Archive for the ‘Architettura’ Category

Virtualità e Virtù

Sunday, June 6th, 2010

Nel suo blog Del Visibile, Luigi Codemo, ha inserito un bellissimo post dal titolo Via Pulchritudinis 9, nel quale parla del movimento protestante degli Shaker americani e del loro celebre design, essenziale nella sua aderenza alla funzione. Lugi paragona la purezza scarna del funzionalismo Shaker con gli esiti del design e dell’architettura del cosiddetto movimento moderno, razionalista e funzionalista. Eppure proprio il Bauhaus  ha accompagnato l’esplosione di irrazionalità e di bestialità del nazismo. Oggi il design e l’architettura esplorano campi in cui la forma predomina sulla funzione, o comunque l’asseconda. Oggi più che ricerca della bellezza troviamo volontà di stupire con l’inusualità, con l’offerta di immagini che esaltino l’individualità. Mi sembra di sentire quel celebre verso del Marino che è la più centrata definizione del Barocco: “…è del poeta il fin la maraviglia…”. Come del poeta, così dell’architetto e dell’artista. Oggi siamo tornati ad un nuovo barocco, nel quale la forma e l’immagine che colpiscono l’immaginazione e la memoria sono determinanti. Perché la nostra società si fonda sulla pubblicità e anche le arti ne hanno assunto i metodi di lavoro. L’importante è vendere e vendersi: anche l’artista e l’architetto di fatto devono vendere il prodotto del cliente ed oltre a questo vendono se stessi. Per far questo devono eccitare l’immaginazione con forme che prevalgono sulla funzione, devono conseguire il mirabolante tralasciando l’essenziale. Quanto dovremo aspettare per veder crollare questo castello di carte, questa società che, diventata virtuale, ha dimenticato le virtù?

Oh mirabile, silenziosa, umiltà delle architetture cistercensi, le cui forme essenziali hanno l’unico scopo di accogliere la luce, che vi scivola assecondandone la purezza!

Il degrado del Viale dei Colli a Firenze

Tuesday, April 13th, 2010


Il degrado a Firenze aumenta. Sul muro di una casa in piazza del mercato di Sant’Ambrogio, una mano infelice ha scritto con la vernice spray: “Il degrado mi aggrada”. Purtroppo c’è un teppismo che ama distruggere, ci sono un’incuria ed un lassismo che preferiscono non vedere né intervenire, ci sono un’ignoranza ed una superficialità che istituzionalmente accrescono il degrado e distruggono l’immagine della città. Chi è preposto alla sua cura a volte non ne è all’altezza. Non mi riferisco stavolta alla questione del traffico, che sembra gestito in modo da accrescere il degrado, ma alla manutenzione di uno dei luoghi simbolo della città, il viale dei Colli.

Il Viale dei Colli Alti, lo chiamava l’architetto Giuseppe Poggi, che l’aveva progettato come sapiente alternarsi di giardini, visuali panoramiche, luoghi di sosta, asse prestigioso di un quartiere giardino destinato alla classe alta fiorentina. Ne aveva regolato la custodia dell’immagine con norme scrupolose trascritte nei registri immobiliari, perché le generazioni future non ne alterassero il progetto. Queste norme sono servite in modo impeccabile fino alla nostra generazione; ora non sono più rispettate. Come quella delle recinzioni dei giardini privati ammesse solo con cancellate aperte, schermate da siepi verdi, irrisa dal recente restauro della villa all’angolo fra il viale e via San Leonardo, dove la cancellata è stata chiusa brutalmente da una lamiera marrone continua, senza che nessuno nelle istituzioni abbia ritenuto di eccepire qualcosa.

Ma gli spregi maggiori vengono proprio dalle istituzioni. Piazzale Michelangelo è il belvedere ottocentesco affacciato sulla città, nodo monumentale del sistema poggiano di percorsi e giardini posto fra la città storica e le sue colline. Proprio qui si sta portando avanti un altro dei consueti scempi, sostituendo le austere pietre da lastrico della pavimentazione ottocentesca del marciapiede, dove il viale dei Colli si innesta sul Piazzale, con moderne pietre azzurrine di sapore disneyano, dalle scanalature antiscivolo tutte uguali ed industriali. Già il marciapiede verso monte è stato anni addietro asfaltato, rendendolo uguale ad una strada urbana; ora invece di tutelare e restaurare in modo scientifico ciò che resta delle pietre del Poggi, le si buttano via per far posto ad un pavimento moderno ed industrializzato.

Perché non si riesce a capire che la città giardino ottocentesca è un monumento al pari della città medievale e rinascimentale? Che anche le pavimentazioni antiche sono un bene culturale da preservare e non da distruggere o ricoprire di asfalto?

Chi penserebbe a sostituire i pavimenti di Palazzo Vecchio con un pavimento moderno? Chi lo farebbe a Pitti? Perché i pavimenti storici delle strade devono essere trattati diversamente da quelli dei palazzi?

A Firenze, la città dell’arte, con rara insensibilità e nonostante i continui appelli di architetti e storici, si persevera con ottusa disinvoltura a distruggere le pavimentazioni antiche della città monumentale.

E lì al Piazzale la Soprintendenza ha acconsentito? E’ stata interpellata come la legge impone? E le pietre antiche, che sono state rimosse, dove sono finite?

Ma non è tutto. Sembrano ormai condannati anche i pini secolari del viale Torricelli, che da generazioni accompagnano il viale rendendolo l’ingresso più bello che la città offra a chi giunge da fuori. Pini torti dal vento, le cui radici sollevano il manto di asfalto, ma le cui chiome potenti svettano verso il cielo formando un ombrello verde di incredibile bellezza.

Centoquarantacinquemila euro sono stati stanziati per distruggerli. Eppure in consiglio comunale Ornella De Zordo ha chiesto di valutare l’impiego di tecniche moderne che impediscano il sollevamento delle radici sul piano stradale, salvando i pini: “Esistono soluzioni alternative, ha scritto, sperimentate da anni con successo negli Stati Uniti e nel Nord Europa, che permettono di prevenire o attenuare il problema delle radici emergenti con tecniche diverse: dall’uso di tessuti geotessili, imbevuti di un principio diserbante, che vanno posti sotto il manto stradale, alla creazione sotto l’asfalto di uno strato isolante costituito da sabbia e pietrisco…”.

E’ rimasta inascoltata, perché è più facile e sbrigativo buttare giù. Il mio appello si unisce a quello di tanti altri fiorentini sensibili, fra i quali mi piace ricordare quello del Presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno, prof. Luigi Zangheri, perché questo scempio ci sia risparmiato. Sarebbe come abbattere i pini di Posillipo o del Gianicolo. A Firenze per fare la tramvia abbiamo già distrutto troppe piante secolari, riducendo viale Morgagni e viale Rosselli a spianate vuote piene solo di auto ma prive di immagine.

 

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 Prima e dopo

Lo zodiaco e l’artista

Friday, February 12th, 2010


Ho ricevuto dall’amico don Bernardo, dei monaci olivetani di San Miniato al Monte, una bella lettera su un evento dell’artista Marco Bagnoli, il quale intrpreta in modo sicuramente affascinante l’antico simbolismo della basilica. la propongo integralmente.

“Fino alla fine del mese di febbraio, ad eccezione della domenica mattina, nella navata centrale della nostra Basilica, proprio in corrispondenza del riquadro dello zodiaco, è possibile ammirare una splendida installazione di uno dei più significativi artisti europei, Marco Bagnoli, ormai da decenni attivo sulla scena internazionale con notevoli e ammirati interventi in diversi musei, spazi urbani, contesti religiosi e paesaggistici.
La presente esposizione del lavoro di Marco Bagnoli si inserisce in una più ampia iniziativa promossa dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato in collaborazione con la Sovrintendenza speciale per il Polo Museale di Firenze e denominata «ALLA MANIERA D’OGGI. BASE A FIRENZE. OTTO ARTISTI CONTEMPORANEI IN UN PERCORSO STORICO-MUSEALE». A me pare evidente come questa iniziativa si debba considerare quale un recentissimo capitolo di quella secolare ed irrinunciabile «collaborazione» e «amicizia» fra la Chiesa e gli artisti, così come si esprimeva nel lontano 1964 papa Paolo VI. E agli artisti, in chiusura del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre 1965, lo stesso papa Paolo indirizzava queste ispirate parole, recentemente ricordateci da Benedetto XVI: «A voi tutti la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici!». E ancora: «Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani… Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo».
Siamo dunque grati a Marco Bagnoli che ha arricchito di senso, di bellezza e di mistero la nostra Basilica, i suoi raffinati simbolismi, i suoi ponderati orientamenti cosmologici, innalzando 5 misteriose anfore in legno e alabastro che disposte su quella mirabile raffigurazione del microcosmo che è il nostro zodiaco musivo, lasciano sgorgare, con estrema suggestione, antiche melodie gregoriane, raccolte e mescolate da Giuseppe Scali con altri suoni, di carattere quasi ancestrale, ctonî e terragni. Su una di essa, quella in alabastro, si posa radente una fascio di luce dorata a raffigurare un essenziale e stilizzato Noli me tangere.
Non ho certo competenza e sensibilità adeguate per decrittare come si dovrebbe la notevole portata anche semantica, oltreché formale, dell’installazione di Marco Bagnoli, proviamo dunque ad ascoltare la sua parola che in una sua lettera assai evocativa ci fornisce una sorta di affascinante viatico, assai necessario per meglio comprendere e apprezzare il suo lavoro:

caro Bernardo
ora per me si tratta di deporre cinque nuovi vasi sulla ruota dello zodiaco al centro del pavimento marmoreo della Basilica.
e il quinconce è la  prima idea.
la chiesa è decorata secondo questo motivo geometrico,
che rappresenta le quattro direzioni
dello spazio e il centro.
ma v’è di più nel luogo.
la porta si apre su un nord simbolico, indicato sullo zodiaco dal capricorno.

Ma se la porta viene nominata come Janua Coeli, il nord vero guarda l’acquario e indica una torsione su di
sé, forse a caso la nostra nuova era?
Quella torsione da un simbolo a un essere crea un campo di apertura nella soglia  e conferisce una forza
dinamica al quinconce dei vasi.мека мебел
L’ho immesso in una spirale sferica a partire dal centro, anch’esso
spostato verso la circonferenza.
L’ultimo vaso dei cinque insiste sul settentrione vero in corrispondenza
con l’acquario all’alzata del sole;
è in alabastro bianco sonoro e in luce.

Un’ombra bianca lo abbraccia.

E’ il profilo del noli me tangere, lo stilita della
processione dei magi, figura cara
che indica il cielo.

Ora non è che un colpo di luce che si dilunga in diagonale a toccare
l’altare
…che resta irraggiungibile…
allora lo dissi:  pietra scartata dai muratori.

Qui s’invera il canto e invoca la profezia
sulla ruota del vasaio che riduce in polvere il vaso orribile.

Sul mio sonovasoro invece s’intrecciano profili asimmetrici impossibili agirare sul tornio, ma sì sulla ruota dello zodiaco a cui è imposta la svolta.

Gli altri quattro sono in legno intarsiati come vedi sugli
equinozi e i solstizi e muti in attesa.
Vasi comuni sottoposti alla forma, abbandonati come dervisci alla danza
del cielo sulla terra, per amore rotanti nelle mani dell’amato.

OPUS SUPER ROTAM

marco”

Ecco, questo è quanto. La basilica in realtà si rivolge non al nord, ma al sud est, il solstizio di inverno, dal quale irromperanno i raggi del Sol Invictus. Eppure Marco ha intuito molto dell’antico simbolismo cosmico e qualla frase di chiusura, OPUS SUPER ROTAS, ha un’affinità che non è solo semantica col celebre e misterioso palindromo: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS.

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Le sfide che attendono Firenze

Wednesday, September 30th, 2009

Il discorso programmatico pronunciato in Consiglio Comunale il 21 settembre è stato promettente: il Sindaco, Matteo Renzi, non si è mantenuto sul generico ma si è espresso in modo chiaro su molte questioni aperte indicando un percorso alternativo a quello della Giunta precedente. Passare dal programma agli atti concreti tuttavia non sarà facile, il lavoro è molto ed il tempo è poco.
Il primo nodo da affrontare è quello del Piano Strutturale che la Giunta passata è stata incapace di approvare, nonostante un iter lungo anni, durante i quali il Piano è stato discusso in tutte le sedi possibili immaginabili, senza per questo trovare una maggioranza disposta a votarlo. Quel Piano ha bisogno di essere modificato, ma non rifatto da capo, perché i tempi per un nuovo piano non ci sono. Anche l’impostazione programmatica del discorso di Renzi in Consiglio Comunale non contraddice l’impostazione generale del Piano, pur implicando modifiche sostanziali ad alcuni contenuti strategici. Se entro luglio il Piano Strutturale non verrà approvato definitivamente, scatteranno salvaguardie che bloccheranno in città ogni intervento edilizio che non sia di mera conservazione dell’esistente. Con conseguenze pesantissime su un’economia che nell’edilizia trovo una dei volani più importanti. Renzi ha detto che questo non deve avvenire ma,  considerati i periodi di legge per la pubblicazione e le osservazioni, se entro l’anno le modifiche al Piano non verranno fatte ed adottate, non ci saranno i tempi tecnici per un’approvazione definitiva in tempo utile.

Il Piano Strutturale è legato a filo doppio con le grandi scelte infrastrutturali, che al suo interno devono trovare la loro cornice coerente. Il Piano attualmente sospeso vincola i tracciati dell’Alta Velocità e delle tre linee della tramvia, definendoli invarianti strutturali, cioè caposaldi inamovibili. E questo è inaccettabile, visto che su queste infrastrutture non c’è ancora chiarezza. Per la tangenziale nord il Piano si limitava a individuare un corridoio infrastrutturale, questa elasticità dovrà essere introdotta anche per le altre infrastrutture, che sono sempre suscettibili di cambiamenti anche in corso d’opera.
Ma elasticità non vuol dire evitare le scelte. Su Alta Velocità e linee tramviarie bisogna decidere. Renzi ha confermato la scelta del sottoattraversamento, ormai già appaltato, ma si è lasciato una porta aperta per discutere con le Ferrovie la stazione sotterranea sotto l’area dei Macelli. La grande stazione sotterranea impone un costo immenso, che probabilmente aumenterà in modo non preventivabile per le varianti e i problemi che emergeranno. Penso innanzitutto all’impatto sulla falda acquifera ed ai rischi di allagamento. La stazione sotterranea era stata voluta dalle forze politiche fiorentine, timorose di infrangere il tabù della centralità di Santa Maria Novella. Ma una stazione sotto i Macelli non è la stessa cosa: per raggiungere Santa Maria Novella ed il centro storico si deve comunque salire in superficie e prendere la tramvia. Tanto vale allora costruire una stazione di superficie a Castello o Campo Marte, con tempi più brevi e costi minori e, soprattutto, minor impatto dei cantieri sull’assetto viario e idro geologico della città.

Sulla tramvia ho sempre ritenuto che si debba sospendere la linea tre che attraversa un tessuto delicato e pregiato come quello dello Statuto, per concentrare gli sforzi sulla linea due che collegherà il centro storico con il nuovo polo direzionale di Novoli. Ma estendendola a Sesto, conferendole quel ruolo di infrastruttura metropolitana che già Detti aveva ritenuto indispensabile per un decentramento a nord ovest. Allungamento quindi verso Sesto e il polo scientifico dell’Università, ma eliminazione della tratta che attraversa il centro storico di Firenze. Il centro storico deve rappresentare infatti un capolinea della tramvia, non un’area da attraversare. La mobilità nel centro va assicurata con mezzi idonei: bussini elettrici e tapis roulant, i cosiddetti people movers ecologici e non invasivi. Il discorso di Renzi va in questa direzione: la tramvia deve essere estesa a Sesto e non passerà da piazza Duomo, che verrà integralmente pedonalizzata, eliminando così quello che è stata definita (sono parole citate da lui) il più elegante spartitraffico del mondo.

Renzi si è espresso con chiarezza anche sulla necessità di una nuova pista per l’aeroporto di Peretola, dicendosi pronto a trattare da subito con il sindaco di Sesto, che ha rigettato le cinque (cinque!) soluzioni fornite da ADF (la società di gestione dell’aeroporto). Ne esiste una sesta su cui tratteremo, ha detto. Aggiungo io che l’estensione della tramvia a Sesto potrebbe essere occasione per un “do ut des”: tramvia in cambio della pista.

Un falso problema è invece quello della “cittadella viola”, cioè la mega speculazione che era stata proposta nel Parco Metropolitano della Piana. Il vero problema è un altro: togliere lo stadio di calcio da Campo di Marte. Intendiamoci, non intendo demolire il Franchi, opera d’architettura e di ingegneria da tutelare e conservare, ma di togliervi le partite di calcio e di costruire altrove uno stadio nuovo per ospitarle. Questo va fatto e presto, perché un quartiere residenziale non può ogni quindici giorni diventare ostaggio dei tifosi. L’area di Castello sarebbe quella ideale, come ha indicato Renzi, perché facilmente raggiungibile da autostrade, aeroporto e ferrovia. Ma lo stadio deve per forza tirarsi dietro un quartiere? Non si possono trovare soldi pubblici per costruirlo? Magari utilizzando quelli della linea tre della tramvia, che se non la facciamo tutti tireranno un sospiro di sollievo?

In conclusione, le premesse ed i programmi oggi ci sono. Ora bisogna attuarli rapidamente e questa è la parte più difficile.

Edificio sacro e liturgia

Monday, September 7th, 2009

Una messa di prima mattina in una chiesetta romanica sulle colline di Firenze; un’abside centrale rivolto ad est, con una finestra dalla quale irrompe il sole, simbolo di Cristo. La preghiera – anima si rivolge verso il sole e il sole – Cristo la abbraccia correndole incontro.

Per questo le chiese antiche erano orientate,si rivolgevano cioè con l’abside ad est in modo che la preghiera fosse rivolta verso il sole e che la navata fosse un percorso verso la luce, simbolo del cammino dell’anima. Il sacerdote, in testa all’assemblea, rivolgeva la propria offerta nella stessa direzione.

Oggi, dopo la riforma liturgica, il sacerdote prega con le spalle al sole, quindi a Cristo. Egli si rivolge all’assemblea, non al suo Signore. I casi sono due: o il sacerdote si ritiene egli stesso figura di Cristo e chiama su di sé la venerazione dei fedeli, o prega verso l’occidente, verso il tramonto del sole e la tenebra incombente. In ogni caso la sua offerta, volgendosi verso l’assemblea, intercetta e interrompe il flusso solare della preghiera collettiva.

La posizione dell’altare e del sacerdote dovrebbe rispettare la tipologia della chiesa: nelle chiese tradizionali orientate, l’altare e il sacerdote devono essere rivolti al sole, nelle chiese a pianta centrale il sacerdote può disporsi di fronte all’assemblea, perché in quel caso la luce del cielo e il rapporto con il cosmo si indirizza attraverso l’asse centrale della chiesa, attraverso un omphalos ideale o reale, ma simbolicamente sempre presente.

E nelle chiese moderne prive di orientamento? Beh, se la navata è simbolo del cammino verso l’eternità, allora anche il sacerdote deve seguirne il percorso come primus inter pares. Non è Dio, il prete, non è verso di lui che si orienta la nostra vita.

Le chiese moderne

Saturday, June 13th, 2009

Nel suo blog http://delvisibile.wordpress.com/, Luigi Codemo ha scritto un post sulle nuove chiese nel quale con grande acutezza scrive:”A una prima ricognizione, il panorama generale delle chiese costruite dopo il Concilio vaticano II è sconsolante: da un lato, abbiamo opere che reiterano stancamente antichi e nobili modelli e, dall’altro, opere solitamente avvitate attorno alla soggettività dell’architetto che declina per l’occasione la sua personalissima idea di sacro”. Ma quali sono le chiese che oggi reiterano stancamente vecchi modelli? Io vedo semmai il secondo tipo, cioè architetture nelle quali si proietta la soggettività dell’architetto, che nel migliore dei casi propone con enfasi la propria idea del sacro. Il problema è che spesso questi architetti l’idea del sacro non ce l’hanno nemmeno e dunque non propongono nulla se non una proiezione del proprio ego, fatta per stupire. Mi sembrano adatte le parole del Marini: “E’ del poeta il fin la maraviglia…”.Progettare una chiesa dovrebbe essere innanzitutto atto di umiltà, nel quale l’io del progettista si nasconde per accogliere l’io della comunità, per ricevere dal cielo con la preghiera l’indicazione da seguire. Non dovrebbe progettare una chiesa un architetto che non prega. Ogni chiesa è un tabernacolo, un trono per l’Altissimo: se non si ha questa certezza credo non si debba progettare una chiesa, perchè invece di aiutare l’effusione del sacro si otterrebbe l’opposto: il sacrilegio.E l’umiltà impone l’immersione nella tradizione sacra cristiana, farsi cioè espressione silenziosa e anonima di un linguaggio sacro codificato attraverso i millenni, che in simboli perenni esprime il mistero e la potenza dello Spirito. Una lingua fatta di “misura, numero e peso”, di immagini ieratiche, che permette (non metaforicamente) a chi vuole ascoltare di udire i cori delle schiere angeliche e di partecipare alla loro liturgia di lode.

L’enigma del pulpito di San Miniato al Monte

Tuesday, July 29th, 2008

Sul blog Del Visibile, Anthony mi ha scritto quanto segue:

“Caro Manetti grazie del commento. Le mie osservazioni sul Lavoro e sulla Creazione “as a work in progress” si riferivano a noi, poveri mortali, abitatori del tempo e dello spazio.Ad ogni modo c’e’ una connessione fondamentale tra cio’ che dici e quanto di sopra, tra il punto di vista “eterno” e quello, se mi si concede” ’storico”.Quella connessione e’ l’ORA.Non il momento fuggente, che e’ un’altra rappresentazione, ma proprio l’ora, un buco nella maglia del tempo-spazio, una Porta Regale nell’illimitato.Si puo’ LAVORARE soltanto quando ci si insedia saldamente nell’Ora, quando si opera nel tempo-spazio ma non si e’ del tempo-spazio.Quando quello spirito di cui parli, che partecipa ed E’ parte del Divino, si incarna nella fisicita’ del Grande Fare. Il corpo deve stare dove sta, nel tempo-spazio, nella materia, nella finitudine, lo spirito in cielo, ed il cuore a mezza via. L’uomo non e’ soltanto spirito, e neppure soltanto materia. L’uomo sta a mezza via, e attraverso l’uomo due correnti salgono e scendono:la prima, la Preghiera , sale sino al Cielo. La seconda, il Lavoro, scende dal cielo in terra.Stare a mezza via, con i piedi piantati ma con la vista sgombra, e soprattutto con un cuore aperto, e’ tutto.
 Saluti
Anthony”

Pulpito S.Miniato

Il pulpito della basilica fiorentina di San Miniato al Monte racconta per simboli quanto Anthony ha scritto.

Il leggio di marmo è sostenuto da una colonna nella quale si fondono senza soluzione di continuità tre figure marmoree: un’aquila sorregge il leggio con le ali e tiene le zampe su un cespuglio frondoso che pare scaturire dal copricapo di un uomo, questi sta con le mani conserte e gli occhi fissi davanti a sé, appoggiando a sua volta i piedi sul basamento della colonna e sulla testa di un leone il quale volge lo sguardo verso la navata. C’è dunque un’intenzionale continuità fra le tre figure, come se fossero una sola.
E’ noto che l’aquila, il leone, l’uomo ed il toro sono simboli dei quattro evangelisti e come tali sono raffigurati attorno al trono di Cristo Pantocratore, nel mosaico dell’abside. Si tratta di una simbologia che proviene dalla visione del profeta Ezechiele. Questi vide il carro di Dio le cui ruote si muovevano all’unisono con quattro animali di sembianza umana: “ognuno dei quattro aveva aspetto d’uomo, aspetto di leone a destra, aspetto di bove a sinistra e, ognuno dei quattro, aspetto d’aquila” (Ez.I,10). Sulle teste degli animali un firmamento sosteneva il trono di Dio. Questa visione misteriosa fu alla base della speculazione esoterica ebraica, sin dall’antichità, la cosiddetta mistica del Carro (Merkavah). I cristiani applicarono le quattro figure agli evangelisti, perché su di essi si appoggia il Verbo.
E’ evidente che nel pulpito di San Miniato manca il toro. Freg Gettings avanzò qualche anno fa la teoria che lo sguardo del leone fosse rivolto verso il toro dello zodiaco pavimentale che sta al centro della navata centrale e che questo fosse dunque il simbolo mancante. Egli aggiungeva che nella tradizione zodiacale il segno del toro aveva il dominio sulla voce e sulla gola. Ne concludeva che la quarta figura del pulpito sarebbe stata il predicatore stesso, come colui che proclama la parola.Si tratta di una tesi suggestiva ma, a mio parere, poco verosimile. Il leone volge in effetti la testa verso la navata, ma concluderne che stia guardando il toro nello zodiaco è assai arduo. Il mistero della figura mancante dunque resta.
In un mio precedente saggio (”Dieci secoli per la Basilica di S.Miniato al Monte” edizioni Polistampa 2007) scrissi che forse sarebbe stato ancora Ezechiele a venirci in aiuto. Nel suo libro, il profeta riferisce infatti di una seconda visione del Carro. Ma in questa sede tralascio questa parte, rimandandola semmai ad un altro post.
In seguito, sollecitato da una domanda che mi è stata posta alla presentazione di un mio libro a Cagliari, mi sono convinto che esiste una spiegazione semplice e convincente. Nel pulpito noi troviamo la figura del leone che rappresenta la regalità del mondo della natura e l’aquila che è lo è del mondo celeste. L’uomo, che ha la testa sotto le zampe dell’aquila ed i piedi sul leone, partecipa di entrambe le nature ed è stato posto come mediatore fra cielo e terra. Questa interpretazione così semplice spiega perché il leone si volga verso la navata: questa infatti, che rappresenta la terra, è il regno a cui appartiene e che egli domina. La torsione della testa del leone, contrapposta alla rigida fissità dell’uomo e dell’aquila, accentua il significato della sua appartenenza alla dimensione dello spazio e del tempo, caratterizzata dal movimento, mentre l’aquila è signora del cielo e dell’eternità dove ogni dinamica si annulla nella quiete del motore immobile. Re del mondo, il leone che si volge verso il percorso della navata è anche monito per l’intruso e vigile custode dello spazio sacro che si apre alle sue spalle, il recinto del presbiterio, vero sancta sanctorum della basilica. Il simbolismo dell’intera figura perde definitivamente ogni riferimento a quello dei quattro evengelisti.

Pulizia del blog

Tuesday, July 29th, 2008

Il blog ha avuto un problema: ha subito l’attacco di un malintenzionato, che ha inserito fra le righe di un post un codice malevolo. Di conseguenza Google ci ha segnalato come potenzialmente infetti. In realtà non c’è mai stato alcun virus, ma solo un codice che era in grado di ingenerare il sospetto in Google. Operazione dunque assai più subdola. Ora il codice è stato eliminato e il blog pulito. Attendiamo che Google nella sua verifica periodica prenda atto della cosa e tolga la sua segnalazione di pericolo. Dunque il blog è ora di nuovo funzionante.

Presentazione (2)

Thursday, June 5th, 2008

Sabato 7 alle 15.30 sarò a Milano in piazza Missori presso la Libreria Ecumenica Esoterica per una presentazione del libro “Il segreto di San Miniato”. Mi propongo di svolgere una breve conferenza sulla geometria sacra ed i simboli della basilica di San Miniato al Monte di Firenze, che hanno dato origine e motivo a questo libro. Mi porterò dietro proiettore ed immagini.

Presentazione

Friday, May 23rd, 2008

“Il segreto di San Miniato” verrà presentato a Milano sabato 7 giugno alle 15,30 presso la Libreria Esoterica (piazza Missori - Galleria Unione 1).
Introdurrà Adriana Mangialajo Rantzer.
Sarò ovviamente presente anche io e mi porterò un corredo di immagini da proiettare, per spiegare come nasce questo libro.
Oggi l’amico Luigi Codemo ha commentato il libro sul suo blog: http://delvisibile.wordpress.com. Le sue parole aprono un affascinante dibattito, perché egli non accetta la possibilità di una gnosi, un metodo ascetico la cui tradizione si tramandi intatta da secoli. O almeno che questa strada sia qualcosa di più di semplice “cenere fredda”. Con Luigi sono anni che ci scriviamo, io so come la pensa e lui sa come la penso io ed entrambi ci stimiamo e ci rispettiamo. Siamo infatti consapevoli di seguire strade diverse, ma che la via è la stessa e così la meta.
A questo proposito è interessante vedere quanto ha scritto su questo mio blog l’amico Alex dei fratelli templari della Certosa di Firenze, commentando il mio testo per un Esoterismo cristiano. Che Alex preferisce chiamare Cristianesimo esoterico. Ed effettivamente c’è una bella differenza. Su questo ha ragione lui.