Archive for July, 2008

L’enigma del pulpito di San Miniato al Monte

Tuesday, July 29th, 2008

Sul blog Del Visibile, Anthony mi ha scritto quanto segue:

“Caro Manetti grazie del commento. Le mie osservazioni sul Lavoro e sulla Creazione “as a work in progress” si riferivano a noi, poveri mortali, abitatori del tempo e dello spazio.Ad ogni modo c’e’ una connessione fondamentale tra cio’ che dici e quanto di sopra, tra il punto di vista “eterno” e quello, se mi si concede” ’storico”.Quella connessione e’ l’ORA.Non il momento fuggente, che e’ un’altra rappresentazione, ma proprio l’ora, un buco nella maglia del tempo-spazio, una Porta Regale nell’illimitato.Si puo’ LAVORARE soltanto quando ci si insedia saldamente nell’Ora, quando si opera nel tempo-spazio ma non si e’ del tempo-spazio.Quando quello spirito di cui parli, che partecipa ed E’ parte del Divino, si incarna nella fisicita’ del Grande Fare. Il corpo deve stare dove sta, nel tempo-spazio, nella materia, nella finitudine, lo spirito in cielo, ed il cuore a mezza via. L’uomo non e’ soltanto spirito, e neppure soltanto materia. L’uomo sta a mezza via, e attraverso l’uomo due correnti salgono e scendono:la prima, la Preghiera , sale sino al Cielo. La seconda, il Lavoro, scende dal cielo in terra.Stare a mezza via, con i piedi piantati ma con la vista sgombra, e soprattutto con un cuore aperto, e’ tutto.
 Saluti
Anthony”

Pulpito S.Miniato

Il pulpito della basilica fiorentina di San Miniato al Monte racconta per simboli quanto Anthony ha scritto.

Il leggio di marmo è sostenuto da una colonna nella quale si fondono senza soluzione di continuità tre figure marmoree: un’aquila sorregge il leggio con le ali e tiene le zampe su un cespuglio frondoso che pare scaturire dal copricapo di un uomo, questi sta con le mani conserte e gli occhi fissi davanti a sé, appoggiando a sua volta i piedi sul basamento della colonna e sulla testa di un leone il quale volge lo sguardo verso la navata. C’è dunque un’intenzionale continuità fra le tre figure, come se fossero una sola.
E’ noto che l’aquila, il leone, l’uomo ed il toro sono simboli dei quattro evangelisti e come tali sono raffigurati attorno al trono di Cristo Pantocratore, nel mosaico dell’abside. Si tratta di una simbologia che proviene dalla visione del profeta Ezechiele. Questi vide il carro di Dio le cui ruote si muovevano all’unisono con quattro animali di sembianza umana: “ognuno dei quattro aveva aspetto d’uomo, aspetto di leone a destra, aspetto di bove a sinistra e, ognuno dei quattro, aspetto d’aquila” (Ez.I,10). Sulle teste degli animali un firmamento sosteneva il trono di Dio. Questa visione misteriosa fu alla base della speculazione esoterica ebraica, sin dall’antichità, la cosiddetta mistica del Carro (Merkavah). I cristiani applicarono le quattro figure agli evangelisti, perché su di essi si appoggia il Verbo.
E’ evidente che nel pulpito di San Miniato manca il toro. Freg Gettings avanzò qualche anno fa la teoria che lo sguardo del leone fosse rivolto verso il toro dello zodiaco pavimentale che sta al centro della navata centrale e che questo fosse dunque il simbolo mancante. Egli aggiungeva che nella tradizione zodiacale il segno del toro aveva il dominio sulla voce e sulla gola. Ne concludeva che la quarta figura del pulpito sarebbe stata il predicatore stesso, come colui che proclama la parola.Si tratta di una tesi suggestiva ma, a mio parere, poco verosimile. Il leone volge in effetti la testa verso la navata, ma concluderne che stia guardando il toro nello zodiaco è assai arduo. Il mistero della figura mancante dunque resta.
In un mio precedente saggio (”Dieci secoli per la Basilica di S.Miniato al Monte” edizioni Polistampa 2007) scrissi che forse sarebbe stato ancora Ezechiele a venirci in aiuto. Nel suo libro, il profeta riferisce infatti di una seconda visione del Carro. Ma in questa sede tralascio questa parte, rimandandola semmai ad un altro post.
In seguito, sollecitato da una domanda che mi è stata posta alla presentazione di un mio libro a Cagliari, mi sono convinto che esiste una spiegazione semplice e convincente. Nel pulpito noi troviamo la figura del leone che rappresenta la regalità del mondo della natura e l’aquila che è lo è del mondo celeste. L’uomo, che ha la testa sotto le zampe dell’aquila ed i piedi sul leone, partecipa di entrambe le nature ed è stato posto come mediatore fra cielo e terra. Questa interpretazione così semplice spiega perché il leone si volga verso la navata: questa infatti, che rappresenta la terra, è il regno a cui appartiene e che egli domina. La torsione della testa del leone, contrapposta alla rigida fissità dell’uomo e dell’aquila, accentua il significato della sua appartenenza alla dimensione dello spazio e del tempo, caratterizzata dal movimento, mentre l’aquila è signora del cielo e dell’eternità dove ogni dinamica si annulla nella quiete del motore immobile. Re del mondo, il leone che si volge verso il percorso della navata è anche monito per l’intruso e vigile custode dello spazio sacro che si apre alle sue spalle, il recinto del presbiterio, vero sancta sanctorum della basilica. Il simbolismo dell’intera figura perde definitivamente ogni riferimento a quello dei quattro evengelisti.

Pulizia del blog

Tuesday, July 29th, 2008

Il blog ha avuto un problema: ha subito l’attacco di un malintenzionato, che ha inserito fra le righe di un post un codice malevolo. Di conseguenza Google ci ha segnalato come potenzialmente infetti. In realtà non c’è mai stato alcun virus, ma solo un codice che era in grado di ingenerare il sospetto in Google. Operazione dunque assai più subdola. Ora il codice è stato eliminato e il blog pulito. Attendiamo che Google nella sua verifica periodica prenda atto della cosa e tolga la sua segnalazione di pericolo. Dunque il blog è ora di nuovo funzionante.

La Creazione

Thursday, July 24th, 2008

La creazione non è un avvenimento passato. Si tratta di un processo perenne, di un atto che, fuori del tempo e dello spazio quindi eterno, determina continuamente il tempo e lo spazio. La nostra vita può sapienzialmente divenire opera e partecipare all’atto eterno, perché il nostro spirito è parte attiva della sapienza di Dio. Il nostro spirito è eterno e la sua Opera non avviene, è al di là dello spazio tempo e lo circoscrive.
Dante era ben consapevole di questo mistero e tutta la sua opera ruota attorno ad esso. Beatrice è allegoria della Sapienza di Cristo ed ha una duplice valenza. E’ innanzitutto emanazione del suo Signore, di cui reca i simboli quando appare nella Commedia: assisa sul carro divino della visione di Ezechiele, trainato dal grifone (simbolo medievale di Cristo), circondata dalle virtù ed acclamata con le stesse parole che accolsero l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Ma è  anche figura della parte intellettiva dell’anima umana, scintilla divina, partecipe della stessa natura di Dio.
Ogni anima umana, nel pensiero aristotelico e medievale, ha infatti una parte vegetale che presiede alle funzioni del corpo, una animale che presiede alle sensazioni ed una intellettiva che è parte di Dio. Le piante hanno solo la prima. Gli animali la prima e la seconda. Solo l’uomo le possiede tutte e, come scriveva Pico, partecipa dunque sia del mondo animale che di quello spirituale. Dunque a ciascuno spetta la scelta se vivere come animale o come angelo.
È l’anima intellettiva la nostra Beatrice, che ci guida a ricongiungerci con lo spirito eterno di cui siamo parte, come le onde del mare che, spinte dal vento, emergono dalla superficie con una loro individualità per poi reimmergersi nella vastità a cui appartengono. Siamo come onde, ciascuna con un proprio volto ed un frangente di schiuma candida.
L’onda che sceglie di depositarsi sulla riva della materia lì rimane per sempre e, con un’immagine tratta dalla mistica ebraica, evapora e deposita quel sale che l’animava e le dava vita. Quel sale, che nel mare era fonte di vita, diventa sulla terra fonte di sterilità. E’ questo il mistero del male che diventa tale solo quando, per scelta o ignavia, abbandona lo spirito della vita e sceglie la missione della morte.

New Age e Cristianesimo

Tuesday, July 8th, 2008

Il movimento New Age appare come una sorta di supermercato del trascendente, dove a chiunque è consentito trovare, sui lunghissimi scaffali e nell’immensa varietà delle merci esposte, il Dio che più gli aggrada e più gli torna comodo. Esso offre una trascendenza da consumare rapidamente, che non coinvolge, che non richiede una disciplina spirituale, ma un’adesione facile, da cambiare o modificare quando non soddisfi più. Il New Age, ma sarebbe più corretto parlare di arcipelago che sconfina ormai nel Next Age, non fornisce risposte, perché non richiede sacrificio e dove non c’è sacrificio non c’è risposta al senso della vita. Sacrificio è accettazione con uguale serenità del bene e del male, del bene rendendo grazie per la liberalità con cui è donato, del male perché accettandolo lo trasmutiamo in bene.
Il Pontificio Consiglio della Cultura ed il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso pubblicarono già nel 2003 un documento sul New Age (Libreria Editrice vaticana 2003), nel quale si trovano fra l’altro due considerazioni assai interessanti.
Innanzitutto la distinzione fra “esoterismo, ossia una ricerca di conoscenza” e “magia o occulto: quest’ultimo è uno strumento per ottenere potere” (p.31); si tratta della distinzione che ho più volte ribadito anche nei testi di questo blog. La ricerca di conoscenza spinge l’uomo verso Dio, la volontà di magia lo induce invece a prenderne il posto.
Segue nel documento un importante invito a riscoprire la nostra tradizione simbolica: “Dove il ricco simbolismo cristiano e le sue tradizioni artistiche, estetiche e musicali sono ancora sconosciuti o sono stati dimenticati, c’è molto da fare per i cristiani e per chiunque ricerchi l’esperienza o una maggiore consapevolezza della presenza di Dio. Il dialogo tra cristiani e persone attratte dal New Age sarà più fecondo se terrà conto del fascino di quanto tocca le emozioni e del linguaggio simbolico” (p.69).
E’ questa la strada che ormai da anni propongo di seguire. Esiste una tradizione sapienziale cristiana, per alcuni già adombrata nelle parole di San Paolo ai Corinti: “Noi parliamo di sapienza fra i perfetti…di sapienza di Dio nel mistero, quella rimasta nascosta…”. Ma, come dimostrano sul blog di Codemo (Del Visibile) i commenti al mio “Il Segreto di San Miniato”, è bene che questa tradizione non sia offerta a tutti, perché non sarebbe compresa. Non che in essa ci siano chi sa quali segreti occulti, semmai un modo diverso e più profondo di consapevolezza e di comprensione di ciò che è sotto gli occhi. Ho ascoltato tempo fa un rabbino spiegare lucidamente la vera natura dell’esoterismo: il mondo della luce, egli diceva, possiede segreti che non possono essere rivelati a tutti, perché sono così semplici che la maggior parte delle persone non li comprenderebbe. Dunque ciascuno raggiunga la verità secondo le proprie possibilità e la tradizione sapienziale sia riservata a coloro che la cercano.
Riguardo ai simboli il discorso può invece aprirsi a tutti, perché essi parlano al cuore, facendo risuonare corde diverse secondo la preparazione e la sensibilità di ciascuno. I simboli spalancano la porta sul mistero, ma per gradi. Dunque chiunque può confrontarsi con la capacità evocativa che possiedono.

Dobbiamo allora partire dal bisogno di spiritualità e dall’insoddisfazione che motivano la simpatia di tanti per il New Age, per far capire che lo spirito non si acquista in un supermercato, ma solo ritrovando le radici della propria Tradizione, custodite nella lingua dei simboli come in uno scrigno.
Con il Concilio Vaticano II la Chiesa si è avvicinata alla società, ma lo ha fatto troppo frettolosamente, perdendo una parte di quella sacralità che oggi molti cercano di recuperare da altre fonti. Il risultato è che la preparazione teologica e spirituale di alcuni preti è carente e fa sì che costoro siano più preoccupati di fare gli assistenti sociali, che i sacerdoti. La solidarietà si fonda sulla preghiera e sulla mistica, altrimenti non ha significato; ricordiamo San Paolo: se do tutti i miei beni ai poveri ma non ho l’amore…
Oggi serve alla Chiesa uno sforzo analogo a quello del Concilio Vaticano, per far sì che il pendolo torni ad oscillare verso il centro, recuperando il senso del sacro e del rito che molti hanno banalizzato.
Il cristianesimo delle origini si scontrò con il culto salvifico di Mitra e lo sconfisse; fu aggredito dalla religione solare degli imperatori romani e prevalse anche su di essa assorbendone i simboli più ricchi; si confrontò con la tradizione esoterica antica e la fece propria riconoscendo che in essa era stata prefigurata una parte della rivelazione di Gesù. Questi si incarnò infatti nella centralità dei secoli, riconducendo a sé la verità del passato e quella del futuro, paganesimo, ebraismo ed islamismo. Si, anche l’Islamismo, perché in Dio il tempo è un eterno presente e nella sfera del sacro non ha senso cercare un’evoluzione lineare di tipo darwiniano. Ermete, Platone, Pitagora, Zarathustra, furono considerati spesso profeti laici, prisci theologi, che avevano intravisto la verità e l’avevano diffusa nelle loro opere.
Come già accadde nei primi secoli della nostra era, il Cristianesimo ha la capacità di indirizzare verso la vera gnosi anche il New Age. Non cadiamo dunque nell’errore di demonizzare tutto ciò che appare diverso: non scordiamo mai la virtù della carità e della comprensione paziente verso chi cerca. Le braccia della Croce offrono un abbraccio cosmico che esclude solo ciò che è oscuro, ma accetta e attira a sé tutto ciò che è luminoso.
Voglio concludere invitando quanti brancolano alla ricerca del senso della vita, a riscoprire la sublime bellezza di quella Tradizione, che ha trovato la sua pienezza nel Cristianesimo. Un esempio? L’uomo religioso sa che la sua essenza non si limita al corpo, e crede nella presenza di una forma di luce interiore che chiama anima. Ma quanti ricordano o comprendono, specialmente fra i sacerdoti, ciò che scrisse San Paolo ai Tessalonicesi? Che cioè non siamo formati solo di corpo ed anima, ma anche di spirito. Le implicazioni di questa sublime e misteriosa triplicità, immagine di quella divina, sfidano e ridicolizzano qualunque banalità possiamo trovare sugli scaffali del New Age.

Magistrati e Mass Media

Tuesday, July 1st, 2008

Ho molto rispetto per la magistratura come istituzione. L’amministrazione della Giustizia è il compito più importante dello Stato, quello addirittura che lo legittima. Fin dall’antichità il sovrano è stato prima di ogni altra cosa colui che garantiva la giustizia, intesa come un diritto di sorgente divina; per questo la funzione del sovrano era sacra, perché la giustizia era celeste ed egli la amministrava per conto stesso di Dio. Il magistrato sta sopra perfino al Parlamento, perché se è vero che legiferare significa rendere possibile la convivenza civile, è anche vero che le leggi possono essere ingiuste o poco chiare. Sta al magistrato renderle chiare interpretandole e correggerne le storture applicandole in modo giusto. Per questo il magistrato deve essere libero da condizionamenti ed essere persona di grande integrità morale, al di sopra di ogni sospetto, conscio della sacralità e della altezza della sua funzione.
Molti magistrati hanno la mia stima e la mia ammirazione, come Tindari Baglione, procuratore di Pistoia, persona di grande sensibilità istituzionale e di specchiata coscienza morale. Nella prima repubblica fu tra i più giovani membri del Consiglio Superiore della Magistratura, ma alla scadenza dell’incarico rifiutò una candidatura sicura al Senato per tornare ad un silenzioso lavoro di magistrato.
Mi lasciano invece perplesso i comportamenti di alcuni magistrati, le cui inchieste sembrano più mirate a ritagliarsi ampi spazi sulla stampa e sui media che alla ricerca della verità. Così come mi danno sempre fastidio i magistrati inquirenti che si muovono sui mass media come attori consumati, o quelli che dopo inchieste dirompenti si buttano in politica alla ricerca di un seggio in parlamento o di una poltrona di sindaco. Lo fanno anche gli avvocati è vero, si pensi a Taormina o all’ineffabile Buongiorno, ma la figura del magistrato è ben diversa da quella dell’avvocato. Essa è posta dalla legge su uno dei seggi più alti, dotata di un potere enorme, che dà la possibilità di gettare nella disperazione persone e famiglie ed abbattere attività economiche.
E’ vero: i magistrati non subiscono conseguenze degli errori giudiziari che commettono, neanche come conseguenze sulla carriera. Tutti gli altri cittadini si. E così i politici. Di conseguenza il dibattito è aperto, sia sulla responsabilità civile dei magistrati, sia sulla separazione delle carriere, sia sull’abuso delle intercettazione telefoniche e ambientali. I comportamenti di alcuni magistrati hanno fatto sì che agli occhi dell’opinione pubblica tutta la magistratura appaia come una casta, accomunata nei privilegi a quella politica.
Eppure io non credo che siano necessarie tante riforme. Lasciamo che i magistrati lavorino con indipendenza assoluta. Tutto quello che dobbiamo chiedere loro è il silenzio. Vorrei una legge che impedisse di divulgare e pubblicare il nome ed i volti dei magistrati inquirenti, quando si parla delle inchieste che portano avanti. Al massimo compaia solo il procuratore capo. Tutti gli altri rimangano anonimi e compiano il loro dovere nel silenzio, come servitori senza volto dello stato. Questo non solo per tutelarne l’incolumità, ma anche e soprattutto perché non sfiori l’opinione pubblica nè il sospetto nè il dubbio che qualche inchiesta sia condotta da un magistrato per crearsi notorietà, o per avviare una promettente carriera politica. Appaiano i giudici servitori fedeli e silenziosi della Repubblica. E allora non si limiti o impedisca che facciano il loro dovere fino in fondo.