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11 luglio: festa di San Benedetto

Thursday, July 8th, 2010

Ricevo da don Bernardo, priore dell’Abbazia venerabile di San Miniato al Monte in Firenze, questo avviso per la ricorrenza di San Benedetto. Le sue parole sono belle e toccanti e le faccio mie. Eccole dunque:

San Benedetto e il Re Totila - Affresco di Spinello Aretino (1387)
Firenze, Abbazia di San Miniato al Monte, Sagrestia della Basilica


Domenica 11 Luglio 2010, accanto alla celebrazione della Pasqua della Settimana, i monaci e le monache di ogni dove avranno un motivo in più per esultare nelle loro lunghe liturgie. In quel giorno infatti, con la recente riforma del calendario dei Santi e delle Sante, ricorre la solenne festa di san Benedetto, padre del monachesimo latino e primo patrono del nostro continente. La comunità monastica di San Miniato al Monte avrà la possibilità di onorare il Santo autore della loro Regola in un modo davvero eccezionale: il nostro Arcivescovo, infatti, mons. Giuseppe Betori celebrerà per la prima volta l’Eucaristia nella Basilica di un’abbazia che da quasi mille anni, pur con temporanee interruzioni, ospita una testimonianza di vita benedettina. Alle ore 17.30 Sua Eccellenza presiederà i Vespri solenni cui seguirà la Santa Messa in onore di Colui al quale molto giustamente si assegna un ruolo determinante nella evangelizzazione d’Europa e nella promozione di una cultura della preghiera, dello studio e del lavoro centrate su quelle misure “giuste” dell’uomo che la Rivelazione di Gesù Cristo ci indica e ci suggerisce. La nostra piccola famiglia monastica non può non rallegrarsi della visita dell’amato Pastore della Chiesa fiorentina proprio in quella Basilica e in quel monastero voluti oltre 990 anni fa da un suo predecessore, il Vescovo Ildebrando. Questi, traslando le reliquie del primo martire della città, il principe armeno Miniato, in un tempio la cui bellezza in ogni istante avrebbe dovuto evocare a tutti i fiorentini lo splendore della Gerusalemme Celeste, saldava in modo mirabile l’antica memoria cristiana di Firenze con la speranza teologale che solo le linee prospettiche della Città futura sanno affidabilmente alimentare. I monaci di San Miniato, come tutte le varie comunità benedettine presenti in Arcidiocesi, maschili e femminili, non esclusa la presenza di nuove famiglie monastiche e di solitari e solitarie che ai bordi della città esprimono la radicalità della sete di Dio e l’ansia di una accorata intercessione per il bene dell’intera famiglia umana, vogliono proporre alla memoria e alla consapevolezza della nostra Chiesa la bellezza della testimonianza di vita lasciata da san Benedetto, la sapienza della sua Regola, la misteriosa fecondità apostolica della vita monastica, il suo essere silenzioso laboratorio di comunione, di riconciliazione e di speranza e infine l’alfabetizzazione, nel canto e nella preghiera dei nostri cori e delle nostre celle, di quel grido di indigenza che al fondo del cuore qualifica l’autenticità di ogni persona: oggi e sempre solo in Dio trova riposo la nostra inquietudine e solo nel Vangelo l’uomo e le sue culture possono recuperare senso, sapore e direzioni degne della sua indelebile e irrinunciabile dignità.

Con il caro saluto di tutta  la Comunità di San Miniato al Monte, auguro a Voi tutti ogni bene e la gioia di poter celebrare tutti assieme il nostro Santo Padre Benedetto,

In Cristo Signore, Vostro bernardo

Templari ieri ed oggi

Wednesday, June 16th, 2010


Ho scritto questa nota come indicazione storica e programmatica da fornire a coloro che chiedono  l’investitura nel Prioratus Templi Hierosolimitani Mik’aelis (PTHM), del quale mi onoro di far parte, come Precettore.

 

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1. Chi erano i cavalieri del Tempio?

 

Gerusalemme era stata conquistata il 14 luglio del 1099. Nell’incerta sicurezza del Regno di Gerusalemme, un gruppo di nove cavalieri guidati da Hugo di Payns aveva offerto al re Baldovino di consacrarsi alla difesa della Terra Santa e delle sue strade. Il re aveva loro concesso come dimora le antiche stalle di Salomone, sulla spianata del Tempio. Questo è il racconto della nascita dell’Ordine, lasciato da Giacomo di Vitry, vescovo di Acri, nel XIII secolo:

Alcuni cavalieri armati da Dio e ordinati al suo servizio rinunciarono al mondo e si consacrarono a Cristo. Con voti solenni,pronunciati davanti al patriarca di Gerusalemme, si impegnarono a difendere i pellegrini contro i briganti e predatori, a proteggere le strade e a fungere da cavalleria del re sovrano. Essi osservano la povertà, la castità e l’obbedienza, secondo la regola dei canonici regolari. I loro capi erano due uomini venerabili, Ugo di Payns e Goffredo di Saint Omer. All’inizio solo nove presero una così santa decisione, e per nove anni servirono in abiti secolari e si vestirono di quel che i fedeli davano loro in elemosina. Il re, i suoi cavalieri e il signore patriarca provarono grande compassione per questi uomini nobili che avevano abbandonato tutto per Cristo, e donarono loro alcune proprietà e benefici per provvedere ai loro bisogni, e per le anime dei donatori. E, poiché non avevano chiese o dimore di loro proprietà, il re li alloggiò nel suo palazzo, vicino al Tempio del Signore. L’abate e i canonici regolari del tempio diedero loro, per le esigenze del loro servizio, un terreno non lontano dal palazzo e, per questa ragione, furono chiamati più tardi, templari”.

Questo racconto, seppure scritto a distanza di tempo dalla fondazione dell’Ordine, è significativo. Ci conferma infatti che i templari avrebbero inizialmente seguito la regola dei canonici del Santo Sepolcro e cioè quella agostiniana e non la benedettina. Pone inoltre l’accento sul fatto che i cavalieri originari sarebbero stati nove ed avrebbero per nove anni servito il re in abiti secolari. Anche Guglielmo di Tiro dice:

Impegnatisi da nove anni in questa impresa, non erano più di nove…”.

I nove anni sarebbero quelli intercorsi fra la fondazione del 1119 ed il concilio di Troyes del 1128, quando l’Ordine fu ufficialmente riconosciuto dal papa e ne ricevette la nuova regola. Nel riconoscimento e nella redazione della regola, fu determinante l’apporto di Bernardo di Chiaravalle.

In realtà ci sono dubbi che in cavalieri iniziali fossero solo nove e che l’ordine sia stato effettivamente fondato nel 1119: Michele il Siriano parla infatti di trenta cavalieri, che è un numero più credibile. Quando Hugo di Payns si recò in Francia nel 1127 per ricevere la regola era accompagnato da altri cinque compagni, ed è improbabile che egli avesse lasciato per la difesa della Terra Santa solo tre cavalieri. Sorge quindi legittimo il sospetto di trovarsi di fronte a racconti simbolici, e che i Templari abbiano a posteriori voluto associare alla fondazione dell’ordine il sacro numero nove.

Dopo la consacrazione del concilio, l’ordine si consolidò ed estese i propri compiti all’assistenza sulle vie di pellegrinaggio che in occidente conducevano ai porti di imbarco per la Terra Santa. I cavalieri offrirono un contributo determinante anche alla crociata contro i mori della penisola iberica, e si insediarono in modo stabile in Spagna e Portogallo.

Nel giro di pochi decenni essi erano diventati una potenza economica e militare tale da suscitare sospetti e, come scrissero i cronisti dell’epoca, da eccitare la cupidigia di molti. Quando il Regno di Gerusalemme fu perso e, uno alla volta, caddero anche gli ultimi fortilizi oltremare, sembrò che la ragione di essere dell’ordine fosse venuta meno. Essendo la loro una fraternità che rispondeva direttamente al pontefice, non soggetta ai sovrani degli stati in cui erano insediati, la potenza dei Templari apparve troppo ingombrante. In particolare il re di Francia, Filippo il Bello, cercò senza successo di ridurre l’indipendenza dell’ordine proponendone la fusione con quello degli Ospedalieri.

Nel 1303 i templari furono costretti ad abbandonare l’ultimo lembo di Terra Santa che ancora occupavano, un isolotto arido di fronte a Tortosa. Già nel 1305 cominciarono a circolare voci relative ad una loro presunta eresia, delle quali il re di Francia si fece subito interprete. Il resto è noto: nel 1307 il Gran Maestro, Jacques de Molay era giunto a Parigi per presiedere il capitolo generale. Il re colse l’occasione per ordinare in grande segretezza l’arresto suo e di tutti gli altri cavalieri, che fu eseguito contemporaneamente in ogni parte del regno. Si aprì così un estenuante braccio di ferro fra il re ed il pontefice, Clemente V, perché dal punto di vista giuridico i cavalieri erano soggetti alla sola autorità di quest’ultimo ed il re non avrebbe potuto imprigionarli. Filippo cominciò a raccogliere le confessioni dei templari, estorte con la tortura, e fra questa anche quella del Gran Maestro Jacques de Molay, usandole come strumento di pressione nei confronti del papa.

Nel 1308 Clemente V assolse i cavalieri prigionieri nella rocca di Chinon e revocò loro la scomunica. Fra questi il Gran Maestro e i più alti dignitari dell’Ordine. Filippo, vedendo profilarsi un’assoluzione dell’intero ordine, minacciò allora  di aprire un processo per eresia e stregoneria contro il defunto Bonifacio VIII, che egli aveva combattuto con durezza fino al clamoroso arresto di Anagni. Che un re si arrogasse il diritto di far giudicare l’ortodossia di un pontefice avrebbe creato un precedente inaccettabile per la Chiesa. Filippo aveva già dato prova della sua determinazione facendo arrestare e bruciare il vescovo Guichard di Troyes, accusato di stregoneria, nonostante lo stesso papa l’avesse prosciolto dall’accusa. Di fronte a queste minacce Clemente V si arrese ed istituì commissioni di inchiesta diocesane per condurre l’indagine sulla presunta eresia templare, commissioni che si costituirono nel 1309. Convocò inoltre a Vienne un Concilio per discutere della accuse rivolte all’Ordine.

Le commissioni non cominciarono il loro lavoro che verso la fine dell’anno. Il Concilio fu dunque procrastinato al 1312. Nell’Italia settentrionale la commissione fu presieduta dall’arcivescovo di Ravenna, Rinaldo di Concoregio, il quale, nonostante le pressioni papali, si rifiutò di utilizzare la tortura. Anche a Venezia i templari furono trattati con rispetto. Si trattò tuttavia di casi isolati, perché come in Francia nel resto d’Italia e nella Firenze di Dante, gli inquisitori ricorsero alle torture più brutali per estorcere improbabili confessioni.

Il Concilio si aprì nel 1310 e Filippo non esitò a mettere subito al rogo 54 cavalieri, che avevano ritrattato quanto era stato loro estorto con la tortura, e a far arrestare e sparire i loro difensori. Tutto il Concilio si svolse dunque sotto la minaccia del re.

Nonostante le molte assoluzioni avvenute là dove le commissioni non fecero uso di tortura, il papa cedette alle pressioni del re e decise di promulgare, con l’appoggio del Concilio, una bolla di soppressione dell’Ordine. Nel 1312 emanò dunque la bolla Vox in excelsis con la quale sopprimeva il Tempio. Ma si trattò di una sentenza non definitiva, come la Bolla precisa: ”non con sentenza definitiva, ma con provvedimento apostolico, noi con l’approvazione del santo concilio, sopprimiamo l’ordine dei Templari…”. I beni dell’ordine furono affidati agli Ospitalieri, che tennero sempre distinte le loro proprietà da quelle del Tempio, nel caso fossero stati un giorno chiamati a restituirle.

La vicenda templare si concluse definitivamente due anni dopo, quando il Gran Maestro ritrattò le confessioni che gli erano state estorte. Filippo immediatamente lo mandò sul rogo. Si era nel marzo del 1314. La tradizione narra che egli morì coraggiosamente, il volto rivolto verso la cattedrale di Notre Dame.

Un cronista fiorentino, Giovanni Villani, racconterà in seguito che alcuni religiosi avrebbero raccolto i resti del Gran Maestro per nasconderli come reliquie sante in un luogo sacro. Egli così suggerisce la possibilità di una continuità segreta della tradizione  e della gnosi templare anche dopo la soppressione.

 


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2. Ci fu una dottrina segreta del Tempio?

 

E’ argomento assai dibattuto l’esistenza fra i cavalieri rossocrociati di un insegnamento segreto, iniziatico e perciò conosciuto solo dai vertici dell’Ordine. Molti indizi fanno ritenere che effettivamente questo ci sia stato. Lo pensa la studiosa Barbara Frale: “Nel Tempio erano in uso alcune tradizioni segrete, tramandate oralmente, delle quali nella normativa ufficiale non esisteva altro che un’impercettibile allusione”. Gli studi e le scoperte di Simonetta Cerrini dimostrano che in alcuni ambienti templari, ed in particolare fra i vertici, custodi della Regola dell’Ordine, si usarono pratiche magico teurgiche e ci si confrontò con la Cabbalà ebraica. Secondo la studiosa, numerosi episodi dimostrano come i Templari praticassero una tolleranza religiosa, che li portò ad insospettate convergenze con l’ebraismo e con quello stesso Islam che pure combattevano.

Robert John avanzò in un testo ormai celebre l’ipotesi di un collegamento tra la dottrina di Dante e dei poeti del Dolce Stil Nuovo con la presunta gnosi templare, producendo una messe voluminosa di indizi.Si tratterebbe di un insegnamento ad entrambi comune che, nascosto sotto il velo delle allegorie, avrebbe comunque riguardato solo una ristretta elite di cavalieri e di poeti.

La gnosi templare si sarebbe tramandata in modo segreto, come adombrato dal Villani, anche nei secoli successivi.

Ha fornito un contributo di grande interesse a sostegno di questa tesi, la Giornata fiorentina di Studi Templari promossa dal Collegium Militum Templi il 14 maggio 2010 nell’ex chiesa templare di San Jacopo a Firenze.

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3. Il senso di un’investitura templare oggi.

 

Ma cosa significa oggi entrare in un’istituzione post templare? Ricevere un mantello bianco, un’onoreficenza e un titolo che hanno un valore solo morale? Se fosse così non ne varrebbe la pena. In realtà significa molto di più: riproporre cioè nel XXI secolo valori e princìpi che i Templari adottarono nove secoli fa e perseguirono in silenzio per quasi due secoli di storia. Furono proprio quei princìpi che provocarono la spietata aggressione al loro ordine e ne decretarono la scomparsa violenta.

Nove secoli fa fu fondato il Tempio, verso il 1119, e tutta la sua storia fu scandita dal numero Nove: nel 1128 (nove anni dopo) ricevettero la regola nel Concilio di Troyes, nove furono i cavalieri iniziali…Il Nove è un numero mistico e sapienziale che i Templari associarono intenzionalmente alla loro vicenda. E coincidenza vuole che anche l’anno del rogo del Gran Maestro, il 1314,  sia riconducibile al Nove, che è la somma delle sue cifre. Questo nono secolo dalla fondazione assume pertanto un valore particolare per i post templari.

 

Cinque sono i valori fondamentali del Priorato di cui ci onoriamo di far parte ed ai quali deve improntare l’attività e la vita chiunque si ispiri al Tempio, non per gioco o curiosità ma per vera idealità.

 

  1. La fedeltà alla Chiesa.

I Templari erano soggetti solo al papa, non ai vescovi né al potere temporale. Questa fu la causa prima della loro rovina. Non si difesero perché in un papa sperarono fino all’ultimo. Ne furono traditi e abbandonati. Morirono da eroi, accusando un papa ma non la Chiesa, che il loro sacrificio salvò da un pericoloso scisma. Alla Chiesa rimasero fedeli fin sul rogo.

Da tutto questo consegue l’obbligo di portare nella società in cui viviamo i valori cavallereschi dell’onore e della fedeltà.

 

  1. Porre la spada al servizio della Cristianità.

Oggi l’arma di cui devono servirsi i nuovi cavalieri non è la spada, ma la Parola. Scritta, declamata, diffusa nella rete, non c’è arma più potente né più tagliente. Di questa despoti e tiranni hanno timore, più delle pistole e dei fucili. Leviamo la nostra parola in difesa dei valori cristiani, sui quali si è costruita tutta la civiltà occidentale.

 

  1. Indirizzare se stessi verso la Sapienza.

I cavalieri esplorano in libertà e retta coscienza il mondo dello Spirito, non come atto di vanità, ma come necessario cammino interiore, per rinvenire nel profondo di sé la vera cavalleria spirituale. Siano da guida le parole di Dante: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” (Inf.XXVI,118-120) Conoscenza e virtù non sono separabili, la strada della sapienza è una strada di perfezionamento della persona nella sua totalità.

 

  1. Essere fra loro solidali.

La forza di una compagine si misura sulla solidarietà e sul mutuo soccorso fra i suoi membri. Dove non c’è solidarietà le battaglie sono perse in partenza.

 

5.     Favorire il dialogo fra le culture e le religioni.

Dai quattro obiettivi precedenti, in modo solo apparentemente paradossale, scaturisce il quinto, forse il più nobile: favorire il dialogo fra le culture e le religioni.

Il dialogo non deriva da volontà di sincretismo o di relativismo, ma dal sincero rispetto degli altri cammini, consapevoli che l’Altissimo ogni giorno fa sorgere il sole su tutti i suoi figli con lo stesso amore.

I Templari combatterono per la Cristianità ma, come dimostrano i racconti di parte musulmana, nel rispetto delle altre fedi. Il dialogo culturale con l’Islam fu vivace ed i Templari furono debitori ai loro interlocutori di molta sapienza.

I Templari si rifiutarono di levare le armi contro altri cristiani e non parteciparono alla sanguinaria crociata contro l’eresia catara. Anche nei confronti dei Catari furono probabilmente debitori di conoscenza e questo favorì l’accusa che li portò alla fine. Oggi come allora i nuovi cavalieri del Tempio devono essere i promotori di dialogo, combattendo contro ogni fondamentalismo ed integralismo, da qualunque parte provenga.

23 Maggio

Tuesday, May 25th, 2010

матраци23 maggio 2010  Pentecoste

Compio 58 anni (5 + 8 = 13; 5 x 8 = 40) e questo proprio nella Pentecoste.

Data simbolica, dunque…

Sarebbe stato il giorno giusto e perfetto per ricevere il Consolamentum…

 

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Intervento di Delfo Del Bino riguardo al mio articolo su Cattolici e Massoneria

Tuesday, May 18th, 2010

Si tratta di una lettera a commento del post inserito qui alla data del 16 febbraio e pubblicato a pag.55 della  rivista il Governo delle Idee, n.86 (marzo 2010).

Caro Renzo,

complimenti per il tuo documentatissimo saggio sulla massoneria pubblicato sul n.86 del Governo delle Idee. Mi fa piacere te ne sia occupato essendo questo un argomento che merita di essere ancora affrontato, dopo i vari incontri e dialoghi che la massoneria ha tenuto con uomini della Chiesa: Padre Esposito, Padre Benimeli e lo stesso Baget Bozzo. Tutti incontri fecondi che hanno servito a chiarire quale sia l’autentico spirito della massoneria nei confronti del Mondo e delle Religioni e quale di conseguenza potrebbe essere l’atteggiamento della Chiesa nei suoi confronti.

Un mesetto fa mi ero interessato di tali aspetti, non certo in modo tanto rigoroso, ma affrontandone alcuni che a mio giudizio meritavano di essere chiariti, soprattutto quando si ha a che fare con giovani di età e di esperienza massonica.

Li trascrivo di seguito nelle parti che possono offrire una conferma e un contributo alle tesi sostenute, documenti alla mano, nel tuo saggio.

A proposito della scomunica comminata alla massoneria dal Pontefice Clemente XII e  ….

…. in base a quanto la memoria conserva su quanto di analogo è stato oggetto di mie consultazioni e riflessioni:

non solo motivazioni ideali e dottrinarie, certamente le più significative e importanti per la Chiesa, ma  con molta probabilità altre prevalentemente pratiche e di più basso profilo. Clemente XII era un Corsini, fiorentino. A Firenze, se la memoria non mi tradisce, vi era almeno un altro Corsini, il nipote cardinale Neri, buon osservatore di ciò che accadeva nella sua città . Nel 1731, i residenti inglesi a Firenze - sembra che al tempo fossero alcune migliaia - fondarono una Loggia nella quale i partecipanti erano tutti, o quasi, di religione anglicana e, in quanto tali, nemici della Chiesa di Roma. In tale Loggia entrò anche un cittadino fiorentino, Antonio Cocchi, medico di buona fama a Santa Maria Nuova e, più tardi, il poeta Tommaso Crudeli, un giovane casentinese di buona famiglia, che, dal suo palazzo di Poppi si era trasferito a Firenze e passava il tempo a scrivere poesie e a dar lezioni di Italiano ai residenti di Sua Maestà il Re d’Inghilterra. La Loggia piacque anche agli Abati di Santa Maria Novella. Si dice che in pochi mesi ne fossero entrati ben 11. Un fatto allarmante per chiunque avesse a cuore le sorti di Sacra Romana Chiesa. Inaccettabile che tanti sacerdoti cattolici si ponessero al rischio di una costante contaminazione anglicana, il “fai da te” proclamato dal ribelle, già citato, Re d’Inghilterra.

Che tali motivi pratici vi fossero e fossero determinanti, almeno in un primo momento, è provato dal fatto che Clemente XII ha sentito il bisogno di giustificare la bolla “In eminenti” di scomunica della massoneria e dei massoni, con un “per motivi solo noi noti” (o giù di lì).

Probabilmente si è anche preoccupato di eliminare una temibile concorrenza sul piano dei rapporti coi ceti più qualificati della nobiltà e della allora nascente borghesia italiana ed europea. (universalismo, eguaglianza universale, diritti umani, unico Dio creatore).

Quell’Inghilterra era divenuta ingombrante e cercava di sottrarre al Papato il potere temporale laddove sarebbe stato difficile sottrarlo sotto l’aspetto religioso e dottrinale.

Ciò che Clemente XII si tenne per sé - o preferì non dire – lo disse benissimo, come tu giustamente sottolinei, Benedetto XIV il quale, nel compiere l’atto dovuto di conferma della bolla clementina, questa volta ne dà principalmente ragione con diversi motivi. Il secondo è preceduto da una premessa che potrebbe essere anche una conclusione “Le cose oneste amano sempre la pubblica luce; le scelleratezze sono segrete”. Il terzo è “il giuramento con il quale s’impegnano ad osservare detto segreto. Il quarto motivo è che queste Società si oppongono alle Sanzioni Civili non meno che alle Canoniche”.

Per chi non si rendesse ben conto delle date, ricorderò che queste cose non sono state dette o scritte la settimana scorsa. 

Benedetto XIV è stato Papa  dal 1740 al 1758, come dire duecentosettanta ed più anni or sono!

Le cose massoniche si pongono, e non da oggi, su basi diverse. Nessun segreto se non quello iniziatico che raccoglie solo ed esclusivamente e per ciascun massone, le singole esperienze iniziatiche personali; una riservatezza che resta nei confini della privacy ed è protetta solo dalle leggi in materia; nessuna opposizione alle sanzioni civili essendo a tutti gli effetti la massoneria un’associazione non riconosciuta come lo sono i partiti politici e perciò assoggettata soltanto alla leggi dello Stato come qualsiasi altra.

A proposito di relativismo ho creduto opportuno di mettere in guardia il mio giovane interlocutore con queste parole:

Te ne sarai accorto: sei entrato, mi auguro non inavvertitamente, in un campo minato dove muoversi potrebbe esserti fatale.

Per evitare di parlare di relativismo – un termine che infastidisce non poco l’attuale Pontefice - occorre che una sola religione sia quella giusta: ciò porta a concludere che tutte le altre siano in errore. Ti faresti più nemici che amici.

Con tante religioni che ci sono già, alcune antiche o antichissime, come si fa a sentire il bisogno ci crearne un’altra che sarebbe poi  la religione della massoneria? Già perché parlare di un Dio massonico o dei massoni, significa crearne una nuova che prima non c’era (e che fortunatamente non c’è).

E’ una condizione fondamentale. E non perché i massoni siano atei. Anzi, tra i massoni non vi dovrebbero essere Atei, perché tutto quel che di buono si fa in massoneria, viene fatto per il bene dell’Umanità è “a Gloria Del Grande Architetto Dell’Universo” A.G.D.G.A.D.U.., appunto.

I massoni non hanno bisogno di un Dio particolare. Basta quello cui ciascuno di loro fa riferimento attraverso la propria religione. Quello della religione e di Dio è un problema tutto suo e, se buon massone, sarà geloso della propria scelta e non tollererà che altri gli insegnino come sia e quale sia quel Dio che egli onora.

Ma allora, dirai, che cos’è il G.A.D.U.? Semplice, basta leggere la costituzione massonica. Se vai all’art. 2 troverai che la massoneria “si raccoglie sotto il simbolo iniziatico del G.:A.:D.:U.:. Come dire che il Grande Architetto dell’Universo è un “simbolo”, ovvero e sbrigativamente, “è una cosa che sta al posto di un’altra cosa”.

Qui il discorso sui simboli diviene inevitabile.

I simboli si distinguono dai “segni”per certe loro attitudini. A ogni segno corrisponde un cero significato e solo quello. Un divieto di sosta a esempio significa ovunque la stessa cosa, e per tutti.

Il simbolo invece ha l’attitudine a modificare i suoi significati. Non significa per tutti la stessa cosa, ma per ogni soggetto  diversifica i propri significati. Un vecchio motivo musicale può suscitare  in persone diverse stati d’animo anch’essi assai diversi: momenti di gioia o di dolore a seconda della circostanza nella quale l’abbiamo udito per la prima volta, da momento, cioè, nel quale per noi il vecchio motivo musicale si è trasformarlo in un simbolo.

Il simbolo è ancora qualcosa di più: si potrebbe dire che è un oggetto che ha l’attitudine a trasformarsi in soggetto.  Col simbolo si può dialogare.

Tornando al G.A.D.U. esso altro non è che un simbolo nel quale ciascun massone riconosce l’Iddio onorato dalla religione che egli professa, qualunque essa sia: Dio personale come in quelle che hanno originato o traggono origine dalla Bibbia, o Dio impersonale come in quelle basate sui principi illustrati da Spinoza (o altri ancora).

A proposito di dialogo, permettimi una citazione:

il dialogo tra tutte le religioni mondiali, anzi i dialoghi, hanno già avuto inizio e dopo discussioni garbate ma serrate in difesa dei propri punti di vista, si è giunti a una prima conclusione (v. Hans Küng). E’ stato trovato l’accordo, buddisti compresi, su una definizione comune di Dio: ed è stata votata all’unanimità quella di “Grande Architetto dell’Universo”, una definizione che va bene a chi crede in un Dio personale e a chi di Dio ha un’idea impersonale e astratta (come i buddisti a esempio).

Almeno in questa occasione la massoneria è arrivata con qualche secolo di anticipo!

A un altro giovane massoni ho inviato alcune considerazioni per chiarire meglio cosa sia la massoneria fino dal giorno di San Giovanni, 24 giugno 1717,  in cui quattro Logge londinesi si riunirono tra loro per fondare la Gran Loggia di Londra,. Quella Gran Loggia che secondo gli Antichi Doveri che il Reverendo Anderse raccolse e riordinò  definitivamente nel 1923 grazie ai quali la massoneria veniva descritta come “il Centro di Unione e il mezzo per conciliare sincere amicizie tra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti”.

Riassumo breve mente:

Debbo confessare: non mi è mai capitato di leggere una definizione della Libertà più incisiva ed efficace di quella contenuta nei rituali massonici: In essa la libertà non consiste nel fare e nel poter fare qualsiasi cosa, ma solo ciò che non offende “la legge morale e la libertà altrui”.

Cosa suggerisce la legge morale dei massoni? La risposta sta tutta nel significato degli altri due termini del trinomio, ovvero nei  significati di Fratellanza e di Uguaglianza e dei Doveri che essi suggeriscono. Sono questi i paletti che noi massoni abbiamo scelto per delimitare gli spazi della nostra Libertà.

Fratellanza e Uguaglianza: è questa la nostra legge morale, naturale, universale ed eterna che sta a guida dei nostri pensieri e delle nostre azioni. 

L’introduzione dei Doveri della Fratellanza e della Uguaglianza potrebbe essere letta quale una limitazione della Libertà? La nostra sarebbe dunque una libertà limitata? No! Dobbiamo ricordarlo: la Libertà è una pianta fragile che richiede cura e attenzione per non perire. Se la volessimo totale e illimitata essa si trasformerebbe presto in “arbitrio”. E l’arbitrio, altro non è che la negazione assoluta della Libertà.

Ancora una domanda: come si può pensare di essere liberi se siamo assoggettati al sistematico appiattimento della Uguaglianza? Ebbene  tale contrapposizione è più apparente che sostanziale. In realtà siamo uguali nella libertà che è come dire che siamo uguali nella diversità. Un ossimoro? No, la semplice traduzione in termini descrittivi della realtà. La nostra è un eguaglianza di diritti mitigata dai doveri, non va e non può andare oltre. Ognuno di noi sarà quello che  vorrà essere. Conservare tali caratteristiche è un atto di libertà che viene compiuto nell’ambito del fraterno riconoscimento di un diritto che ci è proprio. E’ solo questa l’Uguaglianza espressa dal trinomio? Il Fratello M. estensore della Tavola.  ce ne mostra alte. Una di queste è piena di fascino ed è l’Uguaglianza che discende direttamente dalla Fratellanza. Non tutti uguali, dunque, ma tutti Fratelli: uno dei miracoli della Fratellanza massonica, quella Fratellanza che elimina discriminazioni e differenze. Ho a portata di mano una parte significativa della nota poesia di Kipling dedicata a “la mia Loggia Madre”. Mi sembra illuminante. La trascrivo:

“ C’erano Rundle, il capostazione

Bearzeley, delle ferrovie

Ackman, dell’Intendenza,

Donkin, delle Prigioni

e Blake, il sergente istruttore

che fu due volte il nostro Venerabile .

C’era anche il vecchio Framjee Eduljee

che aveva il magazzino ‘Alle derrate europee‘.

Fuori, si diceva:

sergente, signore, salute, salam,

ma dentro, soltanto fratello ed era bello così !

Ci incontravamo sulla livella

e ci lasciavamo sulla squadra.

Ed io ero il Secondo Diacono

nella mia Loggia Madre laggiù. “

Splendida nella semplicità delle parole e delle descrizioni. Una lezione di Umiltà oltre che di Fratellanza. Ha più di un secolo e ancora resta per me insuperata.

La Fratellanza implica atteggiamenti di tolleranza. Un significato che va subito tolto dall’ambiguità interpretativa. Non significa tanto un mai abbastanza condannato lasciar correre dal momento che, su questo fronte, il massone conserva una propria rigidità, ma è tollerante nel rispetto delle altrui credenze e opinioni, a prescindere dal fatto che esse coincidano o siano del tutto opposte alle sue.

 

Come vedi non c’è proprio nulla  che possa in qualche misura opporsi ai punti di vista della Chiesa, compreso il “dialogo” che l’autentico atteggiamento della massoneria ha semmai favorito.

Ho scritto “autentico”, per distinguerlo da quel residuo anticlericalismo ormai in fase di estinzione, retaggio ottocentesco sorto quando i cosiddetti patrioti trovavano nel Papato un ostacolo che si frapponeva alla realizzazione del loro disegno di un’Italia libera e unita.     

 

Con calorosa cordialità,

tuo aff.mo Delfo

 

Firenze, 21 aprile 2010

 

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All’Architetto Renzo Manetti,

Il Governo delle Idee

Firenze

 

Convegno di Storia Templare a Firenze

Saturday, April 24th, 2010

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Collegium Militum Templi

 

Prima Giornata Fiorentina di Studi Templari:

“Templari e tradizioni sapienziali d’Occidente”.

Firenze, ex chiesa templare di San Jacopo in Campo Corbolini, via Faenza 43, venerdi 14 maggio 2010.

La sessione del mattino si svolgerà nella chiesa di San Jacopo. Nella sessione pomeridiana il convegno si sposterà in via del Giglio 4, ferma restando la possibilità per i partecipanti di visitare nuovamente la chiesa templare dopo la 17.30.

 

Finalità del Convegno è fare il punto sulla questione della presunta sapienza segreta del Tempio alla luce dei dati storici verificabili, depurando la materia da tutto quello che è mito, leggenda o ipotesi arbitrarie non suffragate da indizi concreti.

 

Ore 9,45

Saluto del M. M. Gran Cerimoniere del Priorato Hierosolimitano di Mik’ael Raffaele Sepe

Saluto del Gran Balivo per l’Italia Centrale del Priorato Hierosolimitano di Mik’ael Antonino Iuculano

Introduzione di Renzo Manetti “I motivi di un convegno”

 

 

Ore 10,00 Relazioni

 10,00 Arch. Renzo Manetti “Templari e Fedeli d’Amore

10,30 Prof. Pierluigi Vignola: “La spiritualità dei Templari”

11,00 Prof. Mario Moiraghi: “La tesi dell’italianità di Ugo de’ Paganis, fondatore dei Templari”

11,30 Commendatore P.T.H.M. Lea Grammauta: “I Templari e la Sindone”

12,00 Prof. Simonetta Cerini: “Formule magico teurgiche e Tetragrammaton in manoscritti della Regola Templare”

  Ore 12.30

 Dibattito

 

Ore 13

 Sosta e pranzo conviviale

 

Ore 15 Relazioni

 15,00 Avv.Vincenzo Dionisi: “La presenza templare nell’alto viterbese”

15,30 Prof. Domenico Lancianese: “Templari setta esoterica”

16,00 Prof.Francesco Corona: “Il mosaico di Otranto”

16,30 Anna Giacomini: “I Templari e la tradizione del SATOR”

17,00 S.E. Luciano F. Sciandra, Presidente C.R.E.S.T.: ”Ego Promitto: un documento poco conosciuto”

 

Ore 17,30

Dibattito

Ore 18,30

Conclusione dei lavori

L’ingresso è libero.

 

 

Il degrado del Viale dei Colli a Firenze

Tuesday, April 13th, 2010


Il degrado a Firenze aumenta. Sul muro di una casa in piazza del mercato di Sant’Ambrogio, una mano infelice ha scritto con la vernice spray: “Il degrado mi aggrada”. Purtroppo c’è un teppismo che ama distruggere, ci sono un’incuria ed un lassismo che preferiscono non vedere né intervenire, ci sono un’ignoranza ed una superficialità che istituzionalmente accrescono il degrado e distruggono l’immagine della città. Chi è preposto alla sua cura a volte non ne è all’altezza. Non mi riferisco stavolta alla questione del traffico, che sembra gestito in modo da accrescere il degrado, ma alla manutenzione di uno dei luoghi simbolo della città, il viale dei Colli.

Il Viale dei Colli Alti, lo chiamava l’architetto Giuseppe Poggi, che l’aveva progettato come sapiente alternarsi di giardini, visuali panoramiche, luoghi di sosta, asse prestigioso di un quartiere giardino destinato alla classe alta fiorentina. Ne aveva regolato la custodia dell’immagine con norme scrupolose trascritte nei registri immobiliari, perché le generazioni future non ne alterassero il progetto. Queste norme sono servite in modo impeccabile fino alla nostra generazione; ora non sono più rispettate. Come quella delle recinzioni dei giardini privati ammesse solo con cancellate aperte, schermate da siepi verdi, irrisa dal recente restauro della villa all’angolo fra il viale e via San Leonardo, dove la cancellata è stata chiusa brutalmente da una lamiera marrone continua, senza che nessuno nelle istituzioni abbia ritenuto di eccepire qualcosa.

Ma gli spregi maggiori vengono proprio dalle istituzioni. Piazzale Michelangelo è il belvedere ottocentesco affacciato sulla città, nodo monumentale del sistema poggiano di percorsi e giardini posto fra la città storica e le sue colline. Proprio qui si sta portando avanti un altro dei consueti scempi, sostituendo le austere pietre da lastrico della pavimentazione ottocentesca del marciapiede, dove il viale dei Colli si innesta sul Piazzale, con moderne pietre azzurrine di sapore disneyano, dalle scanalature antiscivolo tutte uguali ed industriali. Già il marciapiede verso monte è stato anni addietro asfaltato, rendendolo uguale ad una strada urbana; ora invece di tutelare e restaurare in modo scientifico ciò che resta delle pietre del Poggi, le si buttano via per far posto ad un pavimento moderno ed industrializzato.

Perché non si riesce a capire che la città giardino ottocentesca è un monumento al pari della città medievale e rinascimentale? Che anche le pavimentazioni antiche sono un bene culturale da preservare e non da distruggere o ricoprire di asfalto?

Chi penserebbe a sostituire i pavimenti di Palazzo Vecchio con un pavimento moderno? Chi lo farebbe a Pitti? Perché i pavimenti storici delle strade devono essere trattati diversamente da quelli dei palazzi?

A Firenze, la città dell’arte, con rara insensibilità e nonostante i continui appelli di architetti e storici, si persevera con ottusa disinvoltura a distruggere le pavimentazioni antiche della città monumentale.

E lì al Piazzale la Soprintendenza ha acconsentito? E’ stata interpellata come la legge impone? E le pietre antiche, che sono state rimosse, dove sono finite?

Ma non è tutto. Sembrano ormai condannati anche i pini secolari del viale Torricelli, che da generazioni accompagnano il viale rendendolo l’ingresso più bello che la città offra a chi giunge da fuori. Pini torti dal vento, le cui radici sollevano il manto di asfalto, ma le cui chiome potenti svettano verso il cielo formando un ombrello verde di incredibile bellezza.

Centoquarantacinquemila euro sono stati stanziati per distruggerli. Eppure in consiglio comunale Ornella De Zordo ha chiesto di valutare l’impiego di tecniche moderne che impediscano il sollevamento delle radici sul piano stradale, salvando i pini: “Esistono soluzioni alternative, ha scritto, sperimentate da anni con successo negli Stati Uniti e nel Nord Europa, che permettono di prevenire o attenuare il problema delle radici emergenti con tecniche diverse: dall’uso di tessuti geotessili, imbevuti di un principio diserbante, che vanno posti sotto il manto stradale, alla creazione sotto l’asfalto di uno strato isolante costituito da sabbia e pietrisco…”.

E’ rimasta inascoltata, perché è più facile e sbrigativo buttare giù. Il mio appello si unisce a quello di tanti altri fiorentini sensibili, fra i quali mi piace ricordare quello del Presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno, prof. Luigi Zangheri, perché questo scempio ci sia risparmiato. Sarebbe come abbattere i pini di Posillipo o del Gianicolo. A Firenze per fare la tramvia abbiamo già distrutto troppe piante secolari, riducendo viale Morgagni e viale Rosselli a spianate vuote piene solo di auto ma prive di immagine.

 

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 Prima e dopo

Cattolici e Massoneria (articolo pubblicato in Il Governo delle Idee, n.86 (marzo 2010)

Tuesday, February 16th, 2010

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1.

Unica fra le chiese cristiane, quella cattolica rifiuta ai suoi fedeli l’ingresso nelle obbedienze massoniche.

Parlo di obbedienze al plurale e non di obbedienza al singolare perché, come è noto, sono tante e diverse fra loro. Chiunque infatti può fondare una nuova fratellanza, svincolata dalle osservanze più grandi e note, il Grande Oriente d’Italia e la Gran Loggia d’Italia. C’è dunque molta differenza fra un’obbedienza e l’altra.

A livello locale, tuttavia, l’atteggiamento dei sacerdoti e delle diocesi verso la Massoneria varia considerevolmente e non è neppure chiaro se esista ipso facto la scomunica per chi vi aderisca. Diversi sacerdoti, privatamente, si limitano a sconsigliare l’affiliazione non a proibirla.

Per quanto mi riguarda, io sono nato e cresciuto cristiano e cattolico. Alla Chiesa rimango fedele. Sono consapevole che fedeltà non implica obbedienza sempre e comunque, ma ho deciso con libera scelta di obbedire al divieto, che pure mi è incomprensibile e anacronistico, con cui la Congregazione per la Dottrina delle Fede ha proibito ai cattolici l’adesione alla Massoneria.

La scelta dell’obbedienza e della piena comunione mi consente dunque di esprimere a pieno titolo la mia voce all’interno della Chiesa e di criticare le posizioni della gerarchia che ritengo sbagliate.

Vediamo dunque in primo luogo di capire come stia la questione tanto dibattuta della scomunica ai massoni: esiste ancora oggi?

 

2.

Il primo documento in questa materia risale al 1738: si tratta della Costituzione Apostolica In eminenti apostolatus specula di Clemente XII. La scomunica ai massoni vi era comminata ipso facto, cioè “senza alcuna dichiarazione”, e da essa, aggiungeva il papa,” nessuno potrà essere sciolto se non da Noi o dal Romano Pontefice allora esistente, eccetto che in articolo mortis”.  La Costituzione fu ripresa nell’enciclica Providas Romanorum Pontificum di Benedetto XIV del 1751 e nella Quo graviora mala di Leone XII del 1825.

Il Sillabo di Pio IX del 1864, elenco di proposizioni erronee, insieme con socialismo, comunismo, società bibliche e società clerico – liberali condannava anche le società segrete. Nel 1894 Leone XIII nell’enciclica Praeclara gratulationis ribadiva la scomunica dei suoi predecessori contro i massoni. Erano questi gli anni del conflitto fra lo Stato italiano e il Papa, il quale contestava la fine della propria sovranità temporale; erano gli anni del Non expedit, quando la Chiesa proibiva ai suoi fedeli ogni partecipazione alla vita pubblica. Alla domanda dei vescovi italiani se fosse proibito per i cattolici recarsi alle urne, la Penitenzieria vaticana rispondeva infatti nel 1871 col famoso non expedit, cioè non è opportuno. Dieci anni dopo il papa Leone XIII trasformava il non expedit in vera e propria proibizione.

Nel vecchio Codice di Diritto Canonico del 1917, al canone 2335, coerentemente con la Costituzione del 1738, si leggeva dunque:“Coloro che danno il nome alla setta massonica o ad associazioni del medesimo genere, che complottano contro la Chiesa o le legittime potestà civili, contraggono ipso facto la scomunica riservata semplicemente alla Sede Apostolica”.

Si trattava dunque di una posizione netta e chiara.

Con il rinnovamento seguito al Concilio Vaticano II, da più parti nella Chiesa si manifestò un’apertura verso la Massoneria. E’ significativa la risposta che nel 1974 il cardinale Franjo Seper, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dette ad un quesito del cardinale Krol, presidente della Conferenza Episcopale nordamericana: “Si può sicuramente insegnare ad applicare l’opinione di quelli autori i quali ritengono che il suddetto canone 2335 tocchi soltanto quei cattolici iscritti ad associazioni che veramente cospirano contro la Chiesa”. Nel 1975 l’arcivescovo di Marsiglia Roger Etchegaray concedeva l’autorizzazione al funerale religioso di un massone, spiegando che “non si può dimenticare che la scomunica comminata due secoli fa si spiegava in un cotesto di lotte religiose, né che la Chiesa, pur attendendo da una parte alla riforma del Diritto Canonico per riesaminare la sua legislazione penale, lascia tuttavia intendere che la scomunica non è operante e non può riguardare se non una loggia che agisca espressamente contro l’esistenza e la missione della Chiesa”.

La posizione anticipata dall’arcivescovo di Marsiglia e dal prefetto della Congregazione trovò puntuale conferma nel nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, dove il canone 2335 fu così modificato:“Chi dà il nome ad una associazione che complotta contro la Chiesa, sia punito con una giusta pena; chi poi tale associazione promuove o dirige sia punito con l’interdetto” (canone 1374). Ogni riferimento alla Massoneria veniva dunque tolto. Il nuovo testo fu approvato a larga maggioranza, ma con il voto contrario fra gli altri del cardinale Ratzinger.

La lettura del testo appare chiara: una “giusta pena”, e non necessariamente la scomunica, va comminata a chi complotta contro la Chiesa. Ne consegue che, se un’istituzione massonica non agisce contro la Chiesa, i suoi associati non solo non sono scomunicati ma neppure soggetti a “giusta pena”.

Il nuovo Codice, promulgato il 25 gennaio 1983, entrava in vigore il 26 novembre dello stesso anno. Lo stesso 26 novembre tuttavia,a Congregazione per la Dottrina delle Fede, presieduta non più da Seper ma dal cardinale Ratzinger, pubblicava una dichiarazione contenente un’interpretazione restrittiva del nuovo canone:

“…Rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro princìpi sono sempre stati considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione rimane proibita.

I fedeli che appartengono ad associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione”…

Fermo restando che anche in questo caso non si trattava di scomunica in senso di diritto, ma di proibizione ad accedere all’eucarestia, l’interpretazione della Congregazione si discostava dal Codice, introducendo motu proprio un elemento di novità e cioè che sarebbero gli stessi principi massonici incompatibili con la dottrina cristiana, a prescindere dunque dall’ostilità o meno delle logge verso la Chiesa.

 

3.

In un articolo apparso sull’Osservatore Romano del 23 febbraio 1985 si spiegavano le ragioni della nuova dichiarazione, che possiamo sintetizzare in due punti:

1) il cristiano non può esprimere il suo rapporto col Creatore attraverso forme simboliche di due specie, quelle cattoliche e quelle massoniche.

2) la fraternità massonica, pur non essendo necessariamente relativistica, possiede in sé una forza relativizzante.

In un articolo apparso su El Pais il 10 marzo 1985, tradotto in Italia dalla rivista Hiram, Josè Benimeli faceva notare che sarebbe stato più corretto parlare di incompatibilità con la dottrina cattolica e non con quella cristiana, dal momento che molti vescovi anglicani, ortodossi e luterani risultavano iscritti alla Massoneria senza ravvisavi alcuna incompatibilità con la loro fede. L’iniziativa di Ratzinger appariva senza precedenti nella storia della Chiesa perché “prima di esser nominata e costituita la commissione pontificia di interpretazione del Codice, anticipava posizioni restrittive, facendo dire al Codice ciò che in nessun modo in esso è contenuto”.

La Congregazione infatti, di fronte alla constatazione che ormai la Massoneria non poteva più essere accusata di complottare contro la Chiesa, motivava per la prima volta il divieto con questioni di incompatibilità dottrinale.

Questa posizione della Congregazione non pare tuttavia tener conto dei veri princìpi a cui si ispira la Massoneria.

Per quanto riguarda l’obiezione 1), è facile infatti replicare che nella Massoneria il rito non costituisce una sorta di liturgia alternativa né un atto sacro, ma un percorso filosofico che, insieme con i simboli, attiene ad una sfera di perfezionamento interiore, morale e sapienziale. Dov’è dunque l’interferenza?

Per quanto riguarda l’obiezione 2), si deve osservare come la Massoneria spinga al dialogo fra le religioni, senza alcuna intenzione di porsi come religione universale sincretica. Essa si propone infatti come metodo filosofico di perfezionamento della persona, che opera su un piano diverso rispetto a quello della fede. Non esiste un Dio massonico, i cui caratteri derivino da un accostamento sincretico di varie visioni religiose. La Massoneria si limita a chiedere ai suoi adepti di credere in un principio divino, lasciando alle religioni il compito di disegnarne il volto. Essa cioè non entra nel merito del credo dei suoi associati, non giudica se una religione sia migliore di un’altra, ma tutte le rispetta allo stesso modo, lasciando ciascuno libero di ritenere la propria come più vicina alla Verità. Proprio per il rispetto che si deve ad ogni fede, nelle logge è vietato discutere di religione.

L’unica cosa che la Massoneria non ammette è l’ateismo.

Il rispetto non implica relativismo: la Massoneria non chiede ai suoi adepti di porre la propria fede sullo stesso piano delle altre, ma di rispettare la strada verso Dio che ciascuno ha scelto, per convinzione o per tradizione. Si tratta di cosa ben diversa dal relativismo.

Il cattolico che entri in Massoneria resterà dunque tale. Nella loggia dialogherà con l’ebreo, con il musulmano e perfino con l’agnostico che gli siedono accanto, i quali a loro volta potranno restare fedeli alla propria tradizione religiosa ed alle proprie convinzioni. Nella Massoneria egli troverà un luogo dove lo scambio libero e aperto delle idee contribuisce alla crescita della persona, dove le uniche regole sono la tolleranza ed il rispetto reciproco, dove si insegna a liberarsi da ogni preconcetto e da ogni tentazione di integralismo. E non si comprende perché da questo metodo di perfezionamento filosofico i cattolici debbano autoescludersi.

 

4.

Dimenticando o ignorando tutto questo, per la Congregazione i Massoni restano tuttora in stato di peccato grave e non possono accedere al sacramento dell’eucarestia.

Ma l’encicicla “Ecclesia de Eucharestia”, emanata successivamente al pronunciamento della Congregazione da Giovanni Paolo II, al punto 37 afferma:

Se poi il cristiano ha sulla coscienza il peso di un peccato grave, allora l’itinerario di penitenza attraverso il sacramento della riconciliazione diventa via obbligata per accedere alla piena partecipazione al sacrificio eucaristico. Il giudizio sulla stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza”.

Aggiunge l’encicicla che solo nei casi di  comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa” e respingere dal sacramento quanti “ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto”.

L’appartenenza alla Massoneria non appare un comportamento contrario alla morale, perché i principi massonici sono in questo senso molto rigidi. Come è noto, i massoni devono essere persone di “buoni costumi”.

L’enciclica sembra dunque superare l’interpretazione della Congregazione affermando che “il giudizio sullo stato di grazia spetta solo all’interessato”: ne deriva infatti, come conseguenza logica, che non può essere un organo della Chiesa a stabilire cosa sia o non sia per la coscienza individuale “peccato grave”. Cosicché il cattolico che sia iscritto alla Massoneria e che non ravvisi in essa alcun elemento di ostilità alla Chiesa, né alcun ostacolo alla manifestazione della propria fede, né la diffusione di principi contrari alla fede, può a buona ragione ritenersi in stato di grazia ed accedere all’eucarestia con serena coscienza.

D’altra parte, Cristo stesso nel Vangelo di Marco afferma: “Chi non è contro di noi è per noi!” (Mc.9,40).

Mi sembra dunque che il testo del nuovo Codice di diritto canonico sia aderente al Vangelo, l’interpretazione che ne dà la Congregazione un po’ meno.

Nonostante una posizione apparentemente così rigida, la Congregazione non ha inteso comunque disconoscere gli sforzi di chi, opportunamente autorizzato, porti avanti il dialogo con la Massoneria. Ben venga dunque questo dialogo, ma da ambedue le parti, perché non dimentichiamo che anche nelle obbedienze massoniche sono molte, troppe, le voci contrarie ed arroccate su posizione obsolete di un anacronistico esasperato laicismo anticlericale.

 

5.

Il dialogo fra Chiesa e Massoneria rappresenta una necessità dei prossimi difficili tempi, perché entrambe sono accomunate dalla difesa dei valori tradizionali, di fronte ad una dilagante decadenza dell’etica e della coesione sociale; perché è comune ad entrambe l’invito alla tolleranza, al rispetto ed al confronto, come strumenti irrinunciabili per dirimere le controversie fra i popoli, come armi efficaci contro il dilagare dell’integralismo e del totalitarismo. Troppi oggi usano la bandiera delle religioni per fini economici o di potere. Come non ricordare per esempio agli integralisti dell’Islam le belle parole del Corano: “Vi ho creato in nazioni e tribù, in modo che vi poteste conoscere e fare amicizie, non perché restaste tronfi nella vostra tradizione”? La Massoneria è in grado di offrire alle persone di buona volontà un luogo di incontro aconfessionale e perciò al di sopra di ogni sospetto di partigianeria.

Ritengo che la Chiesa dovrà prima o poi riconoscere il valore di un’Istituzione dove si realizza quel dialogo, che lo stesso Benedetto XVI ha auspicato più volte nel mese di gennaio del 2010, sia nei confronti dei fedeli delle altre religioni che degli stessi atei. Da questo dialogo proprio la Massoneria, che ne è propugnatrice, non può rimanere esclusa.

Forse alcuni nella Chiesa temono che l’anima laica della Massoneria finirebbe col fagocitare la fede dei cattolici che vi aderiscano. Se così fosse allora quella fede non sarebbe né sincera né vera. Ritengo invece che un consistente ingresso di cattolici contribuirebbe a ricondurre anche le logge più laiciste nell’alveo da cui sono scaturite, quello di un cristianesimo esoterico, luogo naturale di dialogo e di confronto fra le religioni e con lo stesso ateismo.

 

6.

La fedeltà alla Chiesa non mi impedisce dunque di provare simpatia e totale comprensione per quei fratelli cattolici che aderiscono ad una istituzione massonica e, in retta coscienza, si accostano all’eucarestia. E’ nell’“Ecclesia de Eucharestia” che trovano infatti un’ampia giustificazione.

Questi fratelli devono sentirsi impegnati ad operare perché all’interno della Massoneria tolleranza e dialogo, che sono valori massonici, prevalgano sempre su ogni forma di integralismo laico, dalla quale ancora troppi massoni sono tentati. E’ loro compito sovrastare la voce di coloro che, anacronisticamente, propongono un falso laicismo anticlericale. E’ loro compito esaltare le radici cristiane di un’Istituzione che apre i suoi lavori sul libro aperto del Vangelo secondo Giovanni.

Per parte mia, la fedeltà alla Chiesa mi consente di esprimere liberamente e a pieno titolo la mia voce al suo interno e di operare con le uniche armi che posseggo, quelle della parola e della penna, per sensibilizzare i cattolici di buona volontà e rimuovere i sospetti e le diffidenze ingiustificate che troppo spesso hanno nei confronti dei massoni. So che in questo modo mi attirerò l’inimicizia di molti, sia da parte di massoni che oggi mi guardano con simpatia per i miei scritti, sia e soprattutto da parte di chi nella Chiesa non ama la libertà di coscienza. Ma è proprio la coscienza che mi impone di lavorare per il dialogo fra la nobiltà dell’Istituzione massonica e la sacralità della Chiesa cattolica. Non dubito che un giorno quest’ultima, come ha fatto sul Non expedit, muterà il proprio pensiero e toglierà le proibizioni verso la Massoneria.

Mi piace, in conclusione di questa riflessione, ricordare quale impulso per il dialogo fra Cattolici e Ortodossi abbia rappresentato il massone patriarca Atenagora, nei cui confronti Giovanni XXIII e Paolo VI dimostrarono tanta apertura e stima. E’ questa la strada da seguire, soprattutto oggi che da ogni parte le posizioni politiche e religiose sembrano radicalizzarsi e l’integralismo incombere con un velenoso respiro satanico.

la Chiesa e l’obbedienza

Friday, February 5th, 2010


Su La Repubblica del 4 febbraio 2010 è apparso un articolo di Vito Mancuso, del quale riporto ampi stralci perché fa davvero riflettere. Riferendosi alla denuncia del papa, “dalla tentazione della carriera e del potere non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di governo nella Chiesa”, prosegue Mancuso:

 

Siamo in un mondo che è preda di una devastante crisi morale. Le anime dei giovani sono aggredite dalla nebbia del nichilismo.Parole come bene, verità, giustizia, amore, fedeltà, appaiono a un numero crescente di persone solo ingenue illusioni. La missione morale e spirituale della Chiesa è più urgente che mai. E invece cosa succede? Succede che la gerarchia della Chiesa pensa solo a se stessa come una qualunque altra lobby di potere…

Oggi molto più di ieri il criterio decisivo per fare carriera all’interno della Chiesa non è la spiritualità e la nobiltà d’animo ma il servilismo, e la dote principale  richiesta al futuro dirigente ecclesiale non è lo spirito della profezia e l’ardore della carità, ma l’obbedienza all’autorità sempre e comunque….

Che cosa concludere allora? Che è tutto un imbroglio?No, il messaggio dell’amore universale per il quale Gesù ha dato la vita non è un imbroglio. L’imbroglio e gli imbroglioni sono coloro che lo sfruttano per la loro sete di potere, per la quale hanno costruito una teologia secondo cui credere in Gesù significa obbedire sempre e comunque alla Chiesa.

Secondo l’impostazione cattolico – romana venutasi a creare soprattutto a partire dal concilio di Trento la mediazione della struttura ecclesiastica è il criterio decisivo del credere….Ne viene che il baricentro spirituale dell’uomo di Chiesa non è nella propria coscienza, ma fuori di sé, nella gerarchia. I principi non negoziabili non sono dentro di lui ma nel volere dei superiori…

Il messaggio di Gesù però è troppo importante per farselo rovinare da qualche personaggio assetato di potere della nomenklatura vaticana. Una fede matura sa distaccarsi dall’obbedienza incondizionata alla gerarchia e se vede bianco dirà sempre che è bianco, anche se è stato stabilito che è nero. Né si presterà mai ad intrighi di sorta per il bene della Chiesa.

La vera Chiesa infatti è molto più grande del Vaticano e dei suoi dirigenti, è l’Ecclesia ab Abel, cioè esistente a partire da Abele in quanto comunità dei giusti. In questa Chiesa quello che conta è la purezza del cuore, mentre non serve a nulla portare sulla testa curiosi copricapo tondeggianti, rossi o bianchi che siano”.

 

Sono parole belle e in larga parte condivise, ma attenzione: la chiesa ab Abel, quella dei giusti, è la chiesa dell’umiltà. L’obbedienza è una necessaria forma di umiltà. La Chiesa cattolica si fonda sull’obbedienza, che è figura a sua volta dell’obbedienza della Chiesa verso Cristo. Ma l’umiltà non implica il silenzio.

Obbedienza e umiltà non significano infatti abdicazione della coscienza: se vedo bianco dico che è bianco, anche se la Chiesa mi dice che è nero, perché la coscienza e la verità che viene da Cristo così mi impongono. Dissento ma rimango nell’obbedienza. La mia voce servirà alla Chiesa per riflettere e per riconoscere il bianco dal nero, se non subito, quando il tempo sarà giusto e perfetto. Perché umiltà significa attendere i tempi dello Spirito, che opera in modo misterioso e con vie e tempi che non sono i nostri. Se non crediamo nell’azione dello Spirito, di cui siamo parte, inutile essere Cristiani.

La Chiesa ha bisogno oggi più che mai di profeti anche inconsapevoli, di voci che al suo interno si levino per richiamare il popolo e i suoi pastori al giusto cammino. Perché la gerarchia ecclesiale è fatta di uomini, nessuno escluso, e gli uomini sbagliano e sono deboli.  La fede in Cristo non è fede nella gerarchia di Roma: essa comporta il dovere profetico di aiutare con amore fraterno anche la gerarchia, indicandole senza timore dove riteniamo che sbagli. Non dimentichiamo mai la figura profetica ed umile di San Francesco, diventato pietra d’angolo della Chiesa, proprio rimanendo nell’obbedienza. E come pilastro angolare del possente edificio della Gerusalemme Celeste lo raffigurò Giotto, nell’affresco della spogliazione della Cappella Bardi in Santa Croce di Firenze.

 

 

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Presentazione

Monday, January 18th, 2010

Venerdi 22 gennaio alle ore 17, presso la Sala delle Adunanze dell’Accademia delle Arti del Disegno, in Firenze, via Orsanmichele 4,

presentazione

 

del libro di Renzo MANETTI

 

Il Velo della Gioconda.
Leonardo segreto”

Polistampa, 2009

 

Interverranno:

 

Alessandro Vezzosi, direttore del Museo Ideale di Vinci
Luigi Zangheri, presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno

L’Autore, Renzo Manetti, illustrerà il suo studio con l’ausilio di immagini.

 

Per informazioni sul contenuto del libro, si può consultare sia la scheda relativa nella Sezione Libri di questo sito,
sia il post “Le due Gioconde” dell’11 dicembre.

 

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Clandestini o persone?

Wednesday, January 13th, 2010

La violenza di Rosarno è un campanello di allarme che non deve essere sottovalutato. Siamo seduti su una bomba a tempo, che prima o poi è destinata ad esplodere se non la disinneschiamo. Mi spiego, partendo da alcune considerazioni semplici semplici.
1.    E’ giusto cercare di bloccare l’immigrazione clandestina, ma sappiamo tutti che la cosa è impossibile, possiamo solo limitarla.E’ giusto espellere chi è entrato senza permesso, ma sappiamo che è impossibile farlo con tutti.
2.    Ne consegue che clandestini in Italia ci sono e ci saranno.
3.    La legge impedisce a queste persone di lavorare e di essere alloggiate in una casa, perché la si sequestra al proprietario. Il figlio di un clandestino può andare a scuola ma non può abitare in una casa. Il regolare che perde il lavoro diventa addirittura clandestino se non lo ritrova subito. Siamo più teneri con gli animali randagi che con un immigrato irregolare, come se questi non fosse una persona che ha fame sete freddo, paura, sentimenti….
4.    Ne consegue che avremo masse sempre più numerose di “paria”, relegati fuori della società, senza diritti, inevitabile preda di sfruttatori senza scrupoli o della malavita. Per sopravvivere diventeranno perciò prima o poi schiavi o delinquenti (o entrambe le cose). In alternativa la disperazione condurrà alla rivolta, basta solo che qualcuno li organizzi.
5.    La repressione pura e semplice è possibile? La storia insegna che dove c’è disperazione non c’è repressione che tenga: la violenza esplode.
6.    Dunque è necessario e urgente modificare la legge italiana, lasciando da parte demagogia e xenofobia e partendo da due punti che sono imprescindibili.
6.1    Chi è in Italia, regolare o clandestino, se trova un lavoro deve essere lasciato libero di lavorare (ovviamente non a “nero” ma con contratto e pagando tasse e contributi). Fermo restando che chi è trovato senza lavoro deve essere espulso.
6.2    Non si può criminalizzare chi ospita un clandestino per solidarietà umana, né chi gli affitta un alloggio decente. Dobbiamo solo pretendere che le condizioni igieniche siano rispettate e che non si speculi vergognosamente sui più deboli, siano questi lavoratori stranieri o studenti italiani fuori sede.

Qualcuno sa suggerire altre soluzioni che non siano pura demagogia?