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Cattolici e Massoneria

Tuesday, February 16th, 2010

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1.

Unica fra le chiese cristiane, quella cattolica rifiuta ai suoi fedeli l’ingresso nelle obbedienze massoniche.

Parlo di obbedienze al plurale e non di obbedienza al singolare perché, come è noto, sono tante e diverse fra loro. Chiunque infatti può fondare una nuova fratellanza, svincolata dalle osservanze più grandi e note, il Grande Oriente d’Italia e la Gran Loggia d’Italia. C’è dunque molta differenza fra un’obbedienza e l’altra.

A livello locale, tuttavia, l’atteggiamento dei sacerdoti e delle diocesi verso la Massoneria varia considerevolmente e non è neppure chiaro se esista ipso facto la scomunica per chi vi aderisca. Diversi sacerdoti, privatamente, si limitano a sconsigliare l’affiliazione non a proibirla.

Per quanto mi riguarda, io sono nato e cresciuto cristiano e cattolico. Alla Chiesa rimango fedele. Sono consapevole che fedeltà non implica obbedienza sempre e comunque, ma ho deciso con libera scelta di obbedire al divieto, che pure mi è incomprensibile e anacronistico, con cui la Congregazione per la Dottrina delle Fede ha proibito ai cattolici l’adesione alla Massoneria.

La scelta dell’obbedienza e della piena comunione mi consente dunque di esprimere a pieno titolo la mia voce all’interno della Chiesa e di criticare le posizioni della gerarchia che ritengo sbagliate.

Vediamo dunque in primo luogo di capire come stia la questione tanto dibattuta della scomunica ai massoni: esiste ancora oggi?

 

2.

Il primo documento in questa materia risale al 1738: si tratta della Costituzione Apostolica In eminenti apostolatus specula di Clemente XII. La scomunica ai massoni vi era comminata ipso facto, cioè “senza alcuna dichiarazione”, e da essa, aggiungeva il papa,” nessuno potrà essere sciolto se non da Noi o dal Romano Pontefice allora esistente, eccetto che in articolo mortis”.  La Costituzione fu ripresa nell’enciclica Providas Romanorum Pontificum di Benedetto XIV del 1751 e nella Quo graviora mala di Leone XII del 1825.

Il Sillabo di Pio IX del 1864, elenco di proposizioni erronee, insieme con socialismo, comunismo, società bibliche e società clerico – liberali condannava anche le società segrete. Nel 1894 Leone XIII nell’enciclica Praeclara gratulationis ribadiva la scomunica dei suoi predecessori contro i massoni. Erano questi gli anni del conflitto fra lo Stato italiano e il Papa, il quale contestava la fine della propria sovranità temporale; erano gli anni del Non expedit, quando la Chiesa proibiva ai suoi fedeli ogni partecipazione alla vita pubblica. Alla domanda dei vescovi italiani se fosse proibito per i cattolici recarsi alle urne, la Penitenzieria vaticana rispondeva infatti nel 1871 col famoso non expedit, cioè non è opportuno. Dieci anni dopo il papa Leone XIII trasformava il non expedit in vera e propria proibizione.

Nel vecchio Codice di Diritto Canonico del 1917, al canone 2335, coerentemente con la Costituzione del 1738, si leggeva dunque:“Coloro che danno il nome alla setta massonica o ad associazioni del medesimo genere, che complottano contro la Chiesa o le legittime potestà civili, contraggono ipso facto la scomunica riservata semplicemente alla Sede Apostolica”.

Si trattava dunque di una posizione netta e chiara.

Con il rinnovamento seguito al Concilio Vaticano II, da più parti nella Chiesa si manifestò un’apertura verso la Massoneria. E’ significativa la risposta che nel 1974 il cardinale Franjo Seper, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dette ad un quesito del cardinale Krol, presidente della Conferenza Episcopale nordamericana: “Si può sicuramente insegnare ad applicare l’opinione di quelli autori i quali ritengono che il suddetto canone 2335 tocchi soltanto quei cattolici iscritti ad associazioni che veramente cospirano contro la Chiesa”. Nel 1975 l’arcivescovo di Marsiglia Roger Etchegaray concedeva l’autorizzazione al funerale religioso di un massone, spiegando che “non si può dimenticare che la scomunica comminata due secoli fa si spiegava in un cotesto di lotte religiose, né che la Chiesa, pur attendendo da una parte alla riforma del Diritto Canonico per riesaminare la sua legislazione penale, lascia tuttavia intendere che la scomunica non è operante e non può riguardare se non una loggia che agisca espressamente contro l’esistenza e la missione della Chiesa”.

La posizione anticipata dall’arcivescovo di Marsiglia e dal prefetto della Congregazione trovò puntuale conferma nel nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, dove il canone 2335 fu così modificato:“Chi dà il nome ad una associazione che complotta contro la Chiesa, sia punito con una giusta pena; chi poi tale associazione promuove o dirige sia punito con l’interdetto” (canone 1374). Ogni riferimento alla Massoneria veniva dunque tolto. Il nuovo testo fu approvato a larga maggioranza, ma con il voto contrario fra gli altri del cardinale Ratzinger.

La lettura del testo appare chiara: una “giusta pena”, e non necessariamente la scomunica, va comminata a chi complotta contro la Chiesa. Ne consegue che, se un’istituzione massonica non agisce contro la Chiesa, i suoi associati non solo non sono scomunicati ma neppure soggetti a “giusta pena”.

Il nuovo Codice, promulgato il 25 gennaio 1983, entrava in vigore il 26 novembre dello stesso anno. Lo stesso 26 novembre tuttavia,a Congregazione per la Dottrina delle Fede, presieduta non più da Seper ma dal cardinale Ratzinger, pubblicava una dichiarazione contenente un’interpretazione restrittiva del nuovo canone:

“…Rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro princìpi sono sempre stati considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione rimane proibita.

I fedeli che appartengono ad associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione”…

Fermo restando che anche in questo caso non si trattava di scomunica in senso di diritto, ma di proibizione ad accedere all’eucarestia, l’interpretazione della Congregazione si discostava dal Codice, introducendo motu proprio un elemento di novità e cioè che sarebbero gli stessi principi massonici incompatibili con la dottrina cristiana, a prescindere dunque dall’ostilità o meno delle logge verso la Chiesa.

 

3.

In un articolo apparso sull’Osservatore Romano del 23 febbraio 1985 si spiegavano le ragioni della nuova dichiarazione, che possiamo sintetizzare in due punti:

1) il cristiano non può esprimere il suo rapporto col Creatore attraverso forme simboliche di due specie, quelle cattoliche e quelle massoniche.

2) la fraternità massonica, pur non essendo necessariamente relativistica, possiede in sé una forza relativizzante.

In un articolo apparso su El Pais il 10 marzo 1985, tradotto in Italia dalla rivista Hiram, Josè Benimeli faceva notare che sarebbe stato più corretto parlare di incompatibilità con la dottrina cattolica e non con quella cristiana, dal momento che molti vescovi anglicani, ortodossi e luterani risultavano iscritti alla Massoneria senza ravvisavi alcuna incompatibilità con la loro fede. L’iniziativa di Ratzinger appariva senza precedenti nella storia della Chiesa perché “prima di esser nominata e costituita la commissione pontificia di interpretazione del Codice, anticipava posizioni restrittive, facendo dire al Codice ciò che in nessun modo in esso è contenuto”.

La Congregazione infatti, di fronte alla constatazione che ormai la Massoneria non poteva più essere accusata di complottare contro la Chiesa, motivava per la prima volta il divieto con questioni di incompatibilità dottrinale.

Questa posizione della Congregazione non pare tuttavia tener conto dei veri princìpi a cui si ispira la Massoneria.

Per quanto riguarda l’obiezione 1), è facile infatti replicare che nella Massoneria il rito non costituisce una sorta di liturgia alternativa né un atto sacro, ma un percorso filosofico che, insieme con i simboli, attiene ad una sfera di perfezionamento interiore, morale e sapienziale. Dov’è dunque l’interferenza?

Per quanto riguarda l’obiezione 2), si deve osservare come la Massoneria spinga al dialogo fra le religioni, senza alcuna intenzione di porsi come religione universale sincretica. Essa si propone infatti come metodo filosofico di perfezionamento della persona, che opera su un piano diverso rispetto a quello della fede. Non esiste un Dio massonico, i cui caratteri derivino da un accostamento sincretico di varie visioni religiose. La Massoneria si limita a chiedere ai suoi adepti di credere in un principio divino, lasciando alle religioni il compito di disegnarne il volto. Essa cioè non entra nel merito del credo dei suoi associati, non giudica se una religione sia migliore di un’altra, ma tutte le rispetta allo stesso modo, lasciando ciascuno libero di ritenere la propria come più vicina alla Verità. Proprio per il rispetto che si deve ad ogni fede, nelle logge è vietato discutere di religione.

L’unica cosa che la Massoneria non ammette è l’ateismo.

Il rispetto non implica relativismo: la Massoneria non chiede ai suoi adepti di porre la propria fede sullo stesso piano delle altre, ma di rispettare la strada verso Dio che ciascuno ha scelto, per convinzione o per tradizione. Si tratta di cosa ben diversa dal relativismo.

Il cattolico che entri in Massoneria resterà dunque tale. Nella loggia dialogherà con l’ebreo, con il musulmano e perfino con l’agnostico che gli siedono accanto, i quali a loro volta potranno restare fedeli alla propria tradizione religiosa ed alle proprie convinzioni. Nella Massoneria egli troverà un luogo dove lo scambio libero e aperto delle idee contribuisce alla crescita della persona, dove le uniche regole sono la tolleranza ed il rispetto reciproco, dove si insegna a liberarsi da ogni preconcetto e da ogni tentazione di integralismo. E non si comprende perché da questo metodo di perfezionamento filosofico i cattolici debbano autoescludersi.

 

4.

Dimenticando o ignorando tutto questo, per la Congregazione i Massoni restano tuttora in stato di peccato grave e non possono accedere al sacramento dell’eucarestia.

Ma l’encicicla “Ecclesia de Eucharestia”, emanata successivamente al pronunciamento della Congregazione da Giovanni Paolo II, al punto 37 afferma:

Se poi il cristiano ha sulla coscienza il peso di un peccato grave, allora l’itinerario di penitenza attraverso il sacramento della riconciliazione diventa via obbligata per accedere alla piena partecipazione al sacrificio eucaristico. Il giudizio sulla stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza”.

Aggiunge l’encicicla che solo nei casi di  comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa” e respingere dal sacramento quanti “ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto”.

L’appartenenza alla Massoneria non appare un comportamento contrario alla morale, perché i principi massonici sono in questo senso molto rigidi. Come è noto, i massoni devono essere persone di “buoni costumi”.

L’enciclica sembra dunque superare l’interpretazione della Congregazione affermando che “il giudizio sullo stato di grazia spetta solo all’interessato”: ne deriva infatti, come conseguenza logica, che non può essere un organo della Chiesa a stabilire cosa sia o non sia per la coscienza individuale “peccato grave”. Cosicché il cattolico che sia iscritto alla Massoneria e che non ravvisi in essa alcun elemento di ostilità alla Chiesa, né alcun ostacolo alla manifestazione della propria fede, né la diffusione di principi contrari alla fede, può a buona ragione ritenersi in stato di grazia ed accedere all’eucarestia con serena coscienza.

D’altra parte, Cristo stesso nel Vangelo di Marco afferma: “Chi non è contro di noi è per noi!” (Mc.9,40).

Mi sembra dunque che il testo del nuovo Codice di diritto canonico sia aderente al Vangelo, l’interpretazione che ne dà la Congregazione un po’ meno.

Nonostante una posizione apparentemente così rigida, la Congregazione non ha inteso comunque disconoscere gli sforzi di chi, opportunamente autorizzato, porti avanti il dialogo con la Massoneria. Ben venga dunque questo dialogo, ma da ambedue le parti, perché non dimentichiamo che anche nelle obbedienze massoniche sono molte, troppe, le voci contrarie ed arroccate su posizione obsolete di un anacronistico esasperato laicismo anticlericale.

 

5.

Il dialogo fra Chiesa e Massoneria rappresenta una necessità dei prossimi difficili tempi, perché entrambe sono accomunate dalla difesa dei valori tradizionali, di fronte ad una dilagante decadenza dell’etica e della coesione sociale; perché è comune ad entrambe l’invito alla tolleranza, al rispetto ed al confronto, come strumenti irrinunciabili per dirimere le controversie fra i popoli, come armi efficaci contro il dilagare dell’integralismo e del totalitarismo. Troppi oggi usano la bandiera delle religioni per fini economici o di potere. Come non ricordare per esempio agli integralisti dell’Islam le belle parole del Corano: “Vi ho creato in nazioni e tribù, in modo che vi poteste conoscere e fare amicizie, non perché restaste tronfi nella vostra tradizione”? La Massoneria è in grado di offrire alle persone di buona volontà un luogo di incontro aconfessionale e perciò al di sopra di ogni sospetto di partigianeria.

Ritengo che la Chiesa dovrà prima o poi riconoscere il valore di un’Istituzione dove si realizza quel dialogo, che lo stesso Benedetto XVI ha auspicato più volte nel mese di gennaio del 2010, sia nei confronti dei fedeli delle altre religioni che degli stessi atei. Da questo dialogo proprio la Massoneria, che ne è propugnatrice, non può rimanere esclusa.

Forse alcuni nella Chiesa temono che l’anima laica della Massoneria finirebbe col fagocitare la fede dei cattolici che vi aderiscano. Se così fosse allora quella fede non sarebbe né sincera né vera. Ritengo invece che un consistente ingresso di cattolici contribuirebbe a ricondurre anche le logge più laiciste nell’alveo da cui sono scaturite, quello di un cristianesimo esoterico, luogo naturale di dialogo e di confronto fra le religioni e con lo stesso ateismo.

 

6.

La fedeltà alla Chiesa non mi impedisce dunque di provare simpatia e totale comprensione per quei fratelli cattolici che aderiscono ad una istituzione massonica e, in retta coscienza, si accostano all’eucarestia. E’ nell’“Ecclesia de Eucharestia” che trovano infatti un’ampia giustificazione.

Questi fratelli devono sentirsi impegnati ad operare perché all’interno della Massoneria tolleranza e dialogo, che sono valori massonici, prevalgano sempre su ogni forma di integralismo laico, dalla quale ancora troppi massoni sono tentati. E’ loro compito sovrastare la voce di coloro che, anacronisticamente, propongono un falso laicismo anticlericale. E’ loro compito esaltare le radici cristiane di un’Istituzione che apre i suoi lavori sul libro aperto del Vangelo secondo Giovanni.

Per parte mia, la fedeltà alla Chiesa mi consente di esprimere liberamente e a pieno titolo la mia voce al suo interno e di operare con le uniche armi che posseggo, quelle della parola e della penna, per sensibilizzare i cattolici di buona volontà e rimuovere i sospetti e le diffidenze ingiustificate che troppo spesso hanno nei confronti dei massoni. So che in questo modo mi attirerò l’inimicizia di molti, sia da parte di massoni che oggi mi guardano con simpatia per i miei scritti, sia e soprattutto da parte di chi nella Chiesa non ama la libertà di coscienza. Ma è proprio la coscienza che mi impone di lavorare per il dialogo fra la nobiltà dell’Istituzione massonica e la sacralità della Chiesa cattolica. Non dubito che un giorno quest’ultima, come ha fatto sul Non expedit, muterà il proprio pensiero e toglierà le proibizioni verso la Massoneria.

Mi piace, in conclusione di questa riflessione, ricordare quale impulso per il dialogo fra Cattolici e Ortodossi abbia rappresentato il massone patriarca Atenagora, nei cui confronti Giovanni XXIII e Paolo VI dimostrarono tanta apertura e stima. E’ questa la strada da seguire, soprattutto oggi che da ogni parte le posizioni politiche e religiose sembrano radicalizzarsi e l’integralismo incombere con un velenoso respiro satanico.

la Chiesa e l’obbedienza

Friday, February 5th, 2010


Su La Repubblica del 4 febbraio 2010 è apparso un articolo di Vito Mancuso, del quale riporto ampi stralci perché fa davvero riflettere. Riferendosi alla denuncia del papa, “dalla tentazione della carriera e del potere non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di governo nella Chiesa”, prosegue Mancuso:

 

Siamo in un mondo che è preda di una devastante crisi morale. Le anime dei giovani sono aggredite dalla nebbia del nichilismo.Parole come bene, verità, giustizia, amore, fedeltà, appaiono a un numero crescente di persone solo ingenue illusioni. La missione morale e spirituale della Chiesa è più urgente che mai. E invece cosa succede? Succede che la gerarchia della Chiesa pensa solo a se stessa come una qualunque altra lobby di potere…

Oggi molto più di ieri il criterio decisivo per fare carriera all’interno della Chiesa non è la spiritualità e la nobiltà d’animo ma il servilismo, e la dote principale  richiesta al futuro dirigente ecclesiale non è lo spirito della profezia e l’ardore della carità, ma l’obbedienza all’autorità sempre e comunque….

Che cosa concludere allora? Che è tutto un imbroglio?No, il messaggio dell’amore universale per il quale Gesù ha dato la vita non è un imbroglio. L’imbroglio e gli imbroglioni sono coloro che lo sfruttano per la loro sete di potere, per la quale hanno costruito una teologia secondo cui credere in Gesù significa obbedire sempre e comunque alla Chiesa.

Secondo l’impostazione cattolico – romana venutasi a creare soprattutto a partire dal concilio di Trento la mediazione della struttura ecclesiastica è il criterio decisivo del credere….Ne viene che il baricentro spirituale dell’uomo di Chiesa non è nella propria coscienza, ma fuori di sé, nella gerarchia. I principi non negoziabili non sono dentro di lui ma nel volere dei superiori…

Il messaggio di Gesù però è troppo importante per farselo rovinare da qualche personaggio assetato di potere della nomenklatura vaticana. Una fede matura sa distaccarsi dall’obbedienza incondizionata alla gerarchia e se vede bianco dirà sempre che è bianco, anche se è stato stabilito che è nero. Né si presterà mai ad intrighi di sorta per il bene della Chiesa.

La vera Chiesa infatti è molto più grande del Vaticano e dei suoi dirigenti, è l’Ecclesia ab Abel, cioè esistente a partire da Abele in quanto comunità dei giusti. In questa Chiesa quello che conta è la purezza del cuore, mentre non serve a nulla portare sulla testa curiosi copricapo tondeggianti, rossi o bianchi che siano”.

 

Sono parole belle e in larga parte condivise, ma attenzione: la chiesa ab Abel, quella dei giusti, è la chiesa dell’umiltà. L’obbedienza è una necessaria forma di umiltà. La Chiesa cattolica si fonda sull’obbedienza, che è figura a sua volta dell’obbedienza della Chiesa verso Cristo. Ma l’umiltà non implica il silenzio.

Obbedienza e umiltà non significano infatti abdicazione della coscienza: se vedo bianco dico che è bianco, anche se la Chiesa mi dice che è nero, perché la coscienza e la verità che viene da Cristo così mi impongono. Dissento ma rimango nell’obbedienza. La mia voce servirà alla Chiesa per riflettere e per riconoscere il bianco dal nero, se non subito, quando il tempo sarà giusto e perfetto. Perché umiltà significa attendere i tempi dello Spirito, che opera in modo misterioso e con vie e tempi che non sono i nostri. Se non crediamo nell’azione dello Spirito, di cui siamo parte, inutile essere Cristiani.

La Chiesa ha bisogno oggi più che mai di profeti anche inconsapevoli, di voci che al suo interno si levino per richiamare il popolo e i suoi pastori al giusto cammino. Perché la gerarchia ecclesiale è fatta di uomini, nessuno escluso, e gli uomini sbagliano e sono deboli.  La fede in Cristo non è fede nella gerarchia di Roma: essa comporta il dovere profetico di aiutare con amore fraterno anche la gerarchia, indicandole senza timore dove riteniamo che sbagli. Non dimentichiamo mai la figura profetica ed umile di San Francesco, diventato pietra d’angolo della Chiesa, proprio rimanendo nell’obbedienza. E come pilastro angolare del possente edificio della Gerusalemme Celeste lo raffigurò Giotto, nell’affresco della spogliazione della Cappella Bardi in Santa Croce di Firenze.

 

 

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Presentazione

Monday, January 18th, 2010

Venerdi 22 gennaio alle ore 17, presso la Sala delle Adunanze dell’Accademia delle Arti del Disegno, in Firenze, via Orsanmichele 4,

presentazione

 

del libro di Renzo MANETTI

 

Il Velo della Gioconda.
Leonardo segreto”

Polistampa, 2009

 

Interverranno:

 

Alessandro Vezzosi, direttore del Museo Ideale di Vinci
Luigi Zangheri, presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno

L’Autore, Renzo Manetti, illustrerà il suo studio con l’ausilio di immagini.

 

Per informazioni sul contenuto del libro, si può consultare sia la scheda relativa nella Sezione Libri di questo sito,
sia il post “Le due Gioconde” dell’11 dicembre.

 

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Clandestini o persone?

Wednesday, January 13th, 2010

La violenza di Rosarno è un campanello di allarme che non deve essere sottovalutato. Siamo seduti su una bomba a tempo, che prima o poi è destinata ad esplodere se non la disinneschiamo. Mi spiego, partendo da alcune considerazioni semplici semplici.
1.    E’ giusto cercare di bloccare l’immigrazione clandestina, ma sappiamo tutti che la cosa è impossibile, possiamo solo limitarla.E’ giusto espellere chi è entrato senza permesso, ma sappiamo che è impossibile farlo con tutti.
2.    Ne consegue che clandestini in Italia ci sono e ci saranno.
3.    La legge impedisce a queste persone di lavorare e di essere alloggiate in una casa, perché la si sequestra al proprietario. Il figlio di un clandestino può andare a scuola ma non può abitare in una casa. Il regolare che perde il lavoro diventa addirittura clandestino se non lo ritrova subito. Siamo più teneri con gli animali randagi che con un immigrato irregolare, come se questi non fosse una persona che ha fame sete freddo, paura, sentimenti….
4.    Ne consegue che avremo masse sempre più numerose di “paria”, relegati fuori della società, senza diritti, inevitabile preda di sfruttatori senza scrupoli o della malavita. Per sopravvivere diventeranno perciò prima o poi schiavi o delinquenti (o entrambe le cose). In alternativa la disperazione condurrà alla rivolta, basta solo che qualcuno li organizzi.
5.    La repressione pura e semplice è possibile? La storia insegna che dove c’è disperazione non c’è repressione che tenga: la violenza esplode.
6.    Dunque è necessario e urgente modificare la legge italiana, lasciando da parte demagogia e xenofobia e partendo da due punti che sono imprescindibili.
6.1    Chi è in Italia, regolare o clandestino, se trova un lavoro deve essere lasciato libero di lavorare (ovviamente non a “nero” ma con contratto e pagando tasse e contributi). Fermo restando che chi è trovato senza lavoro deve essere espulso.
6.2    Non si può criminalizzare chi ospita un clandestino per solidarietà umana, né chi gli affitta un alloggio decente. Dobbiamo solo pretendere che le condizioni igieniche siano rispettate e che non si speculi vergognosamente sui più deboli, siano questi lavoratori stranieri o studenti italiani fuori sede.

Qualcuno sa suggerire altre soluzioni che non siano pura demagogia?

Il senso di un’investitura templare

Wednesday, December 16th, 2009

L’11 dicembre di quest’anno 2009 ho ricevuto l’investitura nel Priorato del Tempio Hierosolimitano di Mik’ael, un ordine cavalleresco che si ispira idealmente all’ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo, i Templari.
La cerimonia è avvenuta nella penombra della chiesa gotica, inglobata all’interno della Certosa di Firenze, gli occhi rivolti verso l’abside orientata canonicamente ad est.
Quando, il ginocchio sinistro chinato sul pavimento freddo, come in una triplice benedizione la lama lucente della spada mi è stata appoggiata sulle spalle e sulla testa, non nascondo di esser rimasto emozionato. Non lo avrei creduto, perché abitualmente rimango scettico e disincantato, di fronte a gestualità o a ritualità di questo genere. Forse l’acciaio sottile della spada vibra davvero di un’energia sconosciuta che si trasmette a tutto il tuo essere.
Ma cosa significa per me entrare in un’istituzione post templare? Ricevere un mantello bianco, un’onoreficenza di simpatica bigiotteria, un titolo che nessuno riconosce? Se fosse così, credetemi, non ne varrebbe la pena. Per me significa molto di più: riproporre cioè nel XXI secolo valori e princìpi che i Templari adottarono nove secoli fa e perseguirono in silenzio per quasi due secoli di storia. Furono proprio quei princìpi che provocarono la spietata aggressione al loro ordine e ne decretarono la scomparsa violenta, all’inizio del XIV secolo.
Nove secoli fa fu fondato il Tempio, verso il 1119, e tutta la sua storia fu scandita dal numero Nove: nel 1128 (nove anni dopo) ricevettero la regola nel Concilio di Troyes, nove furono i cavalieri iniziali…Il Nove è un numero mistico e sapienziale che i Templari associarono intenzionalmente alla loro vicenda. E coincidenza vuole che anche l’anno del rogo del Gran Maestro, il 1314,  sia riconducibile al Nove, che è la somma delle sue cifre. Questo nono secolo dalla fondazione assume pertanto un valore particolare.

Cinque sono i valori che ho scorto nell’istituzione che mi ha accolto ed ai quali a mio parere dovrebbe improntare l’attività e la vita chiunque si ispiri al Tempio, non per gioco o curiosità ma per vera idealità.
1.    La fedeltà alla Chiesa.
I Templari erano soggetti solo al papa, non ai vescovi né al potere temporale. Questa fu la causa prima della loro rovina. Non si difesero perché in un papa sperarono fino all’ultimo. Ne furono traditi e abbandonati. Morirono da eroi, accusando un papa ma non la Chiesa, che il loro sacrificio salvò da un pericoloso scisma.
2.    Porre la spada al servizio della Cristianità.
Oggi l’arma di cui devono servirsi i nuovi cavalieri non è la spada, ma la Parola. Scritta, declamata, diffusa nella rete, non c’è arma più potente né più tagliente. Di questa despoti e tiranni hanno timore, non delle pistole e dei fucili. Leviamo la nostra parola in difesa dei valori cristiani, sui quali si è costruita tutta la civiltà occidentale.
3.    Indirizzare se stessi verso la Sapienza,
per esplorare in libertà e retta coscienza il mondo dello Spirito. Non come atto di vanità, ma come necessario cammino interiore, per rinvenire nel profondo di sé la vera cavalleria spirituale. Siano da guida le parole di Dante: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” (Inf.XXVI,118-120) Conoscenza e virtù non sono separabili, la strada della sapienza è una strada di perfezionamento della persona nella sua totalità.
4.    Essere fra loro solidali.
La forza di una compagine si misura sulla solidarietà e sul mutuo soccorso fra i suoi membri. Dove non c’è solidarietà le battaglie sono perse in partenza.
5.    Dai quattro obiettivi precedenti, in modo solo apparentemente paradossale, scaturisce il quinto, forse il più nobile: favorire il dialogo fra le culture e le religioni.
Il dialogo non deriva da volontà di sincretismo o di relativismo, ma dal sincero rispetto degli altri cammini, consapevoli che l’Altissimo ogni giorno fa sorgere il sole su tutti i suoi figli con lo stesso amore.
I Templari combatterono per la Cristianità ma, come dimostrano i racconti di parte musulmana, nel rispetto delle altre fedi. Il dialogo culturale con l’Islam fu vivo e di molta sapienza furono debitori ai loro interlocutori.
I Templari si rifiutarono di levare le armi contro altri cristiani e non parteciparono alla sanguinaria crociata contro l’eresia catara. Anche nei confronti dei Catari furono probabilmente debitori di conoscenza e questo favorì l’accusa che li portò alla fine. Oggi come allora i nuovi cavalieri del Tempio devono essere i promotori di dialogo, combattendo contro ogni fondamentalismo ed integralismo, da qualunque parte provenga.

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Le sfide che attendono Firenze

Wednesday, September 30th, 2009

Il discorso programmatico pronunciato in Consiglio Comunale il 21 settembre è stato promettente: il Sindaco, Matteo Renzi, non si è mantenuto sul generico ma si è espresso in modo chiaro su molte questioni aperte indicando un percorso alternativo a quello della Giunta precedente. Passare dal programma agli atti concreti tuttavia non sarà facile, il lavoro è molto ed il tempo è poco.
Il primo nodo da affrontare è quello del Piano Strutturale che la Giunta passata è stata incapace di approvare, nonostante un iter lungo anni, durante i quali il Piano è stato discusso in tutte le sedi possibili immaginabili, senza per questo trovare una maggioranza disposta a votarlo. Quel Piano ha bisogno di essere modificato, ma non rifatto da capo, perché i tempi per un nuovo piano non ci sono. Anche l’impostazione programmatica del discorso di Renzi in Consiglio Comunale non contraddice l’impostazione generale del Piano, pur implicando modifiche sostanziali ad alcuni contenuti strategici. Se entro luglio il Piano Strutturale non verrà approvato definitivamente, scatteranno salvaguardie che bloccheranno in città ogni intervento edilizio che non sia di mera conservazione dell’esistente. Con conseguenze pesantissime su un’economia che nell’edilizia trovo una dei volani più importanti. Renzi ha detto che questo non deve avvenire ma,  considerati i periodi di legge per la pubblicazione e le osservazioni, se entro l’anno le modifiche al Piano non verranno fatte ed adottate, non ci saranno i tempi tecnici per un’approvazione definitiva in tempo utile.

Il Piano Strutturale è legato a filo doppio con le grandi scelte infrastrutturali, che al suo interno devono trovare la loro cornice coerente. Il Piano attualmente sospeso vincola i tracciati dell’Alta Velocità e delle tre linee della tramvia, definendoli invarianti strutturali, cioè caposaldi inamovibili. E questo è inaccettabile, visto che su queste infrastrutture non c’è ancora chiarezza. Per la tangenziale nord il Piano si limitava a individuare un corridoio infrastrutturale, questa elasticità dovrà essere introdotta anche per le altre infrastrutture, che sono sempre suscettibili di cambiamenti anche in corso d’opera.
Ma elasticità non vuol dire evitare le scelte. Su Alta Velocità e linee tramviarie bisogna decidere. Renzi ha confermato la scelta del sottoattraversamento, ormai già appaltato, ma si è lasciato una porta aperta per discutere con le Ferrovie la stazione sotterranea sotto l’area dei Macelli. La grande stazione sotterranea impone un costo immenso, che probabilmente aumenterà in modo non preventivabile per le varianti e i problemi che emergeranno. Penso innanzitutto all’impatto sulla falda acquifera ed ai rischi di allagamento. La stazione sotterranea era stata voluta dalle forze politiche fiorentine, timorose di infrangere il tabù della centralità di Santa Maria Novella. Ma una stazione sotto i Macelli non è la stessa cosa: per raggiungere Santa Maria Novella ed il centro storico si deve comunque salire in superficie e prendere la tramvia. Tanto vale allora costruire una stazione di superficie a Castello o Campo Marte, con tempi più brevi e costi minori e, soprattutto, minor impatto dei cantieri sull’assetto viario e idro geologico della città.

Sulla tramvia ho sempre ritenuto che si debba sospendere la linea tre che attraversa un tessuto delicato e pregiato come quello dello Statuto, per concentrare gli sforzi sulla linea due che collegherà il centro storico con il nuovo polo direzionale di Novoli. Ma estendendola a Sesto, conferendole quel ruolo di infrastruttura metropolitana che già Detti aveva ritenuto indispensabile per un decentramento a nord ovest. Allungamento quindi verso Sesto e il polo scientifico dell’Università, ma eliminazione della tratta che attraversa il centro storico di Firenze. Il centro storico deve rappresentare infatti un capolinea della tramvia, non un’area da attraversare. La mobilità nel centro va assicurata con mezzi idonei: bussini elettrici e tapis roulant, i cosiddetti people movers ecologici e non invasivi. Il discorso di Renzi va in questa direzione: la tramvia deve essere estesa a Sesto e non passerà da piazza Duomo, che verrà integralmente pedonalizzata, eliminando così quello che è stata definita (sono parole citate da lui) il più elegante spartitraffico del mondo.

Renzi si è espresso con chiarezza anche sulla necessità di una nuova pista per l’aeroporto di Peretola, dicendosi pronto a trattare da subito con il sindaco di Sesto, che ha rigettato le cinque (cinque!) soluzioni fornite da ADF (la società di gestione dell’aeroporto). Ne esiste una sesta su cui tratteremo, ha detto. Aggiungo io che l’estensione della tramvia a Sesto potrebbe essere occasione per un “do ut des”: tramvia in cambio della pista.

Un falso problema è invece quello della “cittadella viola”, cioè la mega speculazione che era stata proposta nel Parco Metropolitano della Piana. Il vero problema è un altro: togliere lo stadio di calcio da Campo di Marte. Intendiamoci, non intendo demolire il Franchi, opera d’architettura e di ingegneria da tutelare e conservare, ma di togliervi le partite di calcio e di costruire altrove uno stadio nuovo per ospitarle. Questo va fatto e presto, perché un quartiere residenziale non può ogni quindici giorni diventare ostaggio dei tifosi. L’area di Castello sarebbe quella ideale, come ha indicato Renzi, perché facilmente raggiungibile da autostrade, aeroporto e ferrovia. Ma lo stadio deve per forza tirarsi dietro un quartiere? Non si possono trovare soldi pubblici per costruirlo? Magari utilizzando quelli della linea tre della tramvia, che se non la facciamo tutti tireranno un sospiro di sollievo?

In conclusione, le premesse ed i programmi oggi ci sono. Ora bisogna attuarli rapidamente e questa è la parte più difficile.

L’enigma dell’influenza suina

Thursday, July 23rd, 2009

Per questa influenza in Messico si è fermata una nazione; in Inghilterra si impedisce l’imbarco sui voli dei passeggeri con sintomi sospetti; in Italia ogni malato viene isolato  nei reparti infettivi degli ospedali; in tutto il mondo si corre verso una vaccinazione massiccia della popolazione. Terribile scenario, no?

Poi ci viene spiegato che non dobbiamo allarmarci perché questa influenza ha una mortalità bassissima, che in due  o tre giorni si torna in piedi, che si tratta di un malanno banale assai meno pericoloso dell’influenza stagionale.E le notizie che filtrano sembrano confermare questa pericolosità così esile.

Ci rendiamo conto che le due notizie si contraddicono?

Non capisco: se si tratta di un’influenza banale, perché tanto allarmismo per una prossima pandemia? Perché la corsa al vaccino? Perché ogni malato viene posto in isolamento?

Delle due l’una: o siamo di fronte ad una truffa colossale messa in piedi per far guadagnare le multinazionali dei farmaci, o l’influenza è pericolosa e medici e ministri ci raccontano balle dicendoci che è banale. Ma in questo secondo caso, cosa si porta dietro questo virus? Ci sono rischi nascosti che non riusciamo a vedere? E’ una porta per forme più pericolose di contagio?

Vorrei che qualcuno mi spiegasse il paradosso dell’influenza suina.

Sapete cosa penso? La pericolosità del virus, al suo apparire, è stata esagerata ad arte, ed amplificata dai media per la smania di catastrofismo che ormai contraddistingue la nostra società, cosicché i governi si precipitassero ad ordinare o prenotare milioni di dosi di vaccino. Le aziende farmaceutiche hanno messo in moto i laboratori di ricerca e le linee di produzione. Ed ora? Non si può mica buttare tutto al vento ammettendo che siamo di fronte ad in virus simile a quello del raffreddore.

Per quanto mi riguarda non assumerò mai il vaccino e se l’influenza mi prende, lascerò che il mio organismo la debelli da solo, come ha sempre fatto tutti i santi inverni.

Per un nuovo Umanesimo fiorentino

Monday, April 27th, 2009

Su il Corriere della Sera del 7 marzo 2009, edizione fiorentina,l’architetto David Fisher dice:“La Firenze di oggi vive ancora delle memorie del suo glorioso passato. Non c’è dubbio che abbiamo un patrimonio preziosissimo, unico al mondo,ma proprio per questo dovremmo valorizzare il presente e, detto ciò, guardare al futuro… Se non si riesce ad inventare niente per portare “business” a Firenze, trasformandola in una città degna del terzo millennio, che si sfrutti la nostra immagine nel mondo, la nostra ricchezza storica, per portare ricchezza ed autonomia economica a Firenze”.
Firenze deve raccogliere la sfida del terzo millennio e valorizzare le proprie risorse, uscendo da un immobilismo sonnolento, che da troppi anni la sta facendo scivolare in un isolamento forse dorato ma certo provinciale e falsamente aristocratico. Il timore di cambiare lo stato di fatto impedisce la realizzazione di infrastrutture essenziali per lo sviluppo e, quando anche qualcosa si realizza, ci si fa condizionare dal gioco degli equilibri politici locali e delle lobbies economiche forti. Il caso della tramvia è eclatante, perché si è voluto dare la precedenza alla linea per Scandicci che serve a pochi e sarà un debito permanente per il comune, lasciando indietro l’unica che veramente funziona, quella fra il centro storico e il settore nord ovest dove la città sta decentrando il meglio di sé. Ma anche su questa si preferisce insistere su un violento ed inutile attraversamento del centro, in cui nessuno più crede, invece di impiegare più razionalmente quelle risorse per proseguirla verso Sesto ed il polo universitario.

Mi spiego. La città si sta sviluppando sulla direttrice nord ovest, verso l’area metropolitana, secondo linee che già Edoardo Detti aveva individuato nel suo Piano regolatore del 1967. Gli uffici pubblici e privati lasciano il centro storico per l’area di Novoli, più vicina alle infrastrutture viarie e proiettata all’esterno della città. Da Novoli a Castello a Sesto la nuova Firenze si sta riaggregando attorno a nuovi poli. Detti aveva progettato un’infrastruttura viaria, il cosiddetto “asse attrezzato”, che innervasse e servisse questa serie di nuovi centri direzionali. I centri si sono in parte già fatti, ma l’infrastruttura no. La linea due della tramvia può assolvere oggi al ruolo che Detti aveva attribuito al suo asse viario, come spina dorsale di tutto il sistema lineare. Per questo doveva essere realizzata per prima, come elemento di comunicazione moderno ed indispensabile fra i nuovi centri direzionali ed universitari ed il centro storico. Invece per ragioni politiche si è partiti dalla linea uno, quella di Scandicci, sostanzialmente inutile e dalla gestione troppo onerosa per le casse comunali. Non dimentichiamo che il comune si è impegnato a pagare di tasca propria l’equivalente dei biglietti di sette milioni di passeggeri, a fronte del più realistico milione e mezzo trasportato oggi dagli autobus. Altrimenti i privati la linea uno non l’avrebbero fatta, perché antieconomica. La linea due era invece ed è tuttora necessaria e sicuramente attrattrice di passeggeri. Per questo va fatta, ma non c’è alcun bisogno che attraversi il centro storico, basta fermarla a Santa Maria Novella. Bisogna semmai pensare ad estenderla a ovest, verso Sesto ed il polo universitario. Il centro storico va servito con bussini elettrici e con people movers, non con un treno che sfiora il battistero e fa fatica a curvare in piazza Duomo. Quanto poi a girare con i binari attorno a piazza della Libertà per farla tornare indietro, il Signore ce ne scampi, perché sarebbe la paralisi del traffico cittadino. Si, perché tutti gli studi dimostrano che la tramvia ridurrà in modo risibile il traffico veicolare ed anzi ne aggraverà la congestione perché toglierà sedi stradali importanti. Quanto alla linea tre, destinata ad attraversare un tessuto delicato e compatto, meglio soprassedere: sospendiamone l’attuazione in attesa di capire come funzionerà la linea uno e riprogettiamola di conseguenza.
L’aeroporto di Firenze sta progettando una nuova aerostazione per consentirle di ospitare il doppio dei passeggeri attuali. Ma viene bloccato sulla realizzazione di una nuova pista, senza la quale quei passeggeri resteranno sulla carta. Ancora una volta ragioni politiche: Sesto non vuole. Lo stadio di calcio quello si, lo vorrebbero, ma la pista no,perché l’aeroporto è di Firenze e non di Sesto. Come se i sestesi non lo utilizzassero. I collegamenti ferroviari con l’aeroporto di Pisa sono tremendi: basta guardare gli orari delle Ferrovie per rendersi conto che da Santa Maria Novella all’aeroporto Galilei non si impiega meno di un’ora e mezzo. Tanto vale andare a Bologna, che è più efficiente.
E che dire di una circonvallazione urbana, della quale si parla da decennio senza mai riuscire a farla? E’ assurdo che chi vuole spostarsi da una parte all’altra della città o del suo hinterland debba attraversare il centro lungo i viali ottocenteschi. Le alternative non ci sono, salvo improponibili ma assediate stradine collinari, sulle quali per disperazione si riversa un flusso di veicoli intollerabile. E questa sarebbe la tutela delle colline? E questa sarebbe la tutela di un patrimonio storico come i viali del Poggi, elegante passeggiata di una città giardino che dall’utopia si trasformò in realtà? Oggi devastata ed offesa da un traffico veicolare che non ha alternative. La proposta sensata di declassare l’autostrada e di fare la bretella Barberino Incisa fu bocciata, per motivi solo politici, e si preferì aggiungere una terza corsia al laccio autostradale che circonda Firenze. Abbandonando così le colline fiorentine, un patrimonio ambientale che il mondo ci invidia, alla devastazione di cantieri senza fine, ma togliendo anche al Mugello la possibilità di un collegamento stradale decente con l’alto Valdarno, che avviene oggi attraversando curva dietro curva un’interminabile sequenza di paesi e paesini.

Se Firenze intende uscire dal passato e proiettarsi nel futuro, non può rinunciare a costruire infrastrutture di cui ha bisogno da decenni. Che non sono solo quelle per la mobilità, l’aeroporto, una nuova viabilità esterna che eviti l’attraversamento del centro, ma anche quelle di promozione del settore produttivo: un’area espositiva adeguata, un centro congressi moderno che raddoppi la capacità di quello attuale, consentendo alla città di rientrare nel giro dei congressi internazionali. Ma anche cose piccole, eppure tanto importanti, come dotare il centro storico di servizi igienici pubblici, evitando ai turisti ed ai cittadini la vergogna di usufruire di quelli privati dei bar e dei centri commerciali. Questo è quanto il sistema produttivo richiede con insistenza, da anni, ad una classe politica inconcludente e sorda ad esigenze che non siano quelle della propria sopravvivenza.
Eppure Firenze non ha bisogno solo di infrastrutture e servizi, ma anche e soprattutto di rilanciare la propria immagine nel mondo, di valorizzare il patrimonio unico che le è stato tramandato dal passato. Un patrimonio che è fatto di monumenti e di dipinti, di statue e di libri, ma anche di idee. In un passato recente, eppure già così lontano, Firenze fu un riferimento internazionale per i costruttori di pace. Un sindaco ispirato, Giorgio La Pira, ne fece un faro per gli oppressi, un luogo di dialogo fra popoli in lotta e fra le religioni. Poi tutto è svanito nel nulla e la città si è rinchiusa in un sonnolento silenzio. Quella stagione può e deve essere rilanciata.
Parlando con me e qualche altro amico, Gianni Conti, ha esposto un’idea. Dobbiamo realizzare, ci ha detto, una Casa per i diritti e le libertà dell’uomo, che sia un centro di incontro e di dialogo fra i popoli e le nazioni. Dovrà essere un monumento, ha proseguito, sul cui progetto chiamare a confrontarsi i migliori architetti del mondo e nel quale ospitare una nuova tribuna per il David di Michelangelo, l’opera simbolo della lotta per la libertà da ogni oppressione e da ogni aggressione. L’antico ed il moderno si amalgameranno in questa nuova struttura, che potrebbe essere realizzata nel Parterre di piazza della Libertà.
Lì per lì sono rimasto ad ascoltarlo perplesso poi, a poco a poco nei giorni successivi, quell’idea ha continuato a rimbalzare nei miei pensieri, a prendere consistenza, finendo per affascinarmi. Ora la vedo sempre più nitida di fronte agli occhi. Il Parterre, oggi ridotto ad un banale luogo per giostrine e burocrati, un tempo era l’ingresso aulico della città sulla strada che arrivava dall’Europa. Un granduca illuminato vi costruì una nuova porta di fronte a quella dugentesca, un arco di trionfo che esaltava la volontà di spalancare una Firenze già provinciale verso il palcoscenico del mondo intero.
Ho iniziato allora ad immaginare questa Casa dei diritti dell’uomo elevarsi sopra la piazza, come quella Terza Porta di cui ebbe idea anni fa un architetto famoso, Leonardo Ricci. Vedo un’architettura moderna e dall’immagine forte dialogare con le vestigia del passato, dal giardino ottocentesco, all’arco trionfale del secolo dei lumi, alla porta dell’epoca di Dante, offrendo al mondo il volto di una città proiettata verso il futuro ma ancorata ad un passato illustre, annunciando la sua volontà di reinserirsi come protagonista e non come pigra spettatrice nella cultura europea.
E mi piace anche l’idea di collocare nella nuova struttura il David circondato dai Prigioni, come simbolo senza tempo di speranza e di libertà, ed intorno ad esso le memorie di La Pira, di Ghandi, di Luther King, di Giovanni Paolo II, dei grandi operatori di pace.
Chi verrà chiamato fra poco ad amministrare questa città, pensi anche a questo. Costituiamo una Fondazione che realizzi il progetto e lo gestisca. Affidi il nuovo sindaco una delega per la Pace ed il Dialogo interreligioso. Istituiamo un premio da assegnare a chi nel mondo avrà operato in queste due direzioni, come un piccolo ma prestigioso nobel tutto fiorentino. La cerimonia della consegna potrebbe avvenire nel nuovo Parterre, ma anche sugli spalti di San Miniato al Monte, fra i marmi e le mura che testimoniano il cielo alla città sottostante. Così il messaggio di un nuovo Umanesimo partirebbe ancora una volta dalla città che ne fu culla, diffondendone l’immagine nel mondo.

Ma dov’è lo scandalo del Piano Casa?

Monday, March 30th, 2009

Non riesco a condividere l’opposizione di Martini e della Toscana al Piano Casa del Governo: la possibilità di incrementare una tantum il volume degli edifici esistenti non è una cosa scandalosa ed è anzi già presente come norma in diversi dei nostri comuni, con il placet della Regione stessa. Le famiglie si accrescono ed il mercato immobiliare ha costi che impediscono spesso di cambiare la casa con una più grande o di comprarne una nuova per il figlio che vuole sposarsi. Un modesto ampliamento è molto più economico e alla portata di molti. Male sarebbe semmai consentire gli incrementi solo per le ville e le case bifamiliari: anche le famiglie che abitano nei condomìni hanno bisogno di spazi aggiuntivi, che si possono ricavare senza vergogna dalla chiusura di logge, dal rialzamento di una mansarda, da una vecchia terrazza a tasca…Si tratta di quegli interventi, piccoli ma fisiologici, che nella città storica ci sono sempre stati e ne hanno determinato il volto ed il sapore. Impedirli significa costringere i cittadini ad un micro abusivismo di necessità, che personalmente trovo moralmente giustificato.

 

Certo un Piano Casa come quello proposto dal Governo deve attuarsi entro i binari di regole, che garantiscano la tutela delle aree e degli immobili di pregio: non sono ammissibili ampliamenti nei centri storici antichi ed ogni demolizione e ricostruzione nelle periferie dovrà comportare un miglioramento della qualità, sia come architettura che come servizi. Ma non si gridi alla cementificazione per la possibilità di demolire e ricostruire gli edifici obsoleti e privi di valore, ampliandone il volume: l’incentivo è anzi l’unica strada che può consentire una riqualificazione delle periferie, venute su senza qualità negli anni del boom edilizio del dopoguerra, e di ricostruirle con un volto dignitoso.

Il recupero degli edifici esistenti non è mai cementificazione. Sono semmai indifendibili tanti interventi edilizi ed urbanistici straordinari, varati anche dalla Toscana nelle aree libere destinate a servizi dai piani regolatori. Con l’aggravante che in questi casi le cooperative e le imprese che ne hanno usufruito si contano sulla punta delle dita e sono quasi sempre le stesse. I grandi piani per fare infrastrutture o per realizzare grandi interventi finiscono per favorire solo le imprese più grosse e i loro studi professionali. Un Piano Casa fatto anche di microinterventi favorisce tutti: le famiglie, le piccole imprese, i piccoli studi, cioè l’anima del Paese.

 

La sinistra deve cominciare ad interrogarsi ed a rendersi conto che il centro destra ha vinto le elezioni, perché ha saputo interpretare le nuove esigenze dei cittadini e delle famiglie. Anche questo Piano Casa raccoglie un bisogno diffuso. Non è tanto la semplificazione delle procedure la cosa importante, perché già oggi con la Denuncia di Inizio Attività i tempi sono rapidi (basti vedere l’uso eccessivo che se ne è fatto a Firenze nei mega interventi di Novoli): la vera novità è la possibilità di fare nelle case di ciascun nucleo familiare ciò che serve. E questa è una vera rivoluzione, che frantuma vecchi, demagogici ed ormai anacronistici tabù.

Denuncia dei clandestini: un atto di inciviltà

Friday, February 6th, 2009

La possibilità che i medici denuncino i clandestini che si rivolgono loro per essere curati è contenuta nel disegno di legge sulla sicurezza in corso di approvazione. Si tratta di una norma barbara ed indegna della storia civile dell’Italia, contraria ai valori su cui si fonda la nazione e contraria alla deontologia medica.
Si tratta anche di una norma pericolosa: sappiamo che i clandestini sono spesso portatori di patologie infettive contagiose. Vanno curate per evitare che si trasmettano e degenerino in epidemie. Ma quale clandestino si rivolgerà al medico sapendo di poter essere denunciato?
Il governo appare succube della deriva rozza e xenofoba della Lega, una deriva che ricorda tanto gli slogan altrettanto primitivi e letali del fascismo. Eppure quali risultati sta ottenendo il pugno di ferro del leghista Maroni nel contrasto all’immigrazione clandestina? Io non ne vedo: Lampedusa è un’isola lager, dove i veri prigionieri stanno diventando gli abitanti. I riconoscimenti e le espulsioni sono difficili, perché questi disperati nessuno li rivuole indietro. L’Europa se ne infischia perché ogni stato pensa per sé. E allora come si argina questa invasione?
Consentiamo a questa gente di lavorare, evitiamo di lasciarli alla deriva nelle strade, bivaccando in condizioni disumane, costretti per sopravvivere ad entrare nell’esercito della delinquenza. Non vogliamo i lavavetri ai semafori, non vogliamo che i clandestini possano fare lavori, nemmeno precari, e non ci rendiamo conto che così li costringiamo ad entrare nelle nostre case per rubare e ad aggredirci per sopravvivere. La verità è che non siamo in grado di fermare l’invasione, allora regoliamola usando il buon senso e l’etica che ci deriva dalla nostra tradizione cristiana.
Cominciamo a togliere la norma ipocrita per la quale chi vuol dar lavoro ad un clandestino, che ha conosciuto e di cui si fida, deve prima far finta di rimandarlo al paese di origine perché da lì possa chiedere il nulla osta all’ambasciata italiana. Facciamolo lavorare e basta. Condizioniamo il lavoro all’accettazione delle norme scritte e non scritte che regolano la convivenza civile in Italia ed aiutiamolo ad inserirsi nella nostra società. Evitiamo il formarsi di etnie che si isolano per mantenere una cultura ed usi lontani incompatibili con i nostri.
Tante alternative razionali non ne vedo. Non sono i proclami e gli slogan di  mussoliniana memoria che risolvono un problema epocale, pari forse solo a quello che travolse il tardo impero romano.