Ancora sulla morte
Friday, October 10th, 2008La morte e la vita sono sorelle, anzi sono la stessa cosa, i due aspetti di uno stesso volto. La pianta muore per far crescere i polloni, l’uomo per far posto ai figli. Non potrebbero esserci nascite se non ci fossero morti.
Qual è allora il significato della nostra esistenza? Si dice che ogni uomo ha un compito specifico per assolvere il quale è messo al mondo. In realtà non è vero, perché questo compito è comune a tutti, pur nella diversità di carismi e di capacità: semplicemente partecipare al mistero della vita che continuamente si rinnova.
E’ questo forse il senso profondo del famoso palindromo dell’antichità, il SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, che nella magia di una frase che si legge allo stesso modo in ambedue i versi è immagine vibrante della vita che si riavvolge come una spirale perenne.
Ma all’uomo è dato qualcosa di più rispetto alle altre manifestazioni della vita, perché egli è tramite fra la materia e lo spirito, come ho scritto nel post sul pulpito di San Miniato. Nel programma antico del cosmo gli è stato assegnato il compito di custodire la vita sulla terra, di governare il principio armonico che la regola perché non si inceppi. Così è scritto nella Genesi e così è in modo inequivocabile. Noi dunque non solo partecipiamo al processo vitale, ma siamo i servi ed i guardiani del motore che lo spinge. Quando dimentichiamo questo ruolo distruggiamo noi stessi.
Il corpo dunque si dissolve perché un altro rinasca, ma la mente, questa pura energia che stilla dalle profondità intelligenti del cosmo, come può sparire? Einstein insegna che l’energia non scompare, ma cambia stato e forma. Quale stato assumerà la possente energia del nostro pensiero?