Archive for December, 2008

In memoria di padre Goffredo Viti

Monday, December 29th, 2008

Narra l’evangelista Luca che il vecchio Simeone sapeva di dover vedere il Messia prima di morire. Un giorno lo Spirito gli suggerì di recarsi al Tempio perché lì avrebbe visto Colui che aspettava. Simeone, spinto da questa intuizione, si recò al Tempio e lì vide una donna che con suo marito portava un bambino per la circoncisione, ed egli seppe che quel bambino era il Messia.
Non sorridiamo: lo Spirito dirige in modo misterioso i nostri passi. Padre Goffredo aveva costituito una confraternita templare presso il monastero della Certosa di Firenze ed io avevo partecipato ad alcune loro iniziative. Egli presentò il mio libro “Le porte celesti” e ci eravamo ripromessi di vederci e di parlare della Certosa e dei templari. Io gli chiesi una copia del bel libro sulla luce nelle abbazie cistercensi. Mi rispose che non me lo avrebbe mandato, ma che voleva consegnarmelo personalmente, in modo che fosse l’occasione per parlare. Così passarono i mesi senza che mai io trovassi il tempo per andare in Certosa. Finchè un giorno sentii l’urgenza di andare: mi pareva che Goffredo mi chiamasse e mi invitasse a raggiungerlo per quel colloquio da me troppo a lungo rimandato. Così mi recai alla Certosa e chiesi di lui. C’erano anche gli amici templari e furono loro ad indicarmelo, steso sul catafalco. Era morto improvvisamente.
Ho sempre pensato che a chiamarmi con tanta urgenza fosse stato proprio Goffredo e che misteriosamente volesse chiedermi di proseguire la sua opera insieme con gli amici templari che aveva lasciato.
Sono certo che lo Spirito parla attraverso vie insondabili, attraverso quelle che comunemente chiamiamo coincidenze, casualità,  ma che altro non sono se non l’irruzione nel nostro universo apparente della realtà invisibile.
Dunque non mi meraviglia che Simeone sapesse di dover andare al Tempio proprio quel giorno, che quel bambino fra tanti fosse il Messia.
Il 5 gennaio a San Miniato al Monte, Bernardo celebrerà una messa di suffragio a cinque anni dalla morte di Goffredo. Io non potrò esserci materialmente, ma ci sarò col cuore.

Il Natale ed il simbolismo cristiano del sole

Saturday, December 20th, 2008

In Siria alcuni filosofi neoplatonici e neopitagorici elaborarono una teologia della luce e del sole, che ebbe una grande diffusione nell’impero romano dei primi secoli; fra questi Posidonio e Numenio, entrambi di Apamea, città della Siria fra Antiochia ed Edessa, che era un grande centro di traffico carovaniero e quindi di diffusione delle idee. Essi svilupparono l’idea di un Dio unico, motore del cosmo, del quale tutti gli dei tradizionali sarebbero stati solo emanazioni, e lo identificarono col sole. Tra il II e il III secolo, sulla scia della diffusione delle religioni orientali e di quella di Mitra in particolare, il culto del Sole finì con l’assorbire i culti tradizionali delle varie province, in un nuovo sincretismo monoteista che tese a divenire la religione comune dell’impero; esso avrebbe dovuto dare all’Impero., di cui ogni uomo libero era ormai cittadino, il valore di una comunità anche religiosa, tenuta insieme da un culto e da una morale comuni, che non abolivano del tutto quelli antichi e tradizionali delle singole popolazioni. Nel III secolo l’imperatore Aureliano impose a Roma il culto del Sol Invictus, collegandolo a quello imperiale.
La tolleranza religiosa romana cercò di fagocitare anche il Cristianesimo all’interno del sincretismo solare - imperiale, ma fu invece il Cristianesimo a prevalere ed assorbirlo; così il Sole divenne simbolo di Cristo. Il Cristianesimo fece dunque proprie le feste solari: fra il 335 e il 336 i cristiani di occidente collocarono simbolicamente la nascita di Gesù in prossimità del solstizio di inverno, il 25 dicembre, natale dell’invitto Mitra e del Sole; più lentamente il Natale si diffuse anche in oriente, dove ad Alessandria era festeggiato il 6 gennaio, anche qui sostituendo una festività solare di origine egiziana. Nella porta istoriata della basilica romana di Santa Sabina, del V secolo, sono raffigurati i re magi che adorano il Bambino: essi indossano il berretto frigio degli iniziati di Mitra, con un chiaro riferimento alla vittoria del cristianesimo sul culto antagonista, ma anche all’identificazione di Gesù col Salvatore atteso dai seguaci di Zaratustra, che dunque erano chiamati a riconoscerlo come tale.
L’associazione del sole con Cristo si trovava già nei Vangeli, particolarmente in quelli di Giovanni e di Matteo, che è l’unico evangelista a raccontare l’episodio dei magi, utilizzando il simbolismo luminoso di origine iranica che vi è connesso. Nel Prologo di Giovanni il Verbo è Luce:”Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo”; Matteo riferisce l’episodio della trasfigurazione sul monte Tabor, paragonando Cristo al sole: “Si trasfigurò davanti a loro: il suo volto risplendente come il sole, e le sue vesti divennero candide come la luce”. La tradizione che vedeva nel sole e nella luce un simbolo di Cristo fu trasmessa anche da Paolo nella seconda lettera ai Corinti: “…affinché non rifulgesse loro lo splendore del Vangelo della Gloria del Cristo che è immagine di Dio…”;”Perché Iddio, che disse Dalle tenebre rifulga la luce, è Colui che ha rifulso nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria d’Iddio, che è sul volto di Cristo”..
Essa fu ripresa da quei padri della chiesa, che cercarono di conciliare la filosofia platonica con la teologia cristiana: costoro ritenevano che Dio avesse diffuso tra i saggi del passato una verità che avrebbe trovato in Cristo la pienezza della rivelazione. Che dunque la filosofia antica non fosse tutta da rigettare, ma da valutare serenamente alla luce dell’insegnamento dei vangeli. Fra questi Giustino, che nel II secolo riteneva il platonismo una via per comprendere le verità eterne rivelate da Cristo; Clemente Alessandrino, il quale nel III secolo affermava che Dio, come il sole, è il cuore del cosmo. Anche Dionigi l’Areopagita, o meglio l’ignoto autore del V secolo che il Medioevo identificava col discepolo di San Paolo, cercò anch’egli con successo di conciliare il neoplatonismo con il Cristianesimo; non a caso proveniva dallo stesso ambiente culturale siriano, che aveva elaborato il misticismo solare. Dionigi influenzò profondamente il pensiero e la teologia medievale, dimostrando che il misticismo di Platone poteva efficacemente essere conciliato con quello cristiano.
L’attribuzione al Verbo del simbolismo solare fece sì che l’oriente, da dove provengono i raggi del sole nascente, diventasse simbolo della Parusia, il ritorno di Cristo nel giorno del Giudizio. Già nel Vangelo di Matteo, si legge: “Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’Uomo”. L’orientamento della preghiera, già presente fra gli egiziani ed i persiani, fu conseguenza logica del simbolismo dell’oriente: Tertulliano invitava a pregare verso l’est e anche S.Agostino menzionava questo uso; secondo Eusebio di Alessandria i cristiani praticarono la preghiera verso oriente almeno fino al V secolo. Si tratta di una pratica comune alle tre religioni abramitiche, ma con una differenza significativa: gli Islamici e gli Ebrei si rivolgevano e si rivolgono tuttora verso un centro simbolico che coincide con un luogo geografico, la Mecca per i primi e Gerusalemme, sede del primo Tempio, per i secondi, mentre i Cristiani pregavano verso la Gerusalemme Celeste, che non si identifica con un luogo, ma con una dimensione che si fonderà con la terra solo alla fine dei tempi. Ne consegue che le sinagoghe e le moschee hanno una nicchia della preghiera che muta la sua collocazione a seconda del contesto geografico, mentre la chiesa cristiana tradizionale presenta costantemente l’ingresso a occidente e l’abside, verso cui si rivolge la preghiera, a oriente.
Ma il sole sorge ad est solo negli equinozi: nel resto dell’anno si sposta verso sud est, dove la sua corsa si conclude al solstizio di inverno, e verso sud ovest dove nasce al solstizio di estate. Le chiese più ricche di sacralità si rivolgono al sorgere del sole al solstizio di inverno.Così è per la nostra antica basilica fiorentina di San Miniato al Monte, orientata a sud est per accogliere nel giorno di Natale, prossimo al solstizio di inverno, i raggi del sole matutino, che simboleggiano la supremazia della Luce sulla tenebra e della Parola sulla materia. Sul pavimento marmoreo della basilica un grande zodiaco presenta al centro la figura del sole. Vi si riconosce il simbolo del Verbo, Signore del Tempo e dei moti che regolano e scandiscono l’esistenza. Pensando al Signore del Tempo, si comprende allora quanto scrivevo ad Alex nel post precedente: durante la preghiera esicasta al momento di pronunciare il Nome il respiro si interrompe, così come per alcuni vangeli apocrifi citati ancora a Alex, al momento della nascita a Betlemme, il tempo si fermò per brevi istanti. In entrambi i casi l’eternità irrompe e si riappropria del tempo che le appartiene come un figlio alla madre.

Tre Magi

“Mi manda mio Padre” di Alex

Thursday, December 18th, 2008

Ricevo questa mail da Alex, che per problemi al suo computer non riesce ad inserire commenti ai miei post:

“CARISSIMO, NON HO AVUTO ANCORA IL TEMPO DI RIORGANIZZARMI TECNICAMENTE PER I BLOG. HO DATO UN’OCCHIATA AL TUO CHE E’ SEMPRE ASSAI INTERESSANTE MA… MI PARE CHE IL LIVELLO SI ALZI SEMPRE PIU’ E MI RENDO CONTO DI NON ESSERE COSI’ PREPARATO PER COMMENTARE GLI INTERVENTI. SE VUOI PUOI PUBBLICARE QUALCOSA DALLA MAIL CHE TI HO INVIATO.
A CHI PARLA DI GUENON CONSIGLIEREI DI LEGGERE RUDOLPH STEINER PIU’ CHE IL BUON RENE’….
UN ABBRACCIO E DI NUOVO TANTI AUGURI, ALEX”.

Pubblico pertanto una parte di quanto mi ha inviato. Ecco qua la sua prima riflessione che mi sembra interessante.

‘Mi manda mio Padre’ è il titolo del numero speciale di Hera di questo mese. La rivista,  benché spesso imprecisa e poco attendibile nei suoi commenti e improbabili conclusioni, a volte visionaria, gnostica ed esoterica, apertamente vicina ai ‘Grandi Orienti’, è però anche interessante per le tante notizie, citazioni, informazioni ed i temi più svariati che svolge e che stimolano curiosità ed approfondimenti più precisi.Il numero di dicembre è dedicato a Gesù.Al momento ho solo avuto il tempo di dare una scorsa veloce ma mi hanno colpito alcuni passi dell’articolo ‘Quando il tempo si fermò a Bet Lehem’, di Vittorio di Cesare, che riporto:

“Come sostenne il giovane Gesù parlando nel Tempio di fronte ai dottori della legge: la sua natura era inspiegabile persino ai sapienti.
Quando nacque Yeshua Bar Yosefa, Gesù, il tempo si fermò.
Come un presepe vivente uomini e animali restarono immobili. … Se sappiamo qualcosa di quella notte lo dobbiamo alle enigmatiche pagine dei testi ‘apocrifi’, racconti nascosti, segreti, se non eretici. Le narrazioni di queste fonti riempiono i vuoti che i Vangeli canonici hanno lasciato in un resoconto che sembra univoco, così simile che gli studiosi cercano ancora la “Fonte Q” il testo dal quale furono originati tutti gli altri…. lo stesso giovane Gesù parlando nel Tempio di fronte ai dottori della Legge, definendo l’evento che Lui rappresentava troppo grande per essere compreso dai saggi: “Quelli che non conoscono l’aleph come possono parlare del thau?”(Vangelo apocrifo dello Pseudo Matteo XXXI-2)’
Già, l’Alfa e l’Omega….
‘Nei codici “Arundel 404” ed “Hereford o.3.9” si legge: “Nel più grande silenzio, in quel momento si sono fermate, tremanti, tutte le cose: infatti cessarono i venti,non dando più il loro soffio, non s’è più mossa alcuna foglia degli alberi, non s’è più udito alcun rumore di acque, non scorsero più i fiumi, non ci fu più il flusso del mare, tacquero tutte le fonti di acqua, non risuonò più alcuna voce umana: c’era un grande silenzio”.’ ….
‘Quando nacque Gesù a Betlemme calò un improvviso silenzio che avvolse anche il cosmo sintetizzando un fenomeno predetto dalle parole dell’Antico Testamento: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Num. 24,17). Ermetismo che annunciava un’altra profezia: “cammineranno i popoli della terra alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is. 60,3). L’epoca delle spade trasformate in aratri era però ancora lontana. Quel messia neonato non avrebbe cambiato nulla materialmente, tranne diffondere la speranza, cosa che i vecchi dèi non avevano saputo fare. Da allora in Israele sarebbe stato un susseguirsi incredibile di fatti a partire da quella grotta. I templi, ha scritto il mitologo Joseph Campbell, sono eretti per celebrare il miracolo della perfetta centralità, diventano un luogo attraverso il quale passa l’eternità. Un Omphalos, continua Campbell, “produce tutto il male e il bene del mondo, il brutto e il bello, il peccato e la virtù, il piacere e il dolore” Betlemme diventò il nuovo Templum e lo è ancora dall’epoca di Costantino che consegnò quel villaggio alla storia,aggiungendolo agli innumerevoli altri luoghi sacri di una Israele diventata un paese Tempio”.

Ma Alex non si è fermato qui ed ha aggiunto un p.s., con una domanda. Anche questa inserisco:

“P.S. Ho letto un interessante articolo di Scalfari su l’Espresso (www.espressonline.it)  dell’11 dicembre intitolato ‘Il rischio della fede’ ove commenta il libro del Cardinale Martini “Conversazioni notturne a Gerusalemme” e il suo sottotitolo “Sul rischio della fede”.Cita alcuni pregnanti passi dell’autore; mi ha colpito che Scalfari nota che il Cardinale ‘usa raramente la parola Cristo mentre il nome Gesù ricorre più volte in tutte le pagine. Si direbbe che il Figlio dell’Uomo per Martini sia molto più pregnante del Figlio di Dio.’
Che cosa ne pensi?
Un abbraccio e buon Natale, Alessandro”

Cercando insieme

Tuesday, December 16th, 2008

Dal blog http://delvisibile.wordpress.com con l’autorizzazione degli interessati, pubblico un post scritto recentemente dall’amico Luigi ed i commenti che ne sono seguiti.
Ecco il post:

“La schiuma dell’onda che sbatte sulla spiaggia si dissolve in pochi istanti. Poi monotona, si riforma. Di notte e di giorno. Effimera, quanto perenne. Un nulla che però dura più dell’uomo mortale, anche del più grande tra gli uomini. E’ facile vedere nel frangersi dell’onda il nascere e il rinascere di una qualche dea capace di immortalità.

Una rupe è lì, davanti, e stava lì quando ancora c’era mio padre, e il padre di mio padre. La rupe è meno mortale di me: è facile scorgere tra quelle pietre una figura divina.

Non occorrono il sole, l’oceano, la montagna più alta per innalzare un olimpo di divinità. Bastano le scintille dei falò, l’odore dell’erba, il rumore di una cascata, un sentiero che scollina, lo spifferare di un canneto, il ribollire del mosto. Basta ciò che dura più di un uomo, che va oltre quei giorni mortali. Basta un destino che ripete sordo il proprio destino.

Il pensiero pagano è intriso di immortalità. Non cerca il rigore, è un pensiero a cui basta paragonare: tu duri più di lui, tu uccidi e tu muori, tu sei ancora e tu non sei più. La stabilità dell’uomo effimero, di colui che dura solo un giorno, è la sua ombra, è l’Ade. Il catalogo Adelphi è l’economia di questo pensiero. In effetti, se dovessimo indicare lo stile proprio di questa casa editrice non emergerebbe tanto il dorico arcaico, ma il neoclassico. Lo stile dell’immortalità, lo stile del monumento che dice di essere monumento. La severità che copre l’ineluttabilità funebre.

Il pensiero cristiano non guarda all’immortalità, ma all’eternità. L’immortalità è la noia, lo stabilirsi in uno stato, è la necessità che t’inchioda a un destino. L’eternità cristiana, invece, è l’essere coinvolti nella dinamica divina, ovvero nella eterna creatività di Dio. Il cristianesimo non ha uno stile proprio, proprio per non cristallizzare il soffio vitale che genera la molteplicità delle forme. Per non bloccare nessuno in un destino simile a una roccia o alla schiuma di un’onda”.

Questo post è stato pubblicato il Novembre 28, 2008 alle 1:27 am ed è archiviato in hortensius.

Ed ecco i commenti:

1. renzo manetti Dice:
Dicembre 1, 2008 alle 6:54 pm
immortalità vs eternità: bello, bello e importante. Ma difficile da spiegare in profondità.

2. lc Dice:

Dicembre 2, 2008 alle 9:17 pm
vero, ci vuole tutta una vita. Per questo già all’inizio, al battesimo:
- “Cosa chiedete alla Chiesa di Dio?”
- “La vita eterna”.

3. bruno cumbo Dice:
Dicembre 3, 2008 alle 12:21 am
Il tono apparentemente dimesso di questo tuo brano non riesce a nascondere la roccia che vi si cela all’interno: una fede profonda e salda che odora di vita autenticamente vissuta. Le tue metafore hanno la dignità delle immagini poetiche essenziali, e mi convince il significato che tu dai alle aspirazioni del paganesimo. Lo scontro è tra il desiderio di immortalità che condanna a una vita fissa e ripetitiva, e il desiderio di un’eternità che riesca ad abbracciare tutta la molteplicità dell’essere. Se mi trovassi ora davanti al bivio non esiterei a scegliere la seconda via.
Anche se ti confesso, più che ispirati alla fede cattolica, questi tuoi condivisibili propositi mi sembrano più legati a una sorta di neoplatonismo cristiano, come quello che professavano Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. In una delle sue 900 Tesi Pico scrive: “Colui che non può attrarre Pan invano si avvicina a Proteo”. Per riuscire ad essere “coinvolti nella dinamica divina, ovvero nella eterna creatività di Dio”, come tu scrivi, bisogna pur conoscere il Tutto. La condizione di Proteo, il multiforme, può essere raggiunta solo attraverso la conoscenza del molteplice. In Pan e Proteo un cristiano avrebbe dovuto riconoscere, nelle intenzioni di Pico, due facce della stessa medaglia che portano l’uomo sulla via dell’Uno. Purtroppo la storia del cristianesimo è costellata proprio dal disconoscimento del diverso, del molteplice, della ricchezza dei modi di essere differenti. L’idea della “dinamica divina” non mi sembra molto seguita in Vaticano (ma nei Musei Vaticani sì!). L’Adelphi, insieme alle opere dei filosofi cristiani citati, si offre come un importante ausilio per questa impresa e il suo catalogo è così occultamente coerente e affine con l’idea della “dinamica divina” che, paradossalmente, si finisce col disconoscerne il genuino e arcaico valore religioso, che a me sembra assolutamente evidente.

4. renzo manetti Dice:
Dicembre 4, 2008 alle 9:52 am
Grazie a Bruno per questa osservazione così interessante.
A mio parere la lezione dell’Umanesimo è ancora attuale, nel tentativo, peraltro riuscito, di conciliare sapienza pagana e sapienza cristiana. Il che avvenne sulla scorta del resto di padri della Chiesa come Giustino e Clemente Alessandrino e, in un certo modo, anche di Agostino stesso il cui pensiero su questo punto è un po’ contraddittorio. Il cristianesimo si concilia meglio con il neoplatonismo che con l’aristotelismo. E’ la strada che, come Luigi ben sa, mi sforzo di percorrere attraverso lo studio dei simboli. Una strada di frontiera, che tanto sospetto suscita in alcuni settori cattolici. Io sono alla ricerca di aiuti, attraverso il sito ed il blog del mio sito:www.renzomanetti.com. Con Luigi parliamo e discutiamo e spesso convergiamo, perché la verità è una e ci accomuna anche l’amore per la Chiesa. Basta ascoltarsi con rispetto e tolleranza. Sei in grado di aiutarmi Bruno?

5. bruno cumbo Dice:
Dicembre 4, 2008 alle 2:31 pm
Gentile Renzo M.
Grazie per il tuo commento. Oltre a Giustino, Clemente e Agostino, a cui fai riferimento, c’è un altro Padre della Chiesa che nel Quattrocento ha esercitato un’influenza notevole nell’ambito di una conciliazione tra neoplatonismo e cristianesimo, che ho affrontato per motivi di studio. È Origene, la lettura del quale ha segnato anche la mia vita spirituale. Strano destino, quello di Origene, martire cristiano e eretico per la Chiesa ufficiale dal V secolo in poi. Io, fatte le debite proporzioni, mi sento un po’ come lui. Mi sento sempre “sulla soglia” della Chiesa, attratto da quello che essa rappresenta e custodisce, e legato da simpatia e curiosità per tutto quello che resta fuori dalle sue mura (saperi iniziatici, tradizioni antiche, altre religioni, la letteratura “assoluta” di Calasso…).
Dunque le tue ricerche sul simbolismo non possono che affascinarmi (inoltre, ho vissuto a Firenze per sei anni). Il tuo blog (e il sito di architettura) lo avevo già notato, oggi ho letto alcune cose e mi sembra ricco come uno studiolo rinascimentale. Vi si respira una bella aria, simile a quella che sto respirando su Delvisibile. Penso che d’ora in poi lo seguirò con attenzione. Sarei felice di aiutarti per il tuo progetto. Dimmi pure in che modo mi posso rendere utile.

6. lc Dice:
Dicembre 5, 2008 alle 7:20 am
Diamine, non sarò mica un criptoneoplatonico?
In questi giorni non ho avuto tempo di seguire il blog e sono in partenza. Ma questo interrogativo me lo porto dietro e me lo medito per bene
Intanto, grazie sempre e buon S.Ambrogio e buona Immacolata.

7. lc Dice:
Dicembre 10, 2008 alle 3:45 pm
Allora, si diceva del neoplatonismo.
L’umanesimo cristiano è sicuramente ricco dei contributi che derivarono dalla riscoperta di Platone, grazie anche al Concilio di Firenze. Le stanze vaticane di Raffaello, ad esempio, mi paiono comprensibili se lette alla luce di una quasi partigianeria platonica.
Ma Platone va preso con le pinze. Nelle sue fenditure si sono inseriti Plotino il permissivo, Proclo il contabile dalla fantasia asiatica, e il mistificatore Porfirio. Ficino e Pico all’interno del rinascimento sono quelli più inclini a prendere le scale neoplatoniche per salire e scendere dall’Uno (che di certo non è il Dio cristiano) e a trasfomare ogni gradino in forze e potere da gestire. Il loro è un mettere ordine ai campi di forze che nel mondo pagano ancora vagavano irrelati. Ma è forza da gestire. Poi la forza rimane di per sé una nozione occulta, nascosta nella materia. E quindi ecco che si apre all’esoterismo più magico. Razionalismo diurno che si alterna alla magia notturna.
Nulla di strano. Lo si vede anche in Newton (e la sua idea di “forza”), lo si vede in molto scientismo. Lo si vede in Heidegger. Anche il tema della dignità dell’uomo su cui spesso si indugia. Come descritta da Pico mi pare l’esistenza descritta da Heidegger: pura possibilità. Se presa da un euforico questa possibilità diventa ottimismo (alla Leibniz, o alla Benjamin Franklin, ovvero di certa massoneria, per fare qualche esempio), se presa da un malinconico diventa pessimismo (esistenzialismi vari).
Per tutti qui il mondo è fisso e la conoscenza è gestione sempre più efficiente.
Diversa invece è quella dinamica divina che emerge con il cristianesimo. Dove l’uomo partecipa della creatività divina non solo rendendo sempre più efficiente il sistema gestito ma rivoluzionando il sistema stesso.
E questo è possibile perché fondato e spiegato tramite un processo conoscitivo come l’adequatio (e non l’aequatio), la logica della scoperta e della rivoluzione assiomatica che non cade nell’equivocismo.
E non cade nell’equivocismo perché l’analogia dell’ente come descritta da S.Tommaso garantisce una dinamica unitaria che lega identità e differenza. E lo fa senza quell’Uno gnostico sopra l’essere, tipico invece del platonismo.
Questo tipo di impostazione, questa cultura fatta di realismo tomista, è fortemente avversata da Adelphi.

8. bruno cumbo Dice:
Dicembre 12, 2008 alle 12:25 pm
“Per mezzo di Lui tutte le cose furono create”. Egli è “immagine della Sua sostanza”. Non si può conoscere il Padre se non attraverso il Figlio. Per questo i fiorentini erano attratti dall’ “Uno al di là dell’Essere” dei neoplatonici.
Devi avere letto e meditato molto su questi temi (in alcune tue frasi avverto l’eco di Pico: “fecondità asiatica” di Proclo).
Detto questo ammetto le mie gravi lacune per quanto riguarda Tommaso (per cui, le ultime cose che dici non le ho ben chiare per un mio limite di conoscenza) e ti ringrazio per la dottissima cornice del tuo brano, che è un compendio di cose molto difficili da sintetizzare, una cripto-lezione di filosofia e teologia dai passaggi non di rado davvero illuminanti.
Da giorni cerco un luogo di un’opera adelphica di Guenon dove mi ricordo bene come lui lamenti il fatto che al giorno d’oggi ai giovani non venga più data da leggere la Summa di Tommaso.
Basterebbe soltanto questa frase a confutare la tua osservazione finale, tanto più che non è una frase buttata lì a caso, ma ha un significato preciso riguardo alla decadenza di nostri tempi, che si misura proprio da queste basilari “mancanze” pedagogiche.

9. lc Dice:
Dicembre 15, 2008 alle 12:00 am
E’ nell’introduzione di “Simboli della scienza sacra”…

10. bruno cumbo Dice:
Dicembre 15, 2008 alle 4:20 am
grazie, mi stavo dannando l’anima!

11. renzo manetti Dice:
Dicembre 15, 2008 alle 8:54 am
caro Luigi,
dunque tu hai letto i Simboli della Scienza sacra? Non me l’aspettavo…Tanti anni fa lo lessi con interesse, oggi ne prendo le distanze. Guenon non è la mia strada.
Grazie, Bruno, leggo solo oggi la tua risposta, perché sono stato assente. Anche per me origene ha avuto un’importanza fondamentale e raggiunge profondità mistiche sublimi.Nel Rinascimento era amato (con prudenza visto i rischi che si correvano…). Eppure quando Aldo Manunzio ne pubblicò le opere le dedicò ad Egidio da Viterbo, generale degli Agostiniani, cardinale, braccio destro di tre papi umanisti e profondo conoscitore di origene, della Cabbalà e della filosofia neoplatonica. E’ una figura questa ancora tutta da scoprire, perché il suo origenismo era ritenuto perfettamente compatibile con la Chiesa a cui apparteneva e nella quale portava una linfa vitale. Certo era protetto da Leone X, papa umanista e neoplatonico. Poi quella stagione si è chiusa. Cerchiamo di risuscitarla.
Caro Luigi, non vedo perché l’Uno di Ficino e Pico sia incompatibile col Dio cristiano. Loro non lo pensavano. Entrambi sconfessavano con durezza la magia, accettando solo quella naturale come una branca della scienza della natura. Sto scrivendo un libro su Leonardo in cui si affronta proprio questa questione e il tuo riferimento al Parnaso nelle Stanze vaticane, con Leonardo nelle vesti di Platone che addita il cielo con l’indice sollevato, è assai puntuale. Mi sento moto vicino a Bruno, che dice di essere sulla soglia della Chiesa, attratto sia da lei che dall’arcipelago esoterico. Io sono e rimango dentro quella soglia, dentro la Chiesa, che mi è madre e nutrice. Ma non per questo rinuncio ad esplorare la via simbolica (evito volutamente il termine “esoterica”, che è dannoso), perché credo che la Chiesa ne abbia bisogno. Come abbiamo detto tante volte, ognuno ha i suoi talenti ed i suoi carismi. A me è stata indicata questa strada e penso di non essere solo a percorrerla. Bruno me lo dimostra.

12. lc Dice:
Dicembre 15, 2008 alle 8:58 am
verissimo, ad andar dietro a Guenon ci si danna l’anima!
grazie a te, perché mi torna utile per il prossimo passaggio.

13. lc Dice:
Dicembre 15, 2008 alle 9:59 am
Ciao Renzo, certo quel libro di Guenon è sempre a portata di mano… La via simbolica non va persa. Certo con Guenon alla fine arriva a un ribaltamento (di cui vorrei fare cenno nel prossimo post) e lo fa proprio con quell’uno.
Platone, Plotino, ma anche Eriugena con il loro “essenzialismo” arrivano a porre un al di là dell’essere, l’Uno. Un non esistente ignoto, (e autoignoto) piuttosto problematico da coniugare con il Dio che si rivela.
Qui sta il busillis, per questo non posso dirmi neoplatonico.

Questo il dialogo che c’è stato fra noi. Aggiungo ora una risposta alla richiesta di Bruno. Sono contento di fare questo cammino con altre persone. Tu mi hai chiesto quali sono gli strumenti. Non lo so. Io ho provato con questo blog come primo momento di scambio di idee, per crescere insieme e correggersi a vicenda. Un altro momento è il blog di Luigi, “Del Visibile”, anche se su posizioni come vedi un po’ diverse. Ma anche con Luigi c’è grande rispetto reciproco e sincero interesse a capire le ragioni l’uno dell’altro senza alcun preconcetto. E così ci accresciamo a vicenda.
La strada che insisto a percorrere e per la quale cerco compagni è quella dei simboli. La ricerca della via interiore che conduce all’incontro con Sophia. I simboli sono la lingua degli angeli e noi, come nature angeliche, dobbiamo imparare a parlarla, anche se inconsciamente già la conosciamo. E questo cammino voglio farlo rimanendo attaccato alla Chiesa, ben consapevole della diffidenza che tanti ambienti ecclesiastici hanno verso tutto ciò che ha anche solo parvenza di esoterismo. Questa via la percorreva anche Dante con i fedeli d’amore, ma in segreto. La stessa via, che fino allora aveva dovuto rimanere nel silenzio e nell’oscurità, per un breve periodo fra Quattrocento e Cinquecento fu libera di manifestarsi alla luce del sole. Anche allora nella Chiesa si confrontarono due anime, quella aperta e consapevole e quella oscurantista. Alla fine mi sembra che abbia vinto la seconda. Oggi quella stagione di appassionata ricerca della conoscenza può essere risuscitata, come alternativa all’aridità di un materialismo e di uno scientismo finalizzato a ridurre anche l’uomo ad un semplice supporto di nuove tecnologie. La Chiesa ha bisogno di ricevere al suo interno un nuovo misticismo sapienziale, che molti laici cattolici e molti preti vedono come il fumo negli occhi, perché non sanno andare al di là di ciò che vedono e toccano e di un generico buonismo, che ne fa al massimo benemeriti assistenti sociali ma niente di più. Dalla sponda opposta anche la massoneria mi pare combattuta fra un’anima laica, che è atea ed antiecclesiale, ed un’altra che invece cerca di indagare il mistero attraverso una mistica simbolica. Con la seconda possiamo percorrere un pezzo di strada insieme, dalla prima siamo e saremo sempre avversati.
Il nostro appello è semplice. Recuperiamo il senso del sacro e del mistero. Apriamo i nostri occhi al mondo invisibile. Perché la realtà è quella dietro il velo e non quella che appare ai cinque fallibili sensi.

Maria Sophia

Monday, December 15th, 2008

Nelle numerosi cattedrali che nei secoli furono dedicate alla Santa Sophia in terra di Russia, la femminilità della Sapienza e la sua associazione con Maria assumono un’evidenza indiscutibile. Le feste per la dedicazione di queste chiese si celebrano il 15 agosto, giorno dell’Assunzione della Vergine, o l’8 settembre, giorno della sua Natività. Nel tropario della liturgia della Sofia di Novgorod l’identificazione fra Maria e Sophia è inequivocabile:

“Ineffabile Sapienza, forza divina, manifestazione del mistero incarnato, esimia Sofia, anima della Vergine e purezza ineffabile, mitezza e saggezza vera, dimora dello Spirito Santo, venerabile tempio della sua gloria inattingibile, igneo trono di Cristo nostro Dio, su te ineffabilmente scese il Verbo di Dio e corporalmente da te uscì l’Ineffabile e Invisibile”.

Ha probabilmente contribuito a questa identificazione anche il fatto che in russo, come in greco, la parola Sophia sia femminile. Non dobbiamo sottovalutare il potere evocativo dei nomi: nella concezione antica, sia mesopotamica che egizia, il nome reca in sé l’essenza stessa della persona o della cosa a cui si riferisce. Per questo era proibito agli ebrei pronunciare il nome di Dio, perché sarebbe stato come voler racchiudere in un contenitore l’infinito incontenibile. Dunque a nome maschile deve corrispondere una natura maschile e viceversa. Mentre nell’associazione mentale dei fedeli i termini Logos e Verbum, in quanto maschili,ben si addicevano a Cristo, quelli di Sapienza e Sophia rimandavano inconsciamente ad un’essenza femminile.
Troviamo indizi anche in occidente di una tendenza ad identificare Maria con Sophia. Nella basilica romana di Santa Maria in Cosmedin, che era officiata dal clero di rito orientale, si trova un’iscrizione latina del XII secolo nella quale Maria viene definita Sophia di Dio (“Deique Sophia”). Enrico di Meissen, vissuto a cavallo fra il XIII e il XIV secolo, fu celebre per le poesie dedicate alla Vergine: in una di esse, Maria riferisce a se stessa le parole della Sapienza:

“Io sono lo specchio limpido e puro
nel quale per primo Dio si riconosce;
io ero con lui quando egli progettò il mondo,
egli mi guardò fisso nel suo eterno desiderio:
con quale, delizia mi osservò, me giovane e fresco
giardino di rose…”.

La tesi dell’Immacolata Concezione confermava questa tendenza. Per questo anche nella liturgia romana, per la festa dell’Immacolata, si leggeva il passo del Libro dei Proverbi nel quale la Sapienza celebra se stessa: “Dall’eternità fui stabilita e fin dalle origini, prima che fosse fatta la terra…”(Pb.8,22). Anche nella solennità dell’Assunzione, la più antica delle feste mariane, che ne lega il mistero al titolo di regina del cielo, si proponeva un’altra citazione sapienziale:”Fra tutti i popoli cercai dove posarmi; mi stabilii in Gerusalemme, tra il popolo che è retaggio di Dio…”(Eccl.24,11).
La tesi dell’Immacolata Concezione, che divenne dogma solo nel 1854, fu sempre sostenuta dalla fede popolare, ma trovò strenue opposizioni nei teologi. Contrastata da Alano di Lilla, da Tommaso d’Aquino e dallo stesso Bernardo di Clairvaux, che pure era molto legato al culto mariano, nel XIII secolo fu difesa con passione da Duns Scoto, finché il concilio di Costanza nel 1438 la dichiarò dottrina consona alla fede. Ancora agli inizi del Cinquecento era sostenuta dai Francescani e avversata dai Domenicani. Si tratta di un concetto che pone la figura di Maria su un piano più elevato del resto dell’umanità, che la proietta fuori della dimensione del tempo e dello spazio, implicando che già al momento del suo concepimento in Lei si racchiudesse la femminilità eterna di Dio: tornano alla mente le parole sublimi di Dante:”termine fisso d’eterno consiglio”.
Nella bolla Ineffabilis Deus, con cui Pio IX proclamava il dogma, l’Immacolata veniva strettamente associata a Cristo Sapienza, tanto da diventare con Lui una cosa sola e quindi parte della Sapienza eterna: “con l’unico e identico decreto con cui fu prestabilita da Dio l’incarnazione della Divina Sapienza…fu congiunta con Lui con strettissimo e indissolubile vincolo…”. Il papa arrivava ad applicare a Maria le stesse parole che nel Siracide la Sapienza aveva usato per definire se stessa: “uscita dalla bocca dell’Altissimo, completamente perfetta…”.
Questo dogma, che rende la chiesa cattolica custode privilegiata, fra tutte le chiese, della verità più antica e segreta, appare carico di un profondo significato esoterico, rivelando il mistero dell’eterna verginità di Maria e della sua partecipazione alla Sapienza divina.
I teologi della chiesa russa hanno cercato più volte di giustificare l’identificazione popolare di Maria con la Sapienza:
“Nella tradizione slava il termine greco Sofia viene recepito come un nome proprio e ciò contribuisce senz’altro alla personificazione di questa immagine…La Sofia è dunque associata in Russia alla Madre di Dio. Alla base di questa interpretazione v’è senz’altro l’immagine dell’Antico Testamento: La Sapienza si è costruita la casa (Pr.IX,1). L’immagine della Sapienza personificata (Cristo), che si costruisce una casa (la chiesa) viene interpretata come il dogma dell’incarnazione. Cristo però s’incarnò nella vergine Maria, quindi la stessa Madre di Dio in un certo senso è tempio di Cristo. La sapienza può allora essere intesa sia come Cristo che come chiesa di Cristo, cioè Madre di Dio. Nel primo caso la Sapienza è riferita direttamente a Cristo, nel secondo è riferita al tempio in cui dimora Cristo”.
La Dimora di Cristo è Maria, che Luca associa espressamente alla tenda tabernacolo dell’antico testamento: egli mette infatti sulle labbra dell’angelo le stesse parole del libro dell’Esodo: “Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra” (Lc,1,35) che corrispondono a: “La nube coprirà con la sua ombra la tenda del convegno” (Es.40,35).
Questa sublime partecipazione di Maria al mistero della Sapienza è ricordata dalle litanie lauretane, che definiscono Maria “Sedes Sapientiae”, Trono della Sapienza, con un’immagine analoga a quella raffigurata nell’abside grandiosa della basilica di Santa Maria in Trastevere, la prima basilica mariana di Roma, dedicata all’Assunta: vi si scorge Maria nella gloria del trono accanto al Cristo, ed il cartiglio che Ella tiene in mano la rivela come la Sposa del Cantico dei Cantici: “Leva eius sub capite meo et dextera illius amplessabit me”, “stenderà la sua sinistra sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccerà” (Ct.2,6). Cristo tiene il Libro aperto sulla citazione:”Veni electa mea et ponam in te thronum meum”:”vieni mia eletta, e porrò in te il mio trono”.

Madonna Platitera

8 Dicembre: Immacolata Concezione

Friday, December 12th, 2008

Appunti frettolosi.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù usa a Cafarnao (cap.6) parole che richiamano quelle della Sapienza di Ben Sira (24,29), invitando cioè a cibarsi del suo corpo. Dunque Cristo si autorivela come Sapienza. Ma in Lui è anche un elemento femminile, materno, legato proprio all’essere nutrimento; questa natura materna viene trasferita in Maria nel momento dell’Annunciazione.
Maria non deve essere adorata, dicono Epifanio di Salamina ed Ambrogio, ma può essere oggetto di grande venerazione e devozione, perchè in Lei il Verbo incarnandosi ha trasferito la propria natura materna. Così la Sapienza, androgina e partecipe della sostanza dell’Uno, si manifesta nell’apparente ed esteriore duplicità di Gesù e di Maria. Questa apparente duplicità rivela il suo essere manifestazione di un’interiore unità attraverso l’immagine del Trono su cui si asside il Verbo. L’iconografia del Trono è quella di Maria col Bambino in braccio: veste blu della materia nutrice ha Maria, veste rossa del Re e della Pietra Regale ha Gesù.
Se, come dicono i Padri, fine dell’uomo è divenire o tornare ad essere Dio - ed è lo stesso fine della tradizione ermetico sapienziale - ecco che, assunta in cielo, Maria diventa parte di Dio. Ma già lo era fin dall’eternità, perché da sempre Ella è nell’Eden, da cui non è mai stata allontanata.
A Lourdes, Maria rivelò il Suo titolo di Immacolata Concezione il 25 marzo, giorno della festa dell’Annunziata, collegando così il mistero della verginità eterna a quello dell’Incarnazione della Sapienza.
La Vergine Annunziata è l’immagine dell’anima che riceve la Sapienza, attraverso l’immersione nel mistero dell’assoluto, l’estasi. Maria riceve l’annunzio da Gabriele, arcangelo della Conoscenza. Egli le rivela la sua vera natura, di anima speciale, piena di grazia, e l’aiuta a conoscere se stessa e ciò a cui è chiamata. La Vergine è Immacolata, come l’anima dello gnostico, predestinata prima del tempo.
L’Immacolata Concezione è dunque il mistero della terra vergine in cui Dio pianta da sempre e per sempre l’albero della Vita e della Conoscenza, cioè il Verbo. Il Verbo e la Madre, l’albero e la terra, sono il corpo e la manifestazione della Sapienza creatrice.
Il trasferimento a Maria della femminilità della Sapienza avviene nell’Annunciazione, perché in essa si incarna il Verbo, e si completa con l’Assunzione, quando Maria diviene Trono. Ma l’Immacolata Concezione ci rivela che questo conferimento è eterno: avviene oggi, è avvenuto e continuerà ad avvenire. E’ cioè parte della vita divina, dell’eterno moto dell’Uno verso il molteplice, fatto di una discesa e di un ritorno in forma di perenne spirale: “Termine fisso d’eterno consiglio…” (Dante).

Vergine delle rocce

Commento a Leonardo

Monday, December 1st, 2008

La frase di Leonardo del post precedente  è impressionante. Egli ritiene che in noi esista un quinto elemento, forse l’anima, forse un carattere dell’anima. Propendo a credere che egli si riferisca all’intelligenza nell’anima, quello che Aristotele chiamava l’intelletto passivo. Questo elemento è della stessa natura di Dio, come un’emanazione che da Lui proviene e che a Lui rimane legata, come un elastico che si tende e ineluttabilmente è destinato a tornare su se stesso. Per questo, dice Leonardo, l’uomo ha in sè una sete che non si appaga, un continuo desiderio di cambiare, un’insoddisfazione che lo spinge a cercare, a conoscere, ad andare sempre oltre i traguardi provvisoriamente raggiunti. Egli attende con ansia e speranza inappagate il nuovo giorno, poi l’arrivo della nuova stagione, poi del nuovo anno e non si rende conto che così corre verso la morte, il dissolvimento: la “sua disfazione”, cioè il suo disfacimento, dice in modo crudo Leonardo, ed usa la similitudine della falena che è attirata dalla fiamma e le gira intorno con cerchi sempre più stretti, fino a che in essa si immerge ed arde. Ma, attenzione, questa similitudine era già nota alla mistica medievale, ed in particolare a quella dei sufi islamici. Leonardo non era dunque quel materialista che molti vogliono farci credere.