Archive for the ‘Simboli’ Category

Essoterico ed esoterico

Thursday, September 2nd, 2010

Il primo Imam, Ibn Abi Talib, secondo i suoi biografi, disse:

“Vi è un’immunità che preserva la Profezia dall’essere profanata. Il fatto che la gente comune la intende solo in senso letterale, essoterico” .

Leonardo e San Miniato

Tuesday, July 20th, 2010

Leonardo dipinse la sua Annunciazione per il monastero olivetano di San Bartolomeo a Monteoliveto, di Firenze. Era dunque in contatto con i Monaci Olivetani, insediati anche nella basilica di San Miniato.

Antonio Natali, direttore della Galleria degli Uffizi, nel corso di una visita privata alla galleria, ha fatto ieri un’osservazione di estremo interesse riguardo alla Natività che Leonardo aveva dipinto per il convento di San Donato in Scopeto. Sullo sfondo si scorgono imponenti rovine, colonne, archi e scale. Ma, osserva Natali, ad un’osservazione attenta, su queste rovine si scorgono operai al lavoro. Dunque è in atto una ricostruzione di ciò che è rovinato. Si tratta del Tempio che viene ricostruito dopo la sua distruzione; e questo Tempio, come è facile indovinare, è simbolo del Cristo che nasce.

E qui viene la cosa interessante. Le due scale che salgono sui ruderi, per posizione e tipologia,  sono identiche a quelle che in San Miniato al Monte salgono dalla navata al coro; anche il numero dei gradini è uguale, sedici. Leonardo rappresenta un edificio su due livelli, sostenuti da possenti arcate e pilastri, idealizzando così la reale conformazione della basilica.  

Per Leonardo San Miniato al Monte è immagine del Tempio celeste. Egli era dunque consapevole della simbologia esoterica che riconduceva l’architettura della basilica, attraverso la magia del numero e della proporzione, al suo modello eterno.

Grazie, Antonio Natali, per un’intuizione così brillante.

 

nativita.jpg

Un universo intelligente

Monday, June 28th, 2010

Il cervello umano funziona in base a stimoli elettrici, entrando dunque in connessione con un’energia che tutto pervade. Elettricità, elettromagnetismo, energia luminosa…sono tutte manifestazione di una medesima forza che crea la vita e continuamente la modifica e la rinnova. Non c’è manifestazione dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo che non scaturisca da questa energia. Einstein cercava la teoria che permettesse di riconoscere il funzionamento di questa unità, che la sua mente intuiva.

L’intelligenza è un miracolo o una manifestazione di questa energia? Gli animali sono intelligenti, forse anche le piante, l’uomo lo è in modo singolare e certamente superiore. Ma l’intelligenza umana, per quanto singolare, non è un miracolo:  sarebbe presuntuoso affermarlo. Essa scaturisce ed è parte dell’energia che tutto muove. La presenza in noi dell’intelligenza è perciò la dimostrazione che anche nel macrocosmo esiste un’intelligenza analoga. Tutto il cosmo è manifestazione di un’energia intelligente. Il cosmo è cioè una Mente.

Fin dall’antichità l’uomo ha intuito la somiglianza della propria mente con questa Mente universale. Platone diceva che il mondo ha un’Anima. L’esoterismo persiano sostiene che il Mondo è un angelo. Siamo parte di un tutto che è intelligente, non un’energia amorfa, casuale, meccanica, ma una Mente al cui interno tutto si muove con coerenza e progetto. Come recita l’antico Libro della Sapienza: “Tutto hai disposto con misura, numero e peso“.  Chiamiamo questa energia intelligente Dio, chiamiamola Grande Architetto dell’Universo, chiamiamola Essere Supremo, chiamiamola Legge Cosmica, non ha importanza. Ciò che conta è la consapevolezza di un’Intelligenza della quale l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo sono espressione, della quale l’intelligenza umana è somiglianza, posta al centro fra i due mondi, il Macrocosmo e il microcosmo.

Questa Mente ha con tutta probabilità emanato intelligenze simili a quella umana anche in altre parti del cosmo, come onde che si levano improvvise dalla superficie inquieta e mobile di un’energia perenne. Così anche nella sfera degli uomini ha emanato intelligenze a Lei più legate, che spesso abbiamo definito “profeti”. Ma fra tutte una è la più singolare ed a Lei più simile: il Figlio dell’Uomo.

La mente ha la capacità di accrescere la propria energia, attingendo alla Madre che la nutre. Basta che sappia riconoscere da Chi viene il nutrimento e la vita e volgersi a Lei/Lui con Amore.

Perchè il ritmo dell’energia mentale universale è quella immensa forza attraente che chiamiamo Amore.

Templari ieri ed oggi

Wednesday, June 16th, 2010


Ho scritto questa nota come indicazione storica e programmatica da fornire a coloro che chiedono  l’investitura nel Prioratus Templi Hierosolimitani Mik’aelis (PTHM), del quale mi onoro di far parte, come Precettore.

 

tomar.JPG

 

1. Chi erano i cavalieri del Tempio?

 

Gerusalemme era stata conquistata il 14 luglio del 1099. Nell’incerta sicurezza del Regno di Gerusalemme, un gruppo di nove cavalieri guidati da Hugo di Payns aveva offerto al re Baldovino di consacrarsi alla difesa della Terra Santa e delle sue strade. Il re aveva loro concesso come dimora le antiche stalle di Salomone, sulla spianata del Tempio. Questo è il racconto della nascita dell’Ordine, lasciato da Giacomo di Vitry, vescovo di Acri, nel XIII secolo:

Alcuni cavalieri armati da Dio e ordinati al suo servizio rinunciarono al mondo e si consacrarono a Cristo. Con voti solenni,pronunciati davanti al patriarca di Gerusalemme, si impegnarono a difendere i pellegrini contro i briganti e predatori, a proteggere le strade e a fungere da cavalleria del re sovrano. Essi osservano la povertà, la castità e l’obbedienza, secondo la regola dei canonici regolari. I loro capi erano due uomini venerabili, Ugo di Payns e Goffredo di Saint Omer. All’inizio solo nove presero una così santa decisione, e per nove anni servirono in abiti secolari e si vestirono di quel che i fedeli davano loro in elemosina. Il re, i suoi cavalieri e il signore patriarca provarono grande compassione per questi uomini nobili che avevano abbandonato tutto per Cristo, e donarono loro alcune proprietà e benefici per provvedere ai loro bisogni, e per le anime dei donatori. E, poiché non avevano chiese o dimore di loro proprietà, il re li alloggiò nel suo palazzo, vicino al Tempio del Signore. L’abate e i canonici regolari del tempio diedero loro, per le esigenze del loro servizio, un terreno non lontano dal palazzo e, per questa ragione, furono chiamati più tardi, templari”.

Questo racconto, seppure scritto a distanza di tempo dalla fondazione dell’Ordine, è significativo. Ci conferma infatti che i templari avrebbero inizialmente seguito la regola dei canonici del Santo Sepolcro e cioè quella agostiniana e non la benedettina. Pone inoltre l’accento sul fatto che i cavalieri originari sarebbero stati nove ed avrebbero per nove anni servito il re in abiti secolari. Anche Guglielmo di Tiro dice:

Impegnatisi da nove anni in questa impresa, non erano più di nove…”.

I nove anni sarebbero quelli intercorsi fra la fondazione del 1119 ed il concilio di Troyes del 1128, quando l’Ordine fu ufficialmente riconosciuto dal papa e ne ricevette la nuova regola. Nel riconoscimento e nella redazione della regola, fu determinante l’apporto di Bernardo di Chiaravalle.

In realtà ci sono dubbi che in cavalieri iniziali fossero solo nove e che l’ordine sia stato effettivamente fondato nel 1119: Michele il Siriano parla infatti di trenta cavalieri, che è un numero più credibile. Quando Hugo di Payns si recò in Francia nel 1127 per ricevere la regola era accompagnato da altri cinque compagni, ed è improbabile che egli avesse lasciato per la difesa della Terra Santa solo tre cavalieri. Sorge quindi legittimo il sospetto di trovarsi di fronte a racconti simbolici, e che i Templari abbiano a posteriori voluto associare alla fondazione dell’ordine il sacro numero nove.

Dopo la consacrazione del concilio, l’ordine si consolidò ed estese i propri compiti all’assistenza sulle vie di pellegrinaggio che in occidente conducevano ai porti di imbarco per la Terra Santa. I cavalieri offrirono un contributo determinante anche alla crociata contro i mori della penisola iberica, e si insediarono in modo stabile in Spagna e Portogallo.

Nel giro di pochi decenni essi erano diventati una potenza economica e militare tale da suscitare sospetti e, come scrissero i cronisti dell’epoca, da eccitare la cupidigia di molti. Quando il Regno di Gerusalemme fu perso e, uno alla volta, caddero anche gli ultimi fortilizi oltremare, sembrò che la ragione di essere dell’ordine fosse venuta meno. Essendo la loro una fraternità che rispondeva direttamente al pontefice, non soggetta ai sovrani degli stati in cui erano insediati, la potenza dei Templari apparve troppo ingombrante. In particolare il re di Francia, Filippo il Bello, cercò senza successo di ridurre l’indipendenza dell’ordine proponendone la fusione con quello degli Ospedalieri.

Nel 1303 i templari furono costretti ad abbandonare l’ultimo lembo di Terra Santa che ancora occupavano, un isolotto arido di fronte a Tortosa. Già nel 1305 cominciarono a circolare voci relative ad una loro presunta eresia, delle quali il re di Francia si fece subito interprete. Il resto è noto: nel 1307 il Gran Maestro, Jacques de Molay era giunto a Parigi per presiedere il capitolo generale. Il re colse l’occasione per ordinare in grande segretezza l’arresto suo e di tutti gli altri cavalieri, che fu eseguito contemporaneamente in ogni parte del regno. Si aprì così un estenuante braccio di ferro fra il re ed il pontefice, Clemente V, perché dal punto di vista giuridico i cavalieri erano soggetti alla sola autorità di quest’ultimo ed il re non avrebbe potuto imprigionarli. Filippo cominciò a raccogliere le confessioni dei templari, estorte con la tortura, e fra questa anche quella del Gran Maestro Jacques de Molay, usandole come strumento di pressione nei confronti del papa.

Nel 1308 Clemente V assolse i cavalieri prigionieri nella rocca di Chinon e revocò loro la scomunica. Fra questi il Gran Maestro e i più alti dignitari dell’Ordine. Filippo, vedendo profilarsi un’assoluzione dell’intero ordine, minacciò allora  di aprire un processo per eresia e stregoneria contro il defunto Bonifacio VIII, che egli aveva combattuto con durezza fino al clamoroso arresto di Anagni. Che un re si arrogasse il diritto di far giudicare l’ortodossia di un pontefice avrebbe creato un precedente inaccettabile per la Chiesa. Filippo aveva già dato prova della sua determinazione facendo arrestare e bruciare il vescovo Guichard di Troyes, accusato di stregoneria, nonostante lo stesso papa l’avesse prosciolto dall’accusa. Di fronte a queste minacce Clemente V si arrese ed istituì commissioni di inchiesta diocesane per condurre l’indagine sulla presunta eresia templare, commissioni che si costituirono nel 1309. Convocò inoltre a Vienne un Concilio per discutere della accuse rivolte all’Ordine.

Le commissioni non cominciarono il loro lavoro che verso la fine dell’anno. Il Concilio fu dunque procrastinato al 1312. Nell’Italia settentrionale la commissione fu presieduta dall’arcivescovo di Ravenna, Rinaldo di Concoregio, il quale, nonostante le pressioni papali, si rifiutò di utilizzare la tortura. Anche a Venezia i templari furono trattati con rispetto. Si trattò tuttavia di casi isolati, perché come in Francia nel resto d’Italia e nella Firenze di Dante, gli inquisitori ricorsero alle torture più brutali per estorcere improbabili confessioni.

Il Concilio si aprì nel 1310 e Filippo non esitò a mettere subito al rogo 54 cavalieri, che avevano ritrattato quanto era stato loro estorto con la tortura, e a far arrestare e sparire i loro difensori. Tutto il Concilio si svolse dunque sotto la minaccia del re.

Nonostante le molte assoluzioni avvenute là dove le commissioni non fecero uso di tortura, il papa cedette alle pressioni del re e decise di promulgare, con l’appoggio del Concilio, una bolla di soppressione dell’Ordine. Nel 1312 emanò dunque la bolla Vox in excelsis con la quale sopprimeva il Tempio. Ma si trattò di una sentenza non definitiva, come la Bolla precisa: ”non con sentenza definitiva, ma con provvedimento apostolico, noi con l’approvazione del santo concilio, sopprimiamo l’ordine dei Templari…”. I beni dell’ordine furono affidati agli Ospitalieri, che tennero sempre distinte le loro proprietà da quelle del Tempio, nel caso fossero stati un giorno chiamati a restituirle.

La vicenda templare si concluse definitivamente due anni dopo, quando il Gran Maestro ritrattò le confessioni che gli erano state estorte. Filippo immediatamente lo mandò sul rogo. Si era nel marzo del 1314. La tradizione narra che egli morì coraggiosamente, il volto rivolto verso la cattedrale di Notre Dame.

Un cronista fiorentino, Giovanni Villani, racconterà in seguito che alcuni religiosi avrebbero raccolto i resti del Gran Maestro per nasconderli come reliquie sante in un luogo sacro. Egli così suggerisce la possibilità di una continuità segreta della tradizione  e della gnosi templare anche dopo la soppressione.

 


sigillo-templare.jpg

 

2. Ci fu una dottrina segreta del Tempio?

 

E’ argomento assai dibattuto l’esistenza fra i cavalieri rossocrociati di un insegnamento segreto, iniziatico e perciò conosciuto solo dai vertici dell’Ordine. Molti indizi fanno ritenere che effettivamente questo ci sia stato. Lo pensa la studiosa Barbara Frale: “Nel Tempio erano in uso alcune tradizioni segrete, tramandate oralmente, delle quali nella normativa ufficiale non esisteva altro che un’impercettibile allusione”. Gli studi e le scoperte di Simonetta Cerrini dimostrano che in alcuni ambienti templari, ed in particolare fra i vertici, custodi della Regola dell’Ordine, si usarono pratiche magico teurgiche e ci si confrontò con la Cabbalà ebraica. Secondo la studiosa, numerosi episodi dimostrano come i Templari praticassero una tolleranza religiosa, che li portò ad insospettate convergenze con l’ebraismo e con quello stesso Islam che pure combattevano.

Robert John avanzò in un testo ormai celebre l’ipotesi di un collegamento tra la dottrina di Dante e dei poeti del Dolce Stil Nuovo con la presunta gnosi templare, producendo una messe voluminosa di indizi.Si tratterebbe di un insegnamento ad entrambi comune che, nascosto sotto il velo delle allegorie, avrebbe comunque riguardato solo una ristretta elite di cavalieri e di poeti.

La gnosi templare si sarebbe tramandata in modo segreto, come adombrato dal Villani, anche nei secoli successivi.

Ha fornito un contributo di grande interesse a sostegno di questa tesi, la Giornata fiorentina di Studi Templari promossa dal Collegium Militum Templi il 14 maggio 2010 nell’ex chiesa templare di San Jacopo a Firenze.

beauceant.jpg

 

3. Il senso di un’investitura templare oggi.

 

Ma cosa significa oggi entrare in un’istituzione post templare? Ricevere un mantello bianco, un’onoreficenza e un titolo che hanno un valore solo morale? Se fosse così non ne varrebbe la pena. In realtà significa molto di più: riproporre cioè nel XXI secolo valori e princìpi che i Templari adottarono nove secoli fa e perseguirono in silenzio per quasi due secoli di storia. Furono proprio quei princìpi che provocarono la spietata aggressione al loro ordine e ne decretarono la scomparsa violenta.

Nove secoli fa fu fondato il Tempio, verso il 1119, e tutta la sua storia fu scandita dal numero Nove: nel 1128 (nove anni dopo) ricevettero la regola nel Concilio di Troyes, nove furono i cavalieri iniziali…Il Nove è un numero mistico e sapienziale che i Templari associarono intenzionalmente alla loro vicenda. E coincidenza vuole che anche l’anno del rogo del Gran Maestro, il 1314,  sia riconducibile al Nove, che è la somma delle sue cifre. Questo nono secolo dalla fondazione assume pertanto un valore particolare per i post templari.

 

Cinque sono i valori fondamentali del Priorato di cui ci onoriamo di far parte ed ai quali deve improntare l’attività e la vita chiunque si ispiri al Tempio, non per gioco o curiosità ma per vera idealità.

 

  1. La fedeltà alla Chiesa.

I Templari erano soggetti solo al papa, non ai vescovi né al potere temporale. Questa fu la causa prima della loro rovina. Non si difesero perché in un papa sperarono fino all’ultimo. Ne furono traditi e abbandonati. Morirono da eroi, accusando un papa ma non la Chiesa, che il loro sacrificio salvò da un pericoloso scisma. Alla Chiesa rimasero fedeli fin sul rogo.

Da tutto questo consegue l’obbligo di portare nella società in cui viviamo i valori cavallereschi dell’onore e della fedeltà.

 

  1. Porre la spada al servizio della Cristianità.

Oggi l’arma di cui devono servirsi i nuovi cavalieri non è la spada, ma la Parola. Scritta, declamata, diffusa nella rete, non c’è arma più potente né più tagliente. Di questa despoti e tiranni hanno timore, più delle pistole e dei fucili. Leviamo la nostra parola in difesa dei valori cristiani, sui quali si è costruita tutta la civiltà occidentale.

 

  1. Indirizzare se stessi verso la Sapienza.

I cavalieri esplorano in libertà e retta coscienza il mondo dello Spirito, non come atto di vanità, ma come necessario cammino interiore, per rinvenire nel profondo di sé la vera cavalleria spirituale. Siano da guida le parole di Dante: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” (Inf.XXVI,118-120) Conoscenza e virtù non sono separabili, la strada della sapienza è una strada di perfezionamento della persona nella sua totalità.

 

  1. Essere fra loro solidali.

La forza di una compagine si misura sulla solidarietà e sul mutuo soccorso fra i suoi membri. Dove non c’è solidarietà le battaglie sono perse in partenza.

 

5.     Favorire il dialogo fra le culture e le religioni.

Dai quattro obiettivi precedenti, in modo solo apparentemente paradossale, scaturisce il quinto, forse il più nobile: favorire il dialogo fra le culture e le religioni.

Il dialogo non deriva da volontà di sincretismo o di relativismo, ma dal sincero rispetto degli altri cammini, consapevoli che l’Altissimo ogni giorno fa sorgere il sole su tutti i suoi figli con lo stesso amore.

I Templari combatterono per la Cristianità ma, come dimostrano i racconti di parte musulmana, nel rispetto delle altre fedi. Il dialogo culturale con l’Islam fu vivace ed i Templari furono debitori ai loro interlocutori di molta sapienza.

I Templari si rifiutarono di levare le armi contro altri cristiani e non parteciparono alla sanguinaria crociata contro l’eresia catara. Anche nei confronti dei Catari furono probabilmente debitori di conoscenza e questo favorì l’accusa che li portò alla fine. Oggi come allora i nuovi cavalieri del Tempio devono essere i promotori di dialogo, combattendo contro ogni fondamentalismo ed integralismo, da qualunque parte provenga.

Intervento di Delfo Del Bino riguardo al mio articolo su Cattolici e Massoneria

Tuesday, May 18th, 2010

Si tratta di una lettera a commento del post inserito qui alla data del 16 febbraio e pubblicato a pag.55 della  rivista il Governo delle Idee, n.86 (marzo 2010).

Caro Renzo,

complimenti per il tuo documentatissimo saggio sulla massoneria pubblicato sul n.86 del Governo delle Idee. Mi fa piacere te ne sia occupato essendo questo un argomento che merita di essere ancora affrontato, dopo i vari incontri e dialoghi che la massoneria ha tenuto con uomini della Chiesa: Padre Esposito, Padre Benimeli e lo stesso Baget Bozzo. Tutti incontri fecondi che hanno servito a chiarire quale sia l’autentico spirito della massoneria nei confronti del Mondo e delle Religioni e quale di conseguenza potrebbe essere l’atteggiamento della Chiesa nei suoi confronti.

Un mesetto fa mi ero interessato di tali aspetti, non certo in modo tanto rigoroso, ma affrontandone alcuni che a mio giudizio meritavano di essere chiariti, soprattutto quando si ha a che fare con giovani di età e di esperienza massonica.

Li trascrivo di seguito nelle parti che possono offrire una conferma e un contributo alle tesi sostenute, documenti alla mano, nel tuo saggio.

A proposito della scomunica comminata alla massoneria dal Pontefice Clemente XII e  ….

…. in base a quanto la memoria conserva su quanto di analogo è stato oggetto di mie consultazioni e riflessioni:

non solo motivazioni ideali e dottrinarie, certamente le più significative e importanti per la Chiesa, ma  con molta probabilità altre prevalentemente pratiche e di più basso profilo. Clemente XII era un Corsini, fiorentino. A Firenze, se la memoria non mi tradisce, vi era almeno un altro Corsini, il nipote cardinale Neri, buon osservatore di ciò che accadeva nella sua città . Nel 1731, i residenti inglesi a Firenze - sembra che al tempo fossero alcune migliaia - fondarono una Loggia nella quale i partecipanti erano tutti, o quasi, di religione anglicana e, in quanto tali, nemici della Chiesa di Roma. In tale Loggia entrò anche un cittadino fiorentino, Antonio Cocchi, medico di buona fama a Santa Maria Nuova e, più tardi, il poeta Tommaso Crudeli, un giovane casentinese di buona famiglia, che, dal suo palazzo di Poppi si era trasferito a Firenze e passava il tempo a scrivere poesie e a dar lezioni di Italiano ai residenti di Sua Maestà il Re d’Inghilterra. La Loggia piacque anche agli Abati di Santa Maria Novella. Si dice che in pochi mesi ne fossero entrati ben 11. Un fatto allarmante per chiunque avesse a cuore le sorti di Sacra Romana Chiesa. Inaccettabile che tanti sacerdoti cattolici si ponessero al rischio di una costante contaminazione anglicana, il “fai da te” proclamato dal ribelle, già citato, Re d’Inghilterra.

Che tali motivi pratici vi fossero e fossero determinanti, almeno in un primo momento, è provato dal fatto che Clemente XII ha sentito il bisogno di giustificare la bolla “In eminenti” di scomunica della massoneria e dei massoni, con un “per motivi solo noi noti” (o giù di lì).

Probabilmente si è anche preoccupato di eliminare una temibile concorrenza sul piano dei rapporti coi ceti più qualificati della nobiltà e della allora nascente borghesia italiana ed europea. (universalismo, eguaglianza universale, diritti umani, unico Dio creatore).

Quell’Inghilterra era divenuta ingombrante e cercava di sottrarre al Papato il potere temporale laddove sarebbe stato difficile sottrarlo sotto l’aspetto religioso e dottrinale.

Ciò che Clemente XII si tenne per sé - o preferì non dire – lo disse benissimo, come tu giustamente sottolinei, Benedetto XIV il quale, nel compiere l’atto dovuto di conferma della bolla clementina, questa volta ne dà principalmente ragione con diversi motivi. Il secondo è preceduto da una premessa che potrebbe essere anche una conclusione “Le cose oneste amano sempre la pubblica luce; le scelleratezze sono segrete”. Il terzo è “il giuramento con il quale s’impegnano ad osservare detto segreto. Il quarto motivo è che queste Società si oppongono alle Sanzioni Civili non meno che alle Canoniche”.

Per chi non si rendesse ben conto delle date, ricorderò che queste cose non sono state dette o scritte la settimana scorsa. 

Benedetto XIV è stato Papa  dal 1740 al 1758, come dire duecentosettanta ed più anni or sono!

Le cose massoniche si pongono, e non da oggi, su basi diverse. Nessun segreto se non quello iniziatico che raccoglie solo ed esclusivamente e per ciascun massone, le singole esperienze iniziatiche personali; una riservatezza che resta nei confini della privacy ed è protetta solo dalle leggi in materia; nessuna opposizione alle sanzioni civili essendo a tutti gli effetti la massoneria un’associazione non riconosciuta come lo sono i partiti politici e perciò assoggettata soltanto alla leggi dello Stato come qualsiasi altra.

A proposito di relativismo ho creduto opportuno di mettere in guardia il mio giovane interlocutore con queste parole:

Te ne sarai accorto: sei entrato, mi auguro non inavvertitamente, in un campo minato dove muoversi potrebbe esserti fatale.

Per evitare di parlare di relativismo – un termine che infastidisce non poco l’attuale Pontefice - occorre che una sola religione sia quella giusta: ciò porta a concludere che tutte le altre siano in errore. Ti faresti più nemici che amici.

Con tante religioni che ci sono già, alcune antiche o antichissime, come si fa a sentire il bisogno ci crearne un’altra che sarebbe poi  la religione della massoneria? Già perché parlare di un Dio massonico o dei massoni, significa crearne una nuova che prima non c’era (e che fortunatamente non c’è).

E’ una condizione fondamentale. E non perché i massoni siano atei. Anzi, tra i massoni non vi dovrebbero essere Atei, perché tutto quel che di buono si fa in massoneria, viene fatto per il bene dell’Umanità è “a Gloria Del Grande Architetto Dell’Universo” A.G.D.G.A.D.U.., appunto.

I massoni non hanno bisogno di un Dio particolare. Basta quello cui ciascuno di loro fa riferimento attraverso la propria religione. Quello della religione e di Dio è un problema tutto suo e, se buon massone, sarà geloso della propria scelta e non tollererà che altri gli insegnino come sia e quale sia quel Dio che egli onora.

Ma allora, dirai, che cos’è il G.A.D.U.? Semplice, basta leggere la costituzione massonica. Se vai all’art. 2 troverai che la massoneria “si raccoglie sotto il simbolo iniziatico del G.:A.:D.:U.:. Come dire che il Grande Architetto dell’Universo è un “simbolo”, ovvero e sbrigativamente, “è una cosa che sta al posto di un’altra cosa”.

Qui il discorso sui simboli diviene inevitabile.

I simboli si distinguono dai “segni”per certe loro attitudini. A ogni segno corrisponde un cero significato e solo quello. Un divieto di sosta a esempio significa ovunque la stessa cosa, e per tutti.

Il simbolo invece ha l’attitudine a modificare i suoi significati. Non significa per tutti la stessa cosa, ma per ogni soggetto  diversifica i propri significati. Un vecchio motivo musicale può suscitare  in persone diverse stati d’animo anch’essi assai diversi: momenti di gioia o di dolore a seconda della circostanza nella quale l’abbiamo udito per la prima volta, da momento, cioè, nel quale per noi il vecchio motivo musicale si è trasformarlo in un simbolo.

Il simbolo è ancora qualcosa di più: si potrebbe dire che è un oggetto che ha l’attitudine a trasformarsi in soggetto.  Col simbolo si può dialogare.

Tornando al G.A.D.U. esso altro non è che un simbolo nel quale ciascun massone riconosce l’Iddio onorato dalla religione che egli professa, qualunque essa sia: Dio personale come in quelle che hanno originato o traggono origine dalla Bibbia, o Dio impersonale come in quelle basate sui principi illustrati da Spinoza (o altri ancora).

A proposito di dialogo, permettimi una citazione:

il dialogo tra tutte le religioni mondiali, anzi i dialoghi, hanno già avuto inizio e dopo discussioni garbate ma serrate in difesa dei propri punti di vista, si è giunti a una prima conclusione (v. Hans Küng). E’ stato trovato l’accordo, buddisti compresi, su una definizione comune di Dio: ed è stata votata all’unanimità quella di “Grande Architetto dell’Universo”, una definizione che va bene a chi crede in un Dio personale e a chi di Dio ha un’idea impersonale e astratta (come i buddisti a esempio).

Almeno in questa occasione la massoneria è arrivata con qualche secolo di anticipo!

A un altro giovane massoni ho inviato alcune considerazioni per chiarire meglio cosa sia la massoneria fino dal giorno di San Giovanni, 24 giugno 1717,  in cui quattro Logge londinesi si riunirono tra loro per fondare la Gran Loggia di Londra,. Quella Gran Loggia che secondo gli Antichi Doveri che il Reverendo Anderse raccolse e riordinò  definitivamente nel 1923 grazie ai quali la massoneria veniva descritta come “il Centro di Unione e il mezzo per conciliare sincere amicizie tra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti”.

Riassumo breve mente:

Debbo confessare: non mi è mai capitato di leggere una definizione della Libertà più incisiva ed efficace di quella contenuta nei rituali massonici: In essa la libertà non consiste nel fare e nel poter fare qualsiasi cosa, ma solo ciò che non offende “la legge morale e la libertà altrui”.

Cosa suggerisce la legge morale dei massoni? La risposta sta tutta nel significato degli altri due termini del trinomio, ovvero nei  significati di Fratellanza e di Uguaglianza e dei Doveri che essi suggeriscono. Sono questi i paletti che noi massoni abbiamo scelto per delimitare gli spazi della nostra Libertà.

Fratellanza e Uguaglianza: è questa la nostra legge morale, naturale, universale ed eterna che sta a guida dei nostri pensieri e delle nostre azioni. 

L’introduzione dei Doveri della Fratellanza e della Uguaglianza potrebbe essere letta quale una limitazione della Libertà? La nostra sarebbe dunque una libertà limitata? No! Dobbiamo ricordarlo: la Libertà è una pianta fragile che richiede cura e attenzione per non perire. Se la volessimo totale e illimitata essa si trasformerebbe presto in “arbitrio”. E l’arbitrio, altro non è che la negazione assoluta della Libertà.

Ancora una domanda: come si può pensare di essere liberi se siamo assoggettati al sistematico appiattimento della Uguaglianza? Ebbene  tale contrapposizione è più apparente che sostanziale. In realtà siamo uguali nella libertà che è come dire che siamo uguali nella diversità. Un ossimoro? No, la semplice traduzione in termini descrittivi della realtà. La nostra è un eguaglianza di diritti mitigata dai doveri, non va e non può andare oltre. Ognuno di noi sarà quello che  vorrà essere. Conservare tali caratteristiche è un atto di libertà che viene compiuto nell’ambito del fraterno riconoscimento di un diritto che ci è proprio. E’ solo questa l’Uguaglianza espressa dal trinomio? Il Fratello M. estensore della Tavola.  ce ne mostra alte. Una di queste è piena di fascino ed è l’Uguaglianza che discende direttamente dalla Fratellanza. Non tutti uguali, dunque, ma tutti Fratelli: uno dei miracoli della Fratellanza massonica, quella Fratellanza che elimina discriminazioni e differenze. Ho a portata di mano una parte significativa della nota poesia di Kipling dedicata a “la mia Loggia Madre”. Mi sembra illuminante. La trascrivo:

“ C’erano Rundle, il capostazione

Bearzeley, delle ferrovie

Ackman, dell’Intendenza,

Donkin, delle Prigioni

e Blake, il sergente istruttore

che fu due volte il nostro Venerabile .

C’era anche il vecchio Framjee Eduljee

che aveva il magazzino ‘Alle derrate europee‘.

Fuori, si diceva:

sergente, signore, salute, salam,

ma dentro, soltanto fratello ed era bello così !

Ci incontravamo sulla livella

e ci lasciavamo sulla squadra.

Ed io ero il Secondo Diacono

nella mia Loggia Madre laggiù. “

Splendida nella semplicità delle parole e delle descrizioni. Una lezione di Umiltà oltre che di Fratellanza. Ha più di un secolo e ancora resta per me insuperata.

La Fratellanza implica atteggiamenti di tolleranza. Un significato che va subito tolto dall’ambiguità interpretativa. Non significa tanto un mai abbastanza condannato lasciar correre dal momento che, su questo fronte, il massone conserva una propria rigidità, ma è tollerante nel rispetto delle altrui credenze e opinioni, a prescindere dal fatto che esse coincidano o siano del tutto opposte alle sue.

 

Come vedi non c’è proprio nulla  che possa in qualche misura opporsi ai punti di vista della Chiesa, compreso il “dialogo” che l’autentico atteggiamento della massoneria ha semmai favorito.

Ho scritto “autentico”, per distinguerlo da quel residuo anticlericalismo ormai in fase di estinzione, retaggio ottocentesco sorto quando i cosiddetti patrioti trovavano nel Papato un ostacolo che si frapponeva alla realizzazione del loro disegno di un’Italia libera e unita.     

 

Con calorosa cordialità,

tuo aff.mo Delfo

 

Firenze, 21 aprile 2010

 

——————

All’Architetto Renzo Manetti,

Il Governo delle Idee

Firenze

 

FATIMA: anniversario del 13 maggio

Thursday, May 13th, 2010


Le apparizioni di Fatima rappresentano la visione profetica più alta e misteriosa avvenuta sul finire del secondo millennio, esplicito monito di un periodo di profondi e traumatici mutamenti, che segnano la fine di un’epoca e l’inizio di un grandioso processo di rinnovamento dell’umanità. Gli avvenimenti del secolo scorso ne fanno parte e sono stati preannunciati.

Fatima tuttavia non è solo un ammonimento, ma anche un messaggio di speranza e di fratellanza, rivolto a Cristiani, Ebrei e Musulmani da un’Entità sublime che si presenta come la Madre Universale. Possiamo infatti scorgere nella simbologia delle apparizioni elementi inequivocabili, che si riferiscono non solo ai Cristiani, ma a tutte le religioni che si riconoscono nella discendenza di Abramo.

Per comprendere questi simboli, dobbiamo aver chiaro che la figura della Femminilità Celeste non è appannaggio solo dei cristiani Cattolici ed Ortodossi, ma elemento comune alla tradizione esoterico - spirituale di Ebrei e Islamici. Il culto mariano ebbe in Occidente un rinnovato sviluppo a partire dal XII secolo, in coincidenza con l’improvvisa apparizione di una corrente mistica analoga nel mondo ebraico e musulmano. L’importanza che venne data alla venerazione per Maria, a cui furono dedicate le grandi cattedrali, trova infatti un immediato riscontro con quanto i cabbalisti venivano esplorando  nel mistero della Shekhinah, cioè della Presenza gloriosa, intesa come elemento femminile interno al divino e dotato di propria autonomia. Analoga femminilità celeste appare anche nella gnosi islamica sciita, identificata nella figura di Fatima, la figlia del Profeta. Siamo di fronte ad una convergenza sorprendente, sia per il tema che per la contemporaneità dell’elaborazione, che dimostra un legame stretto della mistica esoterica delle tre grandi religioni.

 

Nella teologia sciita, Fatima rappresenta sia il corpo mistico dell’umanità che l’anima trasfigurata. Con l’insuperata suggestione delle parole di Henry Corbin: “Fatima-Sophia è l’Anima, l’Anima della creazione, l’anima di ogni creatura, e cioè quella parte costituiva dell’essere umano che si presenta alla coscienza immaginativa essenzialmente sotto la forma di un essere femminile, Anima. Essa è l’eterno femminino nell’uomo e per questo l’archetipo della Terra Celeste; essa è il paradiso e ne è l’iniziazione“.

Le analogie fra la figura di Fatima e quella di Maria sono molte: una tradizione la ritiene un frutto del Paradiso donato da Dio al Profeta, e la pone così su un piano ontologico analogo a quello prefigurato dal dogma cattolico dell’Immacolata Concezione.  Si tratta di un dogma nel quale si nasconde una verità profonda: Maria vi appare infatti proiettata fuori della dimensione del tempo e dello spazio, come se già al momento del suo concepimento in Lei si condensasse la femminilità eterna di Dio. Tornano alla mente le parole sublimi di Dante: ”termine fisso d’eterno consiglio”. Come Fatima, Maria non è mai stata cacciata dall’Eden e ne porta dunque il profumo ed il sapore sulla terra. Come Maria anche Fatima ha concepito rimanendo vergine, ed è stata definita “madre di suo padre”: siamo in presenza di un paradosso analogo al dantesco “figlia del tuo figlio”.

Del resto nel Corano la stessa figura di Maria occupa un posto di grande rilievo: vi è citata ben 25 volte, ribadendo e confermando la credenza cristiana nel suo parto verginale. E’ significativo il fatto che quando Maometto ordinò di distruggere tutti gli “idoli” che si trovavano nella Ka’aba, volle risparmiare solo un’icona della Vergine col Bambino.

 

Nell’Ebraismo la Donna Celeste assume il volto della Shekhinah, la Presenza di Dio. Si tratta della decima fra le sephirot, manifestazioni nelle quali la Cabbalà riconosce il respiro e la vita arcana di Dio, concepite come un albero con le radici nella terra e la chioma nel cielo. La Shekhinah è quella più vicina alla base e all’umanità. Ella fu definita come Madre, quindi come Sposa, con un significativo richiamo al Cantico dei Cantici, infine immagine della Knesset Israel, l’Ecclesia di Israele. Come Maria per i Cristiani è figura della Chiesa e della Gerusalemme Celeste, così la Shekhinah si identifica con la comunità mistica di Israele: “Tutto ciò che nelle interpretazioni talmudiche del Cantico dei Cantici era stato detto della comunità di Israele come figlia e sposa, secondo questa identificazione veniva ora applicato alla Shekhinah” (Gershom Scholem).

Il libro dello Zohar applica alla Shekhinah il simbolismo della porta, definendola porta inferiore dalla quale dipendono e scaturiscono tutte le altre di comunicazione col cielo. Ma la porta è figura anche di Maria, come spiega Proclo di Costantinopoli nel V secolo: “Come dice il profeta Ezechiele: Mi fece voltare il Signore verso la porta esterna del santuario che guarda a oriente: essa era chiusa. E il Signore mi disse: Figlio dell’uomo, questa porta resterà chiusa, non verrà aperta. Nessuno passi per essa, ma solo il Signore Dio di Israele. Egli entrerà ed uscirà e la porta resterà chiusa. Ecco, abbiamo mostrato Maria, la santa Madre di Dio“.

Il Padre Vannucci, dell’Ordine dei Servi di Maria, riassumeva con queste parole il carattere universale ed archetipale della figura di Maria:  Invochiamo Maria Regina degli angeli, delle stelle, delle acque, delle piante, dei fiori, degli animali, degli uomini, per indicare che Lei, nel suo mistero archetipale, nella sua realtà nell’invisibile è la Porta che mette in comunicazione l’Assoluto unico con la molteplicità svariata delle creature, nelle quali è presente come centro verginale e fecondo. L’Immacolata Concezione, Immacolata visione del mondo creato, posta tra l’eternità e il tempo, come l’essere perfetto e imperfezionabile subito dopo Dio, è lo specchio in cui Dio contempla se stesso, è il perno di ogni legge, avulsa da ogni altra legge che non sia quella dell’Amore perfetto. Regina degli angeli, nati dopo di Lei, Madre degli uomini, ancora nella mente di Dio ma già pensati ed amati. Essa è la Sapienza, la celeste Sofìa che nutre di sé le anime create, la Madre dei tempi fuori del tempo, la medicina preparata prima che la malattia fosse

 

Nella sfera del sacro non esistono coincidenze: il mondo divino si manifesta con segni, a volte insignificanti, ma nei quali la casualità non ha mai posto. Se dunque Maria è apparsa in un luogo che porta il nome della Donna Celeste onorata dall’Islam, non siamo di fronte ad un fatto casuale, ma ad un messaggio. Poco importa se nel Medio Evo la zona sia stata o meno abitata da una comunità sciita, e perciò cosciente del mistero fatimita, come alcuni sostengono sulla base di un’interpretazione dei toponimi: il sigillo di Fatima è nel nome stesso del luogo. Un antropologo portoghese ha scritto che in realtà a Fatima non sarebbe apparsa la Madonna dei Cristiani, ma la figlia del Profeta: tralasciandone la puerile volontà di far cassetta con una tesi che si sperava scandalizzante, la questione non esiste, perché nella sua essenza archetipale Fatima è Maria.

Ma nelle apparizioni di Fatima Maria si presenta anche come la Madre degli Ebrei, utilizzando il simbolismo dei numeri proprio della spiritualità mistica dei cabbalisti. Nella tradizione cabbalistica, accolta anche dall’esoterismo cristiano, i numeri sono infatti l’impronta di Dio, immagine e manifestazione della Sua vita misteriosa. E’ così possibile cogliere attraverso di essi l’armonia che Dio ha emanato nella sua creazione, il ritmo segreto del suo manifestarsi.

Anche le lettere dell’alfabeto ebraico hanno una grande potenza conoscitiva, perché in esse riverbera la Parola creatrice. E’ significativo che ogni lettera, la quale evidentemente manifesta una vibrazione, abbia anche un valore numerico, perché nell’alfabeto ebraico non esistono cifre ma solo lettere; lettere e numeri sono dunque una cosa sola. La Cabbalà elabora la propria scala verso la conoscenza anche attraverso queste corrispondenze: parole con identico valore numerico, sottintendono una medesima realtà ontologica.

La tradizione cabbalistica associa alla Shekhinah il simbolo della Rosa, che è il fiore di Maria; non so se questa associazione esista anche nel mondo musulmano per Fatima, ma alla luce di quanto detto finora, la cosa non mi sorprenderebbe. La Rosa Mistica, con cui nelle litanie lauretane è invocata Maria, ha nella Cabbalà dei riferimenti numerici precisi: “Come la rosa ha tredici petali, così la comunità di Israele ha tredici attributi di pietà, che la circondano da ogni parte. Anche Dio dal momento che fu ricordato per la prima volta fece scaturire tredici parole che ricordassero la comunità di Israele e la proteggessero: poi fu ricordato per la seconda volta.  Perché il nome di Dio fu ricordato per la seconda volta? Per far scaturire le cinque foglie forti che circondano la rosa, che sono chiamate salvezze e costituiscono cinque porte” (Zohar I, 1°)

Nella Genesi intercorrono 13 parole tra la prima citazione del nome di Dio e la seconda; tra la seconda citazione e la terza ne intercorrono altre 5, considerate dalla Cabbalà le 5 porte necessarie per penetrare il mistero della divinità. Così la Shekhinah, la prima delle porte, prima fra le manifestazione di Dio, accoglie in sé il ritmo del tredici e quello del cinque.

Ebbene, a Fatima Maria è apparsa la prima volta il 13 di maggio del 1917, cioè il tredicesimo giorno del quinto mese, il mese della prima fioritura delle rose, ed ha continuato a manifestarsi il giorno 13 dei mesi successivi, fino ad ottobre, il decimo mese,in cui le rose hanno una seconda fioritura. La presenza dei due numeri sacri che connotano la Shekhinah è dunque chiara nelle date di inizio e fine delle apparizioni.

E’ secondario ma non irrilevante il fatto che le lettere del nome di Fatima abbiano lo stesso valore numerico di quelle di Maria.

 

Maria sembra così proclamare di essere Colei che l’Islam esoterico chiama Fatima e gli Ebrei Presenza divina. Il messaggio di Fatima non può allora essere riservato solo ai Cristiani, ma racchiude un senso segreto, che è l’invito alle tre religioni abramitiche a costruire insieme la Gerusalemme celeste a partire da quella terrena. Un messaggio per questo nuovo millennio, che è contraddistinto anch’esso da un numero di grande significato mistico, il ventuno: è infatti al ventunesimo capitolo dell’Apocalisse che discende dal cielo la Gerusalemme celeste, figura della sposa, della madre e della Ecclesia, cioè di Maria e della Schehkinah. Il 21 è numero generato da 3 x 7. Nel 3 si esprime la potenza creatrice, nel 7 è rappresentata invece la creazione, compiuta in sette giorni. Il settenario costituisce anche la base del calendario lunare, ben più antico di quello solare. Nel 21 si racchiude dunque il segreto della forza creatrice che si unisce alla sua opera come uno sposo alla sposa. Nella dimensione del sacro non ci sono coincidenze: dunque il XXI secolo può coincidere con il ventunesino capitolo dell’Apocalisse, l’epoca nella quale il Verbo si manifesterà con potenza.  E’ l’epoca di costante ma irreversibile rinnovamento dei tempi della quale, nelle Conclusioni Cabbalistiche, Pico della Mirandola poneva l’inizio l’8 dicembre del 2000, ultima festa dell’Immacolata Concezione prima del XXI secolo.

 

Molti sorrideranno di quello che hanno appena letto, è nella natura delle cose che sia così; altri, come un piccolo resto di Israele, invece rifletteranno e cominceranno a ritenere possibile che a Fatima un’entità trascendente abbia detto: Io sono Colei che onorate con i titoli di Madonna, di Fatima, di Presenza, io sono infatti la Madre, la Gerusalemme che viene, il Luogo benedetto, la Porta comune a tutto il popolo santo dei discendenti di Abramo, attraverso la quale adorare in concordia e pace, ognuno con la sua fede, l’unico comune Dio.

Non è il numero delle persone che capiranno il messaggio quello che conta: l’’importante è che il seme di una comprensione fraterna si diffonda, proprio in tempi così densi di guerra e di intolleranza. La nostra città di Firenze, che nella cupola del Brunelleschi reca il sigillo esoterico della Madre comune, può tornare a svolgere il ruolo che La Pira aveva sognato, ove cominci nuovamente a pensare con l’apparente illogicità di Dio e non con l’effimera logicità degli uomini.

 

 

IANUA COELI ORA PRO NOBIS

PICO

Friday, March 12th, 2010

L’amico Alessandro  ha segnalato una citazione da Pico della Mirandola, nella quale si concentra a mio parare il senso ed il segreto di ogni ricerca esoterica. Eccola:

“O somma liberalità di Dio padre, o suprema e mirabile fortuna dell’uomo! A lui, infatti, è concesso di avere ciò che desidera, di essere ciò che vuole.

I bruti, appena nascono, recano nel seno materno i caratteri immutabili della loro natura. Gli angeli, o fin dall’inizio o poco dopo, furono quali saranno per sempre.

Invece all’uomo in sul nascere, il Padre diede i semi d’ogni specie, i germi d’ogni vita. Quali ciascuno avrà coltivato, codesti alligneranno e produrranno in lui i loro frutti: se saranno vegetali, diventerà pianta, se sensuali, bruto, se razionali diverrà creatura celeste, se intellettuali, sarà angelo e figlio di Dio.

E se, non contento della sorte di alcuna creatura, si raccoglierà nel centro della sua unità, divenuto allora uno spirito solo con Dio, nella solitaria tenebra del Padre, lui, creatura che fu posta sopra tutte le altre, sovrasterà su tutti gli esseri“.


Riguardo ad un sigillo templare…

Wednesday, March 10th, 2010

 180px-sigillo.jpg


E’ assai noto il sigillo templare che mostra due cavalieri su uno stesso cavallo.
Il significato è stato variamente interpretato ma non è certamente, come qualcuno ha scritto, un riferimento alla regola di povertà dei cavalieri. Sciocchezze. Ci pensate che razza di efficienza in combattimento avrebbero avuto? La Regola imponeva ai Templari di non possedere più di tre cavalli ciascuno, altro che di andare in due su uno solo!
Il significato del sigillo è esoterico ed è una conferma che all’interno del Tempio esisteva un insegnamento segreto, analogo a quello dei Fedeli d’Amore. Sui rapporti fra Templari e Fedeli d’Amore rimando ad un mio recente articolo uscito sul numero di giugno 2009 della rivista Prometeo: “Madonne del Parto e Gnosi dei Templari” (Mondadori, 2009).
Francesco da Barberino, anch’egli fedele d’amore, nei suoi Documenti d’Amore, un trattato esoterico sapienziale dell’inizio del XIV secolo, ci ricorda che il cavallo è simbolo della natura umana, perché ritenuto l’animale più simile all’uomo. Ne consegue che la figura del cavaliere diventa facilmente allegoria dell’anima che guida e governa il corpo. Anima e corpo dipendono l’uno dall’altra; e questa unione così intima e salda appare analoga a quella che ha reso, dal Medio Evo fin quasi all’era moderna, il cavallo ed il cavaliere non solo una poderosa macchina da guerra, ma anche una figura simbolica carica di una straordinaria sacralità.

Ma i Templari ponevano sul cavallo due cavalieri e non uno. Perché?

La risposta dimostra che nel Tempio si perpetuava una tradizione esoterica antica, secondo la quale la natura umana non è duplice, cioè non è fatta solo di corpo e di anima, ma è triplice, ad immagine della triplicità divina. La nostra società ha perso la consapevolezza di questa tripartizione, che non è solo mistica ma reale, abbandonandosi ad un fuorviante dualismo fra anima e corpo, fra materia e spirito, che è estraneo alla creazione. Il dualismo appartiene ad un ramo distorto della Gnosi, quello dei Manichei. Non appartiene tuttavia ai Catari che, pur eredi in occidente della tradizione manichea, avevano invece piena consapevolezza della tripartizione della persona.
La vera Gnosi, quella mistica, conduce alla certezza dell’unità androgina della nostra natura ed al ruolo misterioso che l’uomo occupa nell’universo, quale mediatore fra cielo e terra: “Ti ho collocato come centro del mondo perchè da lì tu potessi meglio osservare tutto quanto è nel mondo. Non ti creammo né celeste né terrestre, né mortale né immortale, in modo tale che tu, quasi volontario e onorario scultore e modellatore di te stesso, possa forgiarti nella forma che preferirai. Potrai degenerare negli esseri inferiori, ossia negli animali bruti; o potrai, secondo la volontà del tuo animo, essere rigenerato negli esseri superiori, ossia nelle creature divine” (Pico della Mirandola).

Nell’alchimia interiore, le tre realtà che formano l’unità della persona sono simboleggiate dai tre elementi dell’Opera: zolfo, mercurio e sale, dove lo zolfo sta per l’anima, il sale per il corpo ed il mercurio per lo spirito che lega entrambi e rende possibile la trasmutazione.

E’ lo spirito infatti il terzo elemento, il secondo cavaliere del sigillo templare. Lo spirito non è un sinonimo di anima, ma una specifica materia immateriale che partecipa insieme della natura dell’anima e di quella del corpo. L’anima è celeste, il corpo è terrestre, lo spirito è il principio nel quale entrambi confluiscono ed il loro legame, come affermava nel XV secolo il neoplatonico Marsilio Ficino: “Tre cose sanza dubio sono in noi: anima, spirito e corpo; l’anima e il corpo sono di natura molto diversa; congiungonsi insieme per mezzo dello spirito”.

Non si trattava per Ficino di un rigurgito di paganesimo, perché anche San Paolo aveva affermato esplicitamente, rivolgendosi ai greci di Tessalonica, la triplicità della natura umana: “Tutto il vostro essere, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la Parusia del Signore nostro Gesù Cristo”.

Ecco allora che i due cavalieri del sigillo templare vanno interpretati come immagine della duplice parte invisibile che ci costituisce ed è trasportata dal corpo: uno dei cavalieri è l’anima, l’altro lo spirito; il cavallo è il corpo.

A sua volta anche l’anima, seguendo Aristotele, appariva al pensiero medievale tripartita: vegetativa, animale e intelligente. Ed era logico che fosse così, perchè tutto ciò che è di natura divina si riteneva imperniato sul Tre e sulla Potenza del Tre, il Nove. La parola “potenza” non è solo un’espressione matematica ma significa esattamente Forza, Energia. Per questo il Nove è definito da Dante il miracolo, cioè l’energia effusa dalla Trinità creatrice, la potenza del Tre. I numeri sono infatti un misterioso specchio dell’arcana vita divina. Dante identifica il Nove con Beatrice, allegoria della gnosi dei Fedeli d’Amore. Ma questa gnosi, simboleggiata dal numero nove, era comune anche ai Templari, dei quali forse i Fedeli d’Amore costituivano una confraternita laica. Molta della vicenda templare si impernia infatti sul numero nove.

Dunque la persona è costituita da cinque elementi: l’anima triplice, lo spirito ed il corpo. E l’uomo anche nel corpo sembra davvero imperniato su questo numero cinque, perché cinque sono le dita, cinque i sensi, cinque gli arti più il busto. La natura era per gli antichi formata da quattro elementi. Anche il tempo e lo spazio apparivano regolati dal numero quattro: quattro le stagioni, quattro i cicli lunari e le settimane, quattro le direzioni dello spazio. Ma l’uomo sembrava invece rispondere ad un ritmo quintuplice, e questa pareva la dimostrazione che a lui fosse stato aggiunto qualcosa di molto più grande, a lui ed a lui solo: la quintessenza. Il quinto elemento spirituale che solo consente di costituirsi tramite fra Cielo e Terra.

Un capitello della pieve di San Pietro a Cascia, nel Valdarno fiorentino, presenta una indiscutibile analogia col sigillo templare. Vi si vedono due cavalieri su uno stesso cavallo. L’analogia è forte anche se, contrariamente all’emblema templare, nel capitello il secondo cavaliere è più piccolo del primo al quale si tiene avvinto con le braccia. Anima e Spirito abbracciati cavalcano il Corpo. Lo Spirito abbraccia l’Anima e la tiene saldamente ancorata al corpo.

Non risultano magioni templari nella zona, che pure era collocata sulla Cassia Nuova che conduceva a Roma. Dunque il capitello fa ipotizzare il riferimento ad una tradizione esoterica, che aveva origine comune con quella templare ma che non era esclusiva del Tempio. L’interpretazione della tradizione appare infatti diversa. Nel capitello di Cascia sembra instaurarsi una gerarchia fra Anima e Spirito, perché uno è più piccolo dell’altra. Come abbiamo detto, anima e spirito sono nature diverse. Lo spirito è il tramite fra la materia e l’anima, fra il Cielo e la Terra, il legame fra il mondo visibile e quello invisibile. Il cavaliere più alto, lo spirito, è saldamente ancorato al cavallo, cioè alla materia; il cavaliere più piccolo, che ritengo l’anima, sta sul cavallo e nello stesso tempo si tiene saldo al cavaliere più grande, senza il supporto del quale finirebbe col  cadere ed abbandonare il corpo.

Nel sigillo templare Anima e Spirito hanno invece la stessa dignità ed entrambi cavalcano con identica sicurezza il loro animale.

capitello-cascia.jpg

Lo zodiaco e l’artista

Friday, February 12th, 2010


Ho ricevuto dall’amico don Bernardo, dei monaci olivetani di San Miniato al Monte, una bella lettera su un evento dell’artista Marco Bagnoli, il quale intrpreta in modo sicuramente affascinante l’antico simbolismo della basilica. la propongo integralmente.

“Fino alla fine del mese di febbraio, ad eccezione della domenica mattina, nella navata centrale della nostra Basilica, proprio in corrispondenza del riquadro dello zodiaco, è possibile ammirare una splendida installazione di uno dei più significativi artisti europei, Marco Bagnoli, ormai da decenni attivo sulla scena internazionale con notevoli e ammirati interventi in diversi musei, spazi urbani, contesti religiosi e paesaggistici.
La presente esposizione del lavoro di Marco Bagnoli si inserisce in una più ampia iniziativa promossa dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato in collaborazione con la Sovrintendenza speciale per il Polo Museale di Firenze e denominata «ALLA MANIERA D’OGGI. BASE A FIRENZE. OTTO ARTISTI CONTEMPORANEI IN UN PERCORSO STORICO-MUSEALE». A me pare evidente come questa iniziativa si debba considerare quale un recentissimo capitolo di quella secolare ed irrinunciabile «collaborazione» e «amicizia» fra la Chiesa e gli artisti, così come si esprimeva nel lontano 1964 papa Paolo VI. E agli artisti, in chiusura del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre 1965, lo stesso papa Paolo indirizzava queste ispirate parole, recentemente ricordateci da Benedetto XVI: «A voi tutti la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici!». E ancora: «Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani… Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo».
Siamo dunque grati a Marco Bagnoli che ha arricchito di senso, di bellezza e di mistero la nostra Basilica, i suoi raffinati simbolismi, i suoi ponderati orientamenti cosmologici, innalzando 5 misteriose anfore in legno e alabastro che disposte su quella mirabile raffigurazione del microcosmo che è il nostro zodiaco musivo, lasciano sgorgare, con estrema suggestione, antiche melodie gregoriane, raccolte e mescolate da Giuseppe Scali con altri suoni, di carattere quasi ancestrale, ctonî e terragni. Su una di essa, quella in alabastro, si posa radente una fascio di luce dorata a raffigurare un essenziale e stilizzato Noli me tangere.
Non ho certo competenza e sensibilità adeguate per decrittare come si dovrebbe la notevole portata anche semantica, oltreché formale, dell’installazione di Marco Bagnoli, proviamo dunque ad ascoltare la sua parola che in una sua lettera assai evocativa ci fornisce una sorta di affascinante viatico, assai necessario per meglio comprendere e apprezzare il suo lavoro:

caro Bernardo
ora per me si tratta di deporre cinque nuovi vasi sulla ruota dello zodiaco al centro del pavimento marmoreo della Basilica.
e il quinconce è la  prima idea.
la chiesa è decorata secondo questo motivo geometrico,
che rappresenta le quattro direzioni
dello spazio e il centro.
ma v’è di più nel luogo.
la porta si apre su un nord simbolico, indicato sullo zodiaco dal capricorno.

Ma se la porta viene nominata come Janua Coeli, il nord vero guarda l’acquario e indica una torsione su di
sé, forse a caso la nostra nuova era?
Quella torsione da un simbolo a un essere crea un campo di apertura nella soglia  e conferisce una forza
dinamica al quinconce dei vasi.мека мебел
L’ho immesso in una spirale sferica a partire dal centro, anch’esso
spostato verso la circonferenza.
L’ultimo vaso dei cinque insiste sul settentrione vero in corrispondenza
con l’acquario all’alzata del sole;
è in alabastro bianco sonoro e in luce.

Un’ombra bianca lo abbraccia.

E’ il profilo del noli me tangere, lo stilita della
processione dei magi, figura cara
che indica il cielo.

Ora non è che un colpo di luce che si dilunga in diagonale a toccare
l’altare
…che resta irraggiungibile…
allora lo dissi:  pietra scartata dai muratori.

Qui s’invera il canto e invoca la profezia
sulla ruota del vasaio che riduce in polvere il vaso orribile.

Sul mio sonovasoro invece s’intrecciano profili asimmetrici impossibili agirare sul tornio, ma sì sulla ruota dello zodiaco a cui è imposta la svolta.

Gli altri quattro sono in legno intarsiati come vedi sugli
equinozi e i solstizi e muti in attesa.
Vasi comuni sottoposti alla forma, abbandonati come dervisci alla danza
del cielo sulla terra, per amore rotanti nelle mani dell’amato.

OPUS SUPER ROTAM

marco”

Ecco, questo è quanto. La basilica in realtà si rivolge non al nord, ma al sud est, il solstizio di inverno, dal quale irromperanno i raggi del Sol Invictus. Eppure Marco ha intuito molto dell’antico simbolismo cosmico e qualla frase di chiusura, OPUS SUPER ROTAS, ha un’affinità che non è solo semantica col celebre e misterioso palindromo: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS.

12.jpg

 

Le onde

Saturday, January 23rd, 2010

Siamo come le onde che si sollevano dalla superficie del mare. Pur acquistando individualità e personalità, rimangono sempre parte del mare, nel quale dopo una breve esistenza individuale si reimmergono. E’ un’esistenza forse effimera, ma cosa c’è di più bello dell’onda che si solleva e frange impetuosa, spandendo gocce come gemme fra i raggi del sole? E di continuo il mare, sotto la spinta del VENTO, dà vita a nuove onde e nuove onde e nuove onde che sono formate della stessa acqua delle prime…
Il vento è lo Spirito che aleggia sulle acque dell’abisso primordiale (Gn.1,2), musica e voce della divina Sophia. Ma il mare è Sophia stessa…