Archive for October, 2008

Mobilità e sensibilità culturale

Monday, October 27th, 2008

I viali di circonvallazione di Firenze furono progettati in occasione del passaggio della capitale da Torino alla città sull’Armo.  L’architetto Giuseppe Poggi li concepì come una promenade immersa nel verde, sul modello delle grandi capitali europee: dal Ring viennese ai boulevards parigini. Questa passeggiata alberata,ampia ed elegante, era intercalata dai parchi pubblici e circondata dai giardini delle ville private, alle quali era proibito di costruire recinzioni che impedissero la vista del verde. Nelle piazze i monumenti ricordavano la storia e la vita civile della città, le facciate degli edifici avevano esse stesse un carattere monumentale ed aulico.
Questo progetto prezioso viene tutti i giorni snaturato da un traffico veicolare al quale nessuna amministrazione ha voluto costruire un’alternativa viaria. Da qualche giorno in mezzo al viale è stato posto un lungo serpente bianco, un basso e massiccio jersey di cemento, che dovrebbe rendere più sicura la circolazione. Il viale era nato con le alberature ai lati, e non centrali per  accentuarne la larghezza e la monumentalità Così lo si è ridotto a due corsie striminzite. Il prodotto della raffinata cultura ottocentesca è stato ridotto ad una banale superstrada urbana.
Questa città, che pure si vanta di avere un centro storico patrimonio dell’umanità, dimentica che anche i viali, con le porte dell’antica cerchia di mura e le sistemazioni ottocentesche, fanno parte di questo patrimonio. Senza un minimo di attenzione a quello che una volta si chiamava arredo urbano , i suoi amministratori non hanno trovato di meglio che far progettare a qualche geometra dell’ufficio strade un cordolo di cemento bianco, che riporta addirittura sopra ogni pezzo il nome della ditta costruttrice. Ma secondo Voi in piazza della Signoria ce l’avrebbero messo?
Se questa è la sensibilità culturale dei nostri amministratori, non meraviglia l’ottusa insistenza per far passare la tramvia in piazza del Duomo, a ridosso del Battistero

La Ruota

Monday, October 27th, 2008

“Immaginate un cerchio tracciato per terra…Immaginate che questo cerchio sia il mondo; il centro, Dio; i raggi, le diverse vie, i diversi modi di vivere degli uomini. Quando i santi, desiderosi di avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, si avvicinano nello stesso tempo gli uni agli altri; e più si avvicinano gli uni agli altri, più si avvicinano a Dio” (Doroteo di Gaza, Istruzioni, VI,78).

Dio è uno. Tutte le strade, tutte le fedi religiose seguite con cuore sincero e puro, portano a Lui ed a Lui solo. Il cammino verso Dio avvicina gli uomini e le religioni. Se la religione divide, allora non è più di Dio, ma di satana. Non dimentichiamo mai che diavolo significa colui che porta la divisione.

Scienza ed etica

Saturday, October 18th, 2008

Benedetto XVI ha lanciato un monito di inaudita severità alla scienza. Cito le sue parole dal Corriere della Sera del 17 ottobre: “La scienza non è in grado di elaborare principi etici; essa può solo accoglierli in sé e riconoscerli come necessari per debellare le sue eventuali patologie”. E ancora: “Il facile guadagno o, peggio ancora, l’arroganza di sostituirsi al Creatore  svolgono, a volte, un ruolo determinante. E’ questa forma di hybris della ragione che può assumere caratteristiche pericolose per la stessa umanità”. Mai un papa aveva parlato con termini così forti ed usato esplicitamente la parola hybris, che per i Greci aveva un significato terribile. Il tema della hybris è centrale in tutta la tragedia greca antica: esprimeva la volontà dell’uomo di eguagliare e superare gli dei, un sacrilegio che conteneva in se stesso la radice di una violenta autopunizione, sia che fosse compiuto con intenzione che inconsapevole.

Il sapere scientifico dell’antichità era iniziatico, insegnato da maestro a discepolo. Pensiamo agli alchimisti o ai maestri muratori delle cattedrali. Ci siamo mai chiesti il motivo della loro segretezza? E’ molto semplice: la conoscenza doveva essere riservata solo a chi avesse seguito anche un cammino di perfezionamento morale, perché i risultati non fossero finalizzati alla hybris o alla sete di guadagno e di fama. Quando il discepolo era ritenuto pronto dal suo maestro, solo allora riceveva la chiave dei segreti. Ricordiamo le parole che Dante mette sulla bocca di Ulisse: “fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. La conoscenza doveva esser sempre accompagnata dalla virtù ed i gradi dell’apprendimento procedere paralleli a quelli del perfezionamento morale. Così Beatrice, allegoria della sapienza, al suo apparire sul carro celeste è simbolicamente accompagnata dalle sette virtù.

Da molto tempo non è più così ed anzi nel mondo della ricerca, sia universitaria che delle aziende, fa più strada chi non ha alcuno scrupolo morale. La scienza iniziatica non avrebbe prodotto la bomba atomica, con gli orrori che ha già causato e che ancora pendono sulla terra come una angosciante spada di Damocle. La ricerca genetica si fa strada verso la matrice stessa della vita con l’esplicita intenzione di manipolarla: se è finalizzata al guadagno delle multinazionali e non è regolata da uno stretto codice etico essa appare potenzialmente ancora più pericolosa degli ordigni nucleari.
Il richiamo del papa è profetico. Molti scienziati si sono levati contro di lui, punti sul vivo. La solita Hack, esponente emerita di una categoria di scienziati totalmente insensibili alle cose dello spirito, ha detto: “Le parole del papa sono davvero fuori dal mondo”. Credo che nella sua ottusità questa frase contenga una grande verità, perché ciò che il papa ha detto non proviene dal nostro mondo sordo e cieco nella propria arroganza, ma da quello silenzioso dello spirito e dell’eternità.

La Veste

Monday, October 13th, 2008

“Amico,come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale? Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (Mt. 22,12-13).
Le parole di Gesù sembrano illogiche. Il re prima invita poveri e diseredati al banchetto nuziale che i potenti hanno disertato, poi pretende da chi non possiede nulla che abbia addirittura  una veste nuziale. Siamo in presenza di un’evidente allegoria: cosa simboleggia la veste che tutti devono possedere a prescindere dalla loro condizione?
Mi colpisce l’analogia con l’Inno della Perla negli Atti di Tommaso. Vi si racconta della ricca veste che il figlio del re possiede fin dall’infanzia. Questi deve abbandonarla per recarsi in Egitto alla ricerca della perla, dove riveste l’abito degli egiziani per confondersi con loro. Trovata la perla e tornato nel palazzo del padre, la veste gli corre incontro come dotata di vita propria ed in essa egli riconosce se stesso. Ne cito alcuni brani che consentono di comprendere il simbolismo gnostico.

“…Se una volta disceso in Egitto,
di là riporterai la perla, l’unica,
che giace negli inferi,
dal serpente assediata che inghiotte ogni cosa,
di nuovo vestirai la veste ingemmata
e la stola in cui la tua forma riposa… (I,108)

Ma io le vesti di quelli indossai
per non apparire straniero,
come chi, venuto da fuori,
cospiri per riprendersi la margherita.
Temevo gli Egizi svegliassero
il serpente contro di me…(II,109)

Feci mia la perla
e ripresi il cammino verso la casa del padre.
Mi liberai della sordida veste
e l’abbandonai nel loro paese…(IV,111)

Subito vidi le veste
e mi parve che di me fosse lo specchio,
e tutto intero in essa mi scorsi,
e grazie ad essa mi conobbi
e vidi me stesso; ché, in parti divisi,
pur venendo da una forma sola,
ora Uno eravamo di nuovo
in virtù di quell’unica forma…(V,112)

E lasciando le mani che la tenevano
(la veste) si affrettò verso chi, di fronte,
per riceverla l’attendeva.
E l’amore mi spinse
ad affrettare l’incontro con me,
ad accogliere lei…
Indossata la veste, salii la’
Dove si rende la pace e l’omaggio.
Chinai il capo e adorai lo splendore del padre
Che me l’aveva mandata” (V,113)

Nell’Inno della Perla la veste corrisponde all’alter ego femminile mazdeo, la fanciulla che accoglie l’anima dopo tre giorni dalla morte e lo introduce nel Paradiso. Una parte dell’anima non segue infatti quella che scende nel corpo ma rimane in cielo, pur rimanendo le due parti misteriosamente ed intimamente connesse. E il collegamento è così forte che l’immagine celeste  si modella sulle azioni che la persona compie nella sua esistenza.Dopo tre giorni dal trapasso entrambe le parti dell’anima si fondono insieme e ritrovano l’unità primigenia nella casa del Padre.
In Matteo la veste sembra un’analoga allegoria dell’anima che deve rivestirsi della luce della compagna celeste per incontrare il suo Signore, ed essere pronta come una vergine sposa per lo sposo. Per questo anche il povero, se non si sarà rivestito di purezza, non verrà introdotto al banchetto. Egli rimarrà nella tenebra e nel silenzio assordante di una mente priva dei cinque sensi corporei, incapace di apprendere le nuove sensibilità spirituali.
Sia in Matteo che negli Atti di Tommaso la simbologia della veste sembra dunque analoga e scaturire dalla terra antica posta fra la Siria e l’India. Come non ricordare che Matteo è l’unico evangelista a raccontare l’episodio dei Magi, per dimostrare che Gesù è il Salvatore atteso anche dai mazdei, seguaci di Zarathustra?

Ancora sulla morte

Friday, October 10th, 2008

La morte e la vita sono sorelle, anzi sono la stessa cosa, i due aspetti di uno stesso volto. La pianta muore per far crescere i polloni, l’uomo per far posto ai figli. Non potrebbero esserci nascite se non ci fossero morti.
Qual è allora il significato della nostra esistenza? Si dice che ogni uomo ha un compito specifico per assolvere il quale è messo al mondo. In realtà non è vero, perché questo compito è comune a tutti, pur nella diversità di carismi e di capacità: semplicemente partecipare al mistero della vita che continuamente si rinnova.
E’ questo forse il senso profondo del famoso palindromo dell’antichità, il SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, che nella magia di una frase che si legge allo stesso modo in ambedue i versi è immagine vibrante della vita che si riavvolge come una spirale perenne.
Ma all’uomo è dato qualcosa di più rispetto alle altre manifestazioni della vita, perché egli è tramite fra la materia e lo spirito, come ho scritto nel post sul pulpito di San Miniato. Nel programma antico del cosmo gli è stato assegnato il compito di custodire la vita sulla terra, di governare il principio armonico che la regola perché non si inceppi. Così è scritto nella Genesi e così è in modo inequivocabile. Noi dunque non solo partecipiamo al processo vitale, ma siamo i servi ed i guardiani del motore che lo spinge. Quando dimentichiamo questo ruolo distruggiamo noi stessi.
Il corpo dunque si dissolve perché un altro rinasca, ma la mente, questa pura energia che stilla dalle profondità intelligenti del cosmo, come può sparire? Einstein insegna che l’energia non scompare, ma cambia stato e forma. Quale stato assumerà la possente energia del nostro pensiero?

Il tunnel della morte

Tuesday, October 7th, 2008

Riguardo alla morte
Tutti abbiamo paura della morte. La nostra società ne ha orrore e la esorcizza evitando di parlarne. E’ ben vero che il cinema e la televisione sono pieni di morti ammazzati, ma si tratta di una morte che tutti sappiamo finta, ridotta a spettacolo e perciò di fatto esorcizzata. Nella realtà, intorno agli ammalati terminali si fa il vuoto, come se la prossimità della morte fosse contagiosa.
Ma cosa c’è al di là del passaggio finale?
Sono note le esperienze post mortem, raccontate da chi è arrivato alla soglia, l’ha varcata ed è miracolosamente tornato indietro. Tutti questi racconti si somigliano e descrivono prima una dissociazione della mente dal corpo, il quale diventa una realtà contemplata dal di fuori, spesso dall’alto; subito dopo l’apertura di un tunnel luminoso, in fondo al quale spesso si scorgono figure. La concordanza delle descrizioni fa ritenere che per molti se non per tutti la morte sia preceduta e accompagnata proprio da queste visioni.
Ma il corridoio di luce è reale oppure no? Alcuni sostengono che al momento della morte ci sia una sorta di regressione allo stato prenatale e che il tunnel abbagliante sia in realtà un ricordo inconscio del momento del parto. Al feto l’espulsione dal ventre della madre deve apparire proprio così.
D’altra parte intuitivamente avvertiamo che la morte e la nascita sono sorelle e che entrambe introducono in una diversa realtà esistenziale.
La tradizione orientale ritiene che la luce appaia dopo tre giorni dalla morte, quando finalmente l’anima si libera dal peso del corpo a cui è aggrappata. Nella tradizione zoroastriana dopo tre giorni il defunto scorge una fanciulla che gli corre incontro e lo introduce oltre il ponte Chinvat, il ponte del trapasso: si tratta dell’alter ego celeste che ciascuno possiede, una compagna/o il cui aspetto si plasma anno dopo anno secondo la condotta della vita terrena del defunto. Il giusto troverà ad accoglierlo una fanciulla splendente, il malvagio verrà ghermito da una strega ripugnante.
Qualche tempo fa mi sono recato alla camera ardente di un amico. Un sensitivo che conosco, dopo aver avvicinato il corpo nella bara, mi ha detto turbato di aver sentito le grida di paura dell’anima che brancola nel buio. Il giorno dopo al funerale, era il terzo dalla morte, mi ha rassicurato dicendo che l’anima del defunto aveva trovato la strada ed abbandonato finalmente il corpo. La cosa mi ha molto impressionato per la coincidenza delle sue sensazioni con l’antica tradizione iranica di cui egli non sapeva.
Per gli antichi mente ed anima erano la stessa cosa. Al momento della morte forse non ci appare un tunnel di luce. Forse la mente, spenti tutti i sensi, si trova sola, cieca, sorda e muta in silenzio oscuro e desolante. Ed è lì che ha bisogno di aiuto, perché nuove sensibilità spirituali possano svilupparsi ed impari a vedere e sentire con un organo nuovo, senza la mediazione del corpo. Allora l’energia sviluppata dalla preghiera di chi sta intorno può forare il muro della tenebra e far sentire rassicuranti onde benefiche di amore alla mente spaventata.
Ma l’anima che in quel momento si affiderà alla Vergine Maria avvertirà la dolce serenità del grembo materno che risveglierà i suoi nuovi sensi, la tenerezza di un abbraccio che già prima del terzo giorno la condurrà oltre la tenebra, verso la luce e le figure amiche di coloro che l’hanno amata.