Archive for November, 2008

Leonardo

Thursday, November 27th, 2008

“Or vedi, la speranza e’l desiderio del ripatriarsi e ritornare al primo caos fa a similitudine della farfalla al lume, dell’uomo, che con continui desideri sempre con festa aspetta la nuova primavera, sempre la nuova state, sempre e nuovi mesi, e nuovi anni, parendogli che le desiderate cose, venendo, sieno troppo tarde, e non s’avvede che desidera la sua disfazione: ma questo desidero ene in quella quintessenza, spirito degli elementi, che trovandosi rinchiusa per anima dello umano corpo, desidera sempre ritornare al suo mandatario. E vo’ che sappi che questo desiderio è ‘n quella quinta essenza, compagnia della natura, e l’omo è modello dello mondo” (Leonardo, Codice Arundel 156v)

Angeli e Demoni

Friday, November 21st, 2008

“Tra le molte migliaia di angeli che si trovano nei vari mondi ci sono quelli che sono esistiti dall’inizio stesso del mondo, in quanto essi sono parte immutabile dell’Essere Eterno e dell’ordine fisso dell’universo. Questi angeli in un certo senso costituiscono i canali dell’energia attraverso i quali la grazia divina sale e scende nei mondi.
Ma ci sono anche angeli che vengono costantemente creati di nuovo, in tutti i mondi e specialmente nel mondo dell’azione, dove i pensieri, i fatti e le esperienze danno origine ad angeli di diverso tipo…
L’individuo che prega o rivolge la sua mente verso il Divino, nel far ciò dà origine ad un angelo, il che è come un protendersi dell’uomo verso i mondi superiori…
Ma ci sono anche gli angeli sovvertitori creati dalle azioni degli uomini, dalla oggettivazione del malanimo: il pensiero malvagio, il desiderio ispirato dall’odio, l’azione perversa. Perché, oltre alla sua conseguenza visibilmente distruttiva, ogni atto di livore o malvagità crea un angelo cattivo, che appartiene al livello del male corrispondente allo stato mentale che lo ha generato” (Adin Steinsaltz “La Rosa dai tredici petali” Firenze, Giuntina, 2000, pp.15, 16 e 29).

Solo l’ermeneutica ebraica riesce a scavare così a fondo nella Scrittura da trovarne il senso più nascosto che è anche il più sublime.
Se l’angelo è un canale energetico, come scrive Steinsaltz, è evidente che ogni emanazione di energia dalla nostra mente genera un angelo. Attraverso questi canali, come vie privilegiate, Dio rivolge se stesso verso l’uomo ed effonde la Sua misericordia. La preghiera apre una scala in cui si incanala la potenza divina, l’immensa energia che ha creato il cosmo e ad ogni istante lo rigenera. Questa potenza è anche in noi, nella nostra mente, ma per esprimersi ha bisogno di risuonare all’unisono con quella da cui proviene. La preghiera spalanca la porta del cielo.

La preghiera è sempre potente, ma quella solo interiore lo è a mio parere un po’ meno. Quando preghiamo dobbiamo emettere le parole, a voce alta o a voce bassa non importa, purchè il suono esca e vibri nell’aria. In ogni parola si materializza infatti il pensiero e l’energia del pensiero si trasmette attraverso la vibrazione all’universo che ci circonda. La Parola creatrice fu un suono, un fremito leggero come il soffio che avvertì Elia sull’Oreb, ma in quel suono sottile si concentrò l’immensa energia che generò il Big Bang. E la materia spirituale in cui vibrò esplose e si irradiò nel vuoto apparente dello Spirito.
E fu sera e fu mattina.

Preghiamo con la mente e con la voce. Eleviamo al cielo gli occhi e le braccia. Sulla Scala di Giacobbe gli angeli prima salgono e poi scendono: immaginiamo le parole che escono dalla nostra bocca come rose profumate che si materializzano e salgono in alto, allarghiamo le braccia con le palme al cielo per ricevere l’energia angelica che, richiamata dalla nostra offerta, discende verso di noi e ringraziamo commossi per la generosità con cui viene effusa. Il profumo delle nostre rose avrà allora il potere di cambiare la realtà che ci circonda, se lo chiediamo.

Così ogni benedizione dona a chi la riceve un angelo protettore.
Così ogni maledizione avventa contro chi la riceve un demonio.
Ma la natura di questo demone è di ritorcersi innanzitutto su chi lo ha generato, perché il demonio è parricida fin dall’origine. L’odio ed il rancore consumano prima di tutto chi se ne nutre.
L’amore e la compassione rigenerano il corpo e lo spirito di chi li emana e di chi li accoglie.

Le contraddizioni di Gerusalemme

Tuesday, November 18th, 2008

Shulim Vogelmann è un ragazzo fiorentino che, finito il liceo, ha scelto di proseguire gli studi all’università di Gerusalemme, per ritrovare il senso della propria origine ebraica. E lì ha vissuto, lavorando e studiando, per alcuni anni, fino a quando, ormai laureato in storia, è tornato nella sua città natale. Di quel soggiorno ha scritto un diario, divenuto poi un bel libro pubblicato dall’editrice Giuntina, dal titolo “Mentre la città bruciava”. In esso ha messo a nudo la complessità della realtà israeliana, stretta nella morsa di un’esistenza quotidiana scandita dalla violenza e dagli eccidi, ma ormai punto di riferimento imprescindibile per l’identità della nazione ebraica dispersa nei vari continenti della terra. Un racconto, quello di Shulim, di grande fascino, per la prospettive e gli scorci inediti che apre sulla vita di Israele, vista con gli occhi di un occidentale.

Shulim arriva a Gerusalemme nel 1997 e la realtà che egli descrive è quella del campus universitario, fra studenti provenienti da ogni parte del mondo che si mescolano a quelli nati e cresciuti in Israele e fraternizzano al di là della differenza di lingue. Sono storie di amori e amicizie, di esami, di ricerca di un lavoro, di ordinaria vita quotidiana insomma, uguali a quelle di ogni altra nazione occidentale. Con una differenza sostanziale: la consapevolezza che quella terra è differente dalle altre, che la sua sacralità antica e contesa non ammette di essere ignorata ed irrompe continuamente nella vita quotidiana. Giunto in Israele solo da pochi giorni, in una gita nell’alta Galilea, presso il lago di Tiberiade, Shulim lo avverte subito:

“Il pulmann sale le montagne brulle della Galilea; sotto, nello strapiombo, il lago è una chiazza blu, figlia solo del tempo. L’opera dell’uomo sembra un particolare di secondaria importanza, le case, gli alberghi, le strade mi appaiono una presenza temporanea rispetto all’acqua millenaria del lago. Una terra che divora i suoi abitanti, recita un versetto biblico. Ci penso, e mentre guardo il lago la città scompare, le persone spariscono e rimangono solo la terra, gli alberi e le montagne. Quest’immagine mi fa paura, scorgo la forza della natura, ma anche il mistero del sovrannaturale e l’enigma del destino. Penso che anche Israele non reggerà alla legge di questa terra crudele, che anche il terzo regno cadrà, come furono distrutti i due templi: un nuovo esilio”.

Chiunque sia stato in Israele credo abbia provato una sensazione analoga: mai come in questa terra tutto ciò che l’uomo costruisce appare effimero ed il tempo una corsa vana, di fronte alla consapevolezza di una presenza eterna che in nessun altro posto si avverte con la stessa intensità. Gli antichi pensavano che Gerusalemme fosse l’ombelico del mondo, dove il cielo e la terra misteriosamente comunicano, che dal monte Moriah la scala vista in sogno da Giacobbe infrangesse le barriere del tempo e dello spazio e consentisse ai giusti di contemplare il paradiso; ma nello stesso modo, e forse attraverso la stessa scala, che anche all’inferno fosse permesso aprire le sue fauci ed eruttare sulla terra ondate di malvagità.  Si, ha ragione Shulim, è una terra quella che divora i suoi figli, dove solo ai santi è consentito abitare senza timore. Tornano alla mente le parole che Giacobbe pronunciò sulla roccia da cui era scaturita la scala: “Terribilis est locus iste”, Terribile è questo luogo, di fronte al quale si devono chinare la testa ed il ginocchio, nel timore che incute la presenza di Dio.

Il terzo regno: così Shulim definisce, con intuizione dal sapore profetico, l’attuale stato di Israele e così ne sintetizza il senso per tutta la nazione ebraica, dovunque si trovi sulla terra. Israele è il riferimento, il faro che non deve essere spento, perché attraverso di esso il popolo disperso ritrovi la sua identità. Molti emigranti si sono sparsi nel mondo, attraverso i secoli, e fra loro molti italiani. Ma hanno mantenuto una terra di origine, che ha consentito loro di salvare la propria identità culturale. Se rimane una patria, l’esilio è meno duro. Così non è stato mai per gli ebrei, disseminati fra le nazioni senza una terra che potessero ritenere patria. Ecco perché l’esistenza di Israele appare oggi vitale ad ogni ebreo:

“Adesso so che Israele continuerà sempre a garantire me e la mia cultura, qualsiasi cosa succeda. Non devo più preoccuparmi della mia sorte di ebreo, adesso ho una casa che mi protegge, ho la sicurezza di trovare il mio ebraismo sempre intatto, a Gerusalemme. Adesso posso girare il mondo, appartenere al mondo senza assilli assimilatori o timori per l’antisemitismo, adesso sono libero, come tutti. Ecco! Essere israeliano per me significa essere libero, normale, questo è il sionismo per gli ebrei: essere liberi, normali”.

E’ questo il dramma di un popolo, che avendo il bisogno disperato di una patria, per ottenerla non ha trovato di meglio che cacciarvene un altro. E’ come se i millenni fossero trascorsi invano, in questa regione perennemente contesa, dove nessun abitante è mai riuscito a rimanere a lungo senza esserne deportato.

Shulim, con lucidità inconsueta per un giovane, ha colto un ostacolo che pesa come un macigno sulla coesistenza fra i due popoli di quella terra:

“Negli israeliani non c’è odio verso i palestinesi, c’è disprezzo, c’è superiorità per quello che gli israeliani sono riusciti a fare e quello che i palestinesi non sono riusciti a realizzare, per la miseria, l’arretratezza, per la disumana concezione della vita che li porta a farsi esplodere. Forse questo conflitto non si risolve perché è asimmetrico, non odio contro odio, ma odio contro disprezzo”.

Forse i palestinesi facendosi esplodere fra la gente delle città cercano solo di farsi odiare, perché l’odio li renda pari a quei conterranei non voluti e, paradossalmente, dall’odio scaturisca la pace. Nel racconto quotidiano di Shulim gli arabi palestinesi non compaiono spesso, come se per gli ebrei israeliani costituissero una presenza lontana, un fantasma da esorcizzare, che irrompe inaspettato e senza volto solo per seminare la morte e la devastazione. Quanto ai palestinesi cristiani, Shulim  non ce li mostra mai, come se fossero completamente indifferenti. Ebbene, se non si colma il fossato del disprezzo e dell’indifferenza, la diplomazia è destinata a non sortire alcun effetto.
Eppure non è solo in questo, non sta solo nell’asimmetria culturale la ragione di tanta violenza, perché in quel luogo terribilis  i fondamentalismi religiosi risultano esasperati e quello islamico si scontra con quello ebraico, che non è meno forte. La potente carica simbolica che emana dalla terra santa, dal tempio, dalla roccia che originò la creazione, eccita le anime e le travolge con emozioni di intensità inaudita. Forse è vero che proprio questo è l’ombelico della terra dove, come un asse cosmico, sembrano toccarsi due mondi, l’inferno e il paradiso. A Gerusalemme l’uomo ha la sensazione di assistere allo scontro titanico di possenti forze spirituali, che lo sovrastano e suo malgrado lo coinvolgono e lo travolgono. Di trovarsi al centro di un vortice, la cui onda risucchia il bene ed il male da tutta la terra, per diffondervelo nuovamente con accresciuto vigore.
E’ questo è il mistero di una città, insieme santa e maledetta, che crocifiggendo un Dio ne ha profuso ovunque la grazia?

Riguardo all’imbecillità umana (2)

Monday, November 17th, 2008

Siamo a Firenze, nel viale Pieraccini che costeggia l’ospedale di Careggi, il più importante della Toscana, e ne costituisce l’accesso principale.
Sulla sinistra il muro di cinta dell’ospedale, sulla destra i parcheggi. Il viale è stato diviso in tre corsie: due laterali per tutti i veicoli, una corsia preferenziale centrale per i mezzi pubblici. Le due corsie laterali hanno ovviamente direzioni di marcia opposte.
Ma sulla corsia di destra si accede anche ad i parcheggi e, siccome l’ingresso ha la sbarra e si apre solo quando ci sono posti liberi, si forma sempre una lunga fila di auto in attesa. La fila occupa tutta la corsia e costringe le auto che vogliono proseguire ad invadere la corsia preferenziale centrale.
Gli amministratori ci hanno pensato ed hanno risolto il problema mettendo un cartello: “in caso di parcheggio completo, proseguite e non occupate la corsia”. Ma chi ha bisogno di parcheggiare preferisce aspettare e poi la coda si forma comunque, anche quando i posti liberi ci sono, perché è lo stesso sistema di accesso a renderla inevitabile.
Che senso ha la velleitaria corsia preferenziale al centro della carreggiata? Non era meglio metterla sul lato opposto? No, perché oggi la filosofia del traffico, forse anche per abituarci alla tramvia, è di mettere le corsie pubbliche al centro della carreggiata, comprese le fermate con tanto di pensilina, in modo da rendere meno fluido e quindi da scoraggiare l’uso dei veicoli privati. E dunque anche in viale Pieraccini si sbatte la corsia nel posto più insensato, fregandosene dell’accesso ai parcheggi dell’area ospedaliera.

Riguardo all’imbecillità umana.

Saturday, November 8th, 2008

Firenze, via del Ponte alla Mosse.
L’antica strada che dalla Porta al Prato conduceva verso la campagna, prendeva il nome dalla corsa di cavalli che si correva sul Prato di Ognissanti. Da lì infatti prendevano il via, cioè “le mosse”, i cavalli.
Oggi la si percorre a senso unico verso la città, o meglio verso il centro. Sulla sinistra, lungo il marciapiede, ci sono in fila indiana i parcheggi. Poi una corsia per le auto. Poi una corsia preferenziale per gli autobus. Quindi il marciapiede di destra. Dov’è la stranezza? Eccola. A intervalli regolari contro il marciapiede di destra sono collocati i cassonetti per la raccolta dell’immondizia. Sono appoggiati su una piazzola di cemento e la corsia preferenziale, che corre lungo il marciapiede, in corrispondenza del cassonetto è costretta a fare una bella curva verso il centro della carreggiata, per poi subito rientrare a destra a filo del marciapiede. Di conseguenza anche la corsia per i veicoli privati si restringe per poi subito riallargarsi. Insomma un bello slalom, perfettamente disegnato dalla segnaletica orizzontale sull’asfalto, che appare incomprensibile ad una logica razionale. Forse  i cassonetti devono stare a destra per ragioni di raccolta? Ma allora bastava spostare il parcheggio dalla loro parte: i cassonetti si sarebbero trovati come sempre accade fra le auto in sosta e non avrebbero ostacolato nessuna corsia.
La logica di chi presiede a queste cose appare imperscrutabile come quella divina: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non rimandare”.
Ma per me le corsie di via del Ponte alla Mosse restano un monumento all’imbecillità umana.

Memoria dei defunti

Monday, November 3rd, 2008

“E’ necessario anche oggi evangelizzare la realtà della morte e della vita eterna, realtà particolarmente soggette a credenze superstiziose e a sincretismi, perché la verità cristiana non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere”. (Benedetto XVI 2/11/2008)

Come deve avvenire questa nuova evangelizzazione, con quale linguaggio? Come ho scritto nel post sul New Age, il linguaggio e la comunicazione della Chiesa non sono più compresi. In un editoriale sul Corriere della Sera del 3 novembre, Ernesto Galli della Loggia scrive che il mondo occidentale sta cercando di liberarsi dell’eredità cristiana. Il Cristianesimo è diventato una credenza come un’altra, che è tollerata solo nella sfera del privato purché rimanga al di fuori della società e delle sue regole.
Paradossalmente l’Occidente è oggi la prima terra da evangelizzare. Una terra che avverte i limiti del laicismo e dell’ateismo e che per questo ha un disperato bisogno di fede, che porge l’orecchio ai soffi dello Spirito ma non sa avvertirli, che sfoglia le religioni ed i nuovi culti misterici come le pagine di un libro per trarne certezze inesistenti. A questo mondo la Chiesa non sa più parlare, perché cerca di adattare il Vangelo alla società, di edulcorarlo, di interpretarlo. Il Vangelo non ha bisogno di essere spiegato perché le parole di Cristo sono semplici: gioiose e terribili, ma di una chiarezza adamantina. Esse suonano allo stesso modo per ogni orecchio e non hanno bisogno di mediazione.
La Chiesa ha innalzato una barriera fra la società occidentale ed il Vangelo, con la pretesa di interpretarlo. Il livello culturale del clero, con rare eccezioni, si è impoverito mentre quello della società nel suo complesso si è accresciuto. Lo scadente livello culturale dei pastori non si accompagna ad una santità di vita che da sola testimoni ciò che nel Vangelo è scritto. Perché dunque ascoltare l’omelia, o meglio la predica, di un sacerdote che vive la sua missione come un burocrate dello spirito? Un’omelia che il più delle volte si intinge nel buonismo e dimentica l’amore, che banalizza e addomestica le verità eterne per timore del mistero?
Noi cristiani anche laici dobbiamo rimediare agli errori del clero, invitando invece ad immergersi nel mistero e nei suoi abissi, perché la realtà che ci circonda è un segreto profondo, uno specchio che non riflette. Dobbiamo gridare che sull’acqua della vita non si galleggia: o ci si cammina sopra sfidando la furia del vento e delle onde, o ci si affonda.

Ognissanti

Saturday, November 1st, 2008

la festa dei santi

Mi hanno molto colpito le parole che Einstein avrebbe dettato in punto di morte ad un’infermiera, secondo il film di Liliana Cavani, proiettato su RAI 1 il 27 ottobre. “Siamo tutti parte dell’Intelligenza dell’Universo…Niente è frutto del caso perché Dio non gioca ai dadi…”. Più o meno questo.
E’ quanto fin dall’antichità la Gnosi (non solo quella eretica ma anche quella ortodossa) ha sempre saputo, detto e scritto. L’uomo è un microcosmo, un piccolo universo, perché in lui tutto l’universo è racchiuso. La scienza, anche quella più recente, si accorge di quanto sia fallace e ingannevole la geometria euclidea quando ci si addentra nell’osservazione della struttura del cosmo, e non può trovare espressioni che non siano uguali a quelle usate dai progenitori. La stessa ipotesi del Big Bang assume la forma dei miti antichi, la Genesi in primo luogo, e si serve di un linguaggio simbolico. Il problema di fondo si affaccia così irrisolto: da cosa è partito tutto? Cosa c’è prima dell’inizio? Cosa c’è prima del tempo? Cosa c’è prima della materia?
Ma soprattutto cosa sono l’intelligenza e la coscienza che stanno in noi? Nella scala della vita vediamo una crescente capacità della mente e delle sensazioni, dal mondo vegetale, a quello animale, per culminare nell’intelligenza umana. Cos’è l’energia che emana, o si forma, o viene attratta dal cervello ed infonde l’intelligenza? L’energia, ha  dimostrato Einstein, non muore, cambia di forma, cambia di stato. Qual è dunque lo stato primo e lo stato ultimo della nostra energia cerebrale? E se questa assume gradazioni crescenti dal mondo vegetale a quello animale fino a quello umano, qual è la sua struttura perfetta?
Sul letto di morte Einstein avrebbe detto che l’intelligenza è in tutto l’universo. Che dunque l’energia che tutto muove e permea non è semplice processo fisico, ma intelligente, esattamente immagine di quell’energia che muove ogni uomo. O viceversa, se preferite: il discorso non cambia. Ciascuna persona, dicono gli antichi, è parte di questa intelligenza e non se ne separa pur assumendo una propria individualità. Come le onde che emergono dalla superficie del mare, sotto l’impulso del vento (dello spirito), si increspano (assumono individualità e personalità) e si reimmergono nella totalità dalla quale non si sono mai separate. La nostra esistenza assomiglia a quell’onda, solo apparentemente effimera, che si forma, si acquieta, si forma nuovamente e nuovamente si smorza. Ci sono onde più brevi ed onde possenti, ma la loro natura è sempre uguale. L’immagine divina è sempre la stessa in ciascuno, ma la forza ed i suoi effetti possono essere diversi da persona a persona. Ecco i carismi di cui parla Paolo.
L’energia misteriosa della mente, chiamiamola anima come facevano gli antichi, secondo Einstein non muore dunque, è eterna. Quanto rimane dei ricordi di una persona? Quanto rimane della sua individualità? Non lo sappiamo, sappiamo solo che il mare cosmico è fuori del tempo e della geometria euclidea e che l’energia individuale non scompare, è sempre viva, perché il tempo non esiste. Ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che saremo permane in eterno.
Se siamo parti del Tutto, non è insensato credere che l’Intelligenza dell’universo si sia condensata con maggior intensità, con assoluta totalità, in un uomo nato a Betlemme. Ciò che appare insensato per gli uomini non lo è per la mente universale. A buon diritto possiamo allora chiamare quest’uomo il Figlio di Dio. Tutti noi lo siamo ma in Lui l’intelligenza cosmica si è manifestata nella sua totalità ed ancora si manifesta e sempre si manifesterà, perché il tempo è solo apparenza.