Le contraddizioni di Gerusalemme

Shulim Vogelmann è un ragazzo fiorentino che, finito il liceo, ha scelto di proseguire gli studi all’università di Gerusalemme, per ritrovare il senso della propria origine ebraica. E lì ha vissuto, lavorando e studiando, per alcuni anni, fino a quando, ormai laureato in storia, è tornato nella sua città natale. Di quel soggiorno ha scritto un diario, divenuto poi un bel libro pubblicato dall’editrice Giuntina, dal titolo “Mentre la città bruciava”. In esso ha messo a nudo la complessità della realtà israeliana, stretta nella morsa di un’esistenza quotidiana scandita dalla violenza e dagli eccidi, ma ormai punto di riferimento imprescindibile per l’identità della nazione ebraica dispersa nei vari continenti della terra. Un racconto, quello di Shulim, di grande fascino, per la prospettive e gli scorci inediti che apre sulla vita di Israele, vista con gli occhi di un occidentale.

Shulim arriva a Gerusalemme nel 1997 e la realtà che egli descrive è quella del campus universitario, fra studenti provenienti da ogni parte del mondo che si mescolano a quelli nati e cresciuti in Israele e fraternizzano al di là della differenza di lingue. Sono storie di amori e amicizie, di esami, di ricerca di un lavoro, di ordinaria vita quotidiana insomma, uguali a quelle di ogni altra nazione occidentale. Con una differenza sostanziale: la consapevolezza che quella terra è differente dalle altre, che la sua sacralità antica e contesa non ammette di essere ignorata ed irrompe continuamente nella vita quotidiana. Giunto in Israele solo da pochi giorni, in una gita nell’alta Galilea, presso il lago di Tiberiade, Shulim lo avverte subito:

“Il pulmann sale le montagne brulle della Galilea; sotto, nello strapiombo, il lago è una chiazza blu, figlia solo del tempo. L’opera dell’uomo sembra un particolare di secondaria importanza, le case, gli alberghi, le strade mi appaiono una presenza temporanea rispetto all’acqua millenaria del lago. Una terra che divora i suoi abitanti, recita un versetto biblico. Ci penso, e mentre guardo il lago la città scompare, le persone spariscono e rimangono solo la terra, gli alberi e le montagne. Quest’immagine mi fa paura, scorgo la forza della natura, ma anche il mistero del sovrannaturale e l’enigma del destino. Penso che anche Israele non reggerà alla legge di questa terra crudele, che anche il terzo regno cadrà, come furono distrutti i due templi: un nuovo esilio”.

Chiunque sia stato in Israele credo abbia provato una sensazione analoga: mai come in questa terra tutto ciò che l’uomo costruisce appare effimero ed il tempo una corsa vana, di fronte alla consapevolezza di una presenza eterna che in nessun altro posto si avverte con la stessa intensità. Gli antichi pensavano che Gerusalemme fosse l’ombelico del mondo, dove il cielo e la terra misteriosamente comunicano, che dal monte Moriah la scala vista in sogno da Giacobbe infrangesse le barriere del tempo e dello spazio e consentisse ai giusti di contemplare il paradiso; ma nello stesso modo, e forse attraverso la stessa scala, che anche all’inferno fosse permesso aprire le sue fauci ed eruttare sulla terra ondate di malvagità.  Si, ha ragione Shulim, è una terra quella che divora i suoi figli, dove solo ai santi è consentito abitare senza timore. Tornano alla mente le parole che Giacobbe pronunciò sulla roccia da cui era scaturita la scala: “Terribilis est locus iste”, Terribile è questo luogo, di fronte al quale si devono chinare la testa ed il ginocchio, nel timore che incute la presenza di Dio.

Il terzo regno: così Shulim definisce, con intuizione dal sapore profetico, l’attuale stato di Israele e così ne sintetizza il senso per tutta la nazione ebraica, dovunque si trovi sulla terra. Israele è il riferimento, il faro che non deve essere spento, perché attraverso di esso il popolo disperso ritrovi la sua identità. Molti emigranti si sono sparsi nel mondo, attraverso i secoli, e fra loro molti italiani. Ma hanno mantenuto una terra di origine, che ha consentito loro di salvare la propria identità culturale. Se rimane una patria, l’esilio è meno duro. Così non è stato mai per gli ebrei, disseminati fra le nazioni senza una terra che potessero ritenere patria. Ecco perché l’esistenza di Israele appare oggi vitale ad ogni ebreo:

“Adesso so che Israele continuerà sempre a garantire me e la mia cultura, qualsiasi cosa succeda. Non devo più preoccuparmi della mia sorte di ebreo, adesso ho una casa che mi protegge, ho la sicurezza di trovare il mio ebraismo sempre intatto, a Gerusalemme. Adesso posso girare il mondo, appartenere al mondo senza assilli assimilatori o timori per l’antisemitismo, adesso sono libero, come tutti. Ecco! Essere israeliano per me significa essere libero, normale, questo è il sionismo per gli ebrei: essere liberi, normali”.

E’ questo il dramma di un popolo, che avendo il bisogno disperato di una patria, per ottenerla non ha trovato di meglio che cacciarvene un altro. E’ come se i millenni fossero trascorsi invano, in questa regione perennemente contesa, dove nessun abitante è mai riuscito a rimanere a lungo senza esserne deportato.

Shulim, con lucidità inconsueta per un giovane, ha colto un ostacolo che pesa come un macigno sulla coesistenza fra i due popoli di quella terra:

“Negli israeliani non c’è odio verso i palestinesi, c’è disprezzo, c’è superiorità per quello che gli israeliani sono riusciti a fare e quello che i palestinesi non sono riusciti a realizzare, per la miseria, l’arretratezza, per la disumana concezione della vita che li porta a farsi esplodere. Forse questo conflitto non si risolve perché è asimmetrico, non odio contro odio, ma odio contro disprezzo”.

Forse i palestinesi facendosi esplodere fra la gente delle città cercano solo di farsi odiare, perché l’odio li renda pari a quei conterranei non voluti e, paradossalmente, dall’odio scaturisca la pace. Nel racconto quotidiano di Shulim gli arabi palestinesi non compaiono spesso, come se per gli ebrei israeliani costituissero una presenza lontana, un fantasma da esorcizzare, che irrompe inaspettato e senza volto solo per seminare la morte e la devastazione. Quanto ai palestinesi cristiani, Shulim  non ce li mostra mai, come se fossero completamente indifferenti. Ebbene, se non si colma il fossato del disprezzo e dell’indifferenza, la diplomazia è destinata a non sortire alcun effetto.
Eppure non è solo in questo, non sta solo nell’asimmetria culturale la ragione di tanta violenza, perché in quel luogo terribilis  i fondamentalismi religiosi risultano esasperati e quello islamico si scontra con quello ebraico, che non è meno forte. La potente carica simbolica che emana dalla terra santa, dal tempio, dalla roccia che originò la creazione, eccita le anime e le travolge con emozioni di intensità inaudita. Forse è vero che proprio questo è l’ombelico della terra dove, come un asse cosmico, sembrano toccarsi due mondi, l’inferno e il paradiso. A Gerusalemme l’uomo ha la sensazione di assistere allo scontro titanico di possenti forze spirituali, che lo sovrastano e suo malgrado lo coinvolgono e lo travolgono. Di trovarsi al centro di un vortice, la cui onda risucchia il bene ed il male da tutta la terra, per diffondervelo nuovamente con accresciuto vigore.
E’ questo è il mistero di una città, insieme santa e maledetta, che crocifiggendo un Dio ne ha profuso ovunque la grazia?

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.