i raggi del sole? E di continuo il mare, sotto la spinta del VENTO, dà vita a nuove onde e nuove onde e nuove onde che sono formate della stessa acqua delle prime…
Il vento è lo Spirito che aleggia sulle acque dell’abisso primordiale (Gn.1,2), musica e voce della divina Sophia. Ma il mare è Sophia stessa…

Presentazione

January 18th, 2010

Venerdi 22 gennaio alle ore 17, presso la Sala delle Adunanze dell’Accademia delle Arti del Disegno, in Firenze, via Orsanmichele 4,

presentazione

 

del libro di Renzo MANETTI

 

Il Velo della Gioconda.
Leonardo segreto”

Polistampa, 2009

 

Interverranno:

 

Alessandro Vezzosi, direttore del Museo Ideale di Vinci
Luigi Zangheri, presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno

L’Autore, Renzo Manetti, illustrerà il suo studio con l’ausilio di immagini.

 

Per informazioni sul contenuto del libro, si può consultare sia la scheda relativa nella Sezione Libri di questo sito,
sia il post “Le due Gioconde” dell’11 dicembre.

 

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Clandestini o persone?

January 13th, 2010

La violenza di Rosarno è un campanello di allarme che non deve essere sottovalutato. Siamo seduti su una bomba a tempo, che prima o poi è destinata ad esplodere se non la disinneschiamo. Mi spiego, partendo da alcune considerazioni semplici semplici.
1.    E’ giusto cercare di bloccare l’immigrazione clandestina, ma sappiamo tutti che la cosa è impossibile, possiamo solo limitarla.E’ giusto espellere chi è entrato senza permesso, ma sappiamo che è impossibile farlo con tutti.
2.    Ne consegue che clandestini in Italia ci sono e ci saranno.
3.    La legge impedisce a queste persone di lavorare e di essere alloggiate in una casa, perché la si sequestra al proprietario. Il figlio di un clandestino può andare a scuola ma non può abitare in una casa. Il regolare che perde il lavoro diventa addirittura clandestino se non lo ritrova subito. Siamo più teneri con gli animali randagi che con un immigrato irregolare, come se questi non fosse una persona che ha fame sete freddo, paura, sentimenti….
4.    Ne consegue che avremo masse sempre più numerose di “paria”, relegati fuori della società, senza diritti, inevitabile preda di sfruttatori senza scrupoli o della malavita. Per sopravvivere diventeranno perciò prima o poi schiavi o delinquenti (o entrambe le cose). In alternativa la disperazione condurrà alla rivolta, basta solo che qualcuno li organizzi.
5.    La repressione pura e semplice è possibile? La storia insegna che dove c’è disperazione non c’è repressione che tenga: la violenza esplode.
6.    Dunque è necessario e urgente modificare la legge italiana, lasciando da parte demagogia e xenofobia e partendo da due punti che sono imprescindibili.
6.1    Chi è in Italia, regolare o clandestino, se trova un lavoro deve essere lasciato libero di lavorare (ovviamente non a “nero” ma con contratto e pagando tasse e contributi). Fermo restando che chi è trovato senza lavoro deve essere espulso.
6.2    Non si può criminalizzare chi ospita un clandestino per solidarietà umana, né chi gli affitta un alloggio decente. Dobbiamo solo pretendere che le condizioni igieniche siano rispettate e che non si speculi vergognosamente sui più deboli, siano questi lavoratori stranieri o studenti italiani fuori sede.

Qualcuno sa suggerire altre soluzioni che non siano pura demagogia?

Inno alla Vergine

December 30th, 2009

Mi piace chiudere questa fine anno 2009 con l’inno alla Vergine di San Bernardo, che conclude la Divina Commedia di Dante (Par. XXXIII, 1-21).

“Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’Amore,
per lo cui caldo ne l’eterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra i mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande  e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua distanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità pur non soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate”.

Ventuno  versi  compongono la preghiera di San Bernardo. Dante fa largo uso del simbolismo dei numeri. In questo caso si tratta di un numero davvero speciale: ventuno è il prodotto del tre col sette, che rispettivamente rappresentano il principio creatore e la creazione.
Quando il Tre si moltiplica col Sette, si ottiene il Ventuno, che rappresenta la Parola creatrice che si congiunge con la sua Opera, il ritorno  del tutto al principio da cui proviene.
La Gerusalemme Celeste appare al ventunesimo capitolo dell’Apocalisse. Maria è questa Gerusalemme Celeste, l’immagine della terra paradisiaca che aspetta il nostro ritorno.
E’ forse solo un caso che un’antica tradizione dei maestri muratori medievali colleghi alle tre tavole del Graal proprio il numero Ventuno?
E’ solo una coincidenza che questo nostro secolo sia il ventunesimo dall’Incarnazione della Parola?
Le coincidenze non esistono, come non esiste il caso. Esistono solo Segni che costituiscono irruzioni dell’invisibile nella nostra esistenza, attraverso i quali comprendere il ritmo nascosto che ci guida.