I quattro sensi delle scritture

“Mezzabarba” ha fatto due domande al mio testo del 21 aprile, che meritano più spazio di una semplice risposta. Ha scritto:

“mi piacerebbe sinceramente essere una delle persone ‘trovate’ dal suo libro: sento tuttavia una profonda inadeguatezza, non solo per il mio scarso interesse nelle questioni ‘morali’, ma anche e soprattutto per la mia totale ignoranza di allegorie ed anagogie. Sarebbe cosi’ gentile da spiegarmi cosa s’intende con significato anagogico?
p.s. il fatto che la conoscenza sia ‘nascosta’ o riservata a pochi ‘eletti’ ha sempre provocato in me un malcelato moto di stizza. non sarebbe il caso secondo lei che tanto Bene fosse infine donato a tutti gli esseri umani? o meglio, che ognuno di noi fosse ‘addestrato’ fin dalla nascita per riceverlo?”

Queste sono domande pesanti come pietre!

Il senso morale è tutto ciò che spinge ad improntare la propria vita alle virtù, sia alle tre teologali (Fede, Speranza e Amore) sia alle quattro cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza)). Le prime si chiamano teologali perché rispecchiano il ritmo trinitario di Dio. Le seconde si dicono cardinali perché sono i cardini della vita.
Il senso allegorico è legato ai simboli, che trasmettono un significato nascosto dietro l’apparenza.
Il senso anagogico è quello che permette di salire i gradini della Scala di Giacobbe, verso la dimensione che trascende il tempo e lo spazio; in greco infatti il verbo anàgo significa conduco verso l’alto, elevo. Quando il Carro di Beatrice appare a Dante, nel XXIX Canto del Purgatorio, esso è accompagnata da due gruppi di donne: il primo è composto da tre fanciulle che danzano (v.121), il secondo da quattro rossovestite (v.130). Questa è un’allegoria. Le donne sono infatti simbolo delle virtù. Anche Beatrice è a sua volta allegoria dell’Intelletto, cioè della Conoscenza. Così Dante dietro le righe afferma che non può esserci Conoscenza senza Virtù, che la strada della sapienza deve accompagnarsi ad un perfezionamento interiore, altrimenti le nozze con la compagna che vive in noi saranno impossibili. Ricordi cosa dice Ulisse nella Commedia? “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” (Inf.XXVI vv.119-120). Dante accompagna sempre la Conoscenza alle Virtù. Etica e sapienza sono strettamente legate.

La nostra società ha spezzato questo legame e l’indagine scientifica è ormai totalmente slegata dall’etica. L’alchimista veniva “iniziato”, quindi non apprendeva i segreti dell’Opera se non dimostrava di aver raggiunto una profonda consapevolezza morale. In primo luogo egli operava nell’anonimato, perché l’umiltà è l’alimento delle virtù. Oggi la scienza non si pone il problema delle conseguenze della propria sperimentazione e sempre più spesso è finalizzata al guadagno ed alla fama personale. In questo modo siamo destinati al baratro.

La Conoscenza è riservata a pochi ma aperta a tutti. Non è una contraddizione: non ci sono predestinati per nascita alla Conoscenza. Ci sono persone che avvertono come nella loro vita manchi qualcosa e si mettono a ricercarla. Ci sono persone che istintivamente si cercano l’un l’altra ed aspirano a qualcosa di più che non sia la sicurezza materiale o l’ambizione personale.
Dunque non ci sono “eletti”, ma persone che vogliono divenire “elette”: a queste è riservata la Scala di Giacobbe, che le vedrà ascendere come angeli verso il Tabor, per ridiscenderne trasfigurate ogni volta che lo vorranno. Ciascuno è chiamato ad addestrare se stesso con una disciplina interiore che è ricerca e accrescimento delle virtù. Dietro di esse si nasconde la Sapienza. L’uomo che pratica le virtù è già sapiente: può bastargli il primo gradino della Scala o, se lo desidera, può ascendere fino alla vetta.
Molti indirizzano la loro inquietudine verso il possesso di beni materiali o l’affermazione personale: è la contraddizione fra l’essere e l’avere di cui hanno parlato così bene Marcel e Mounier. Il possesso, che può essere di cose, di affetti o di onori, non sarà mai in grado di riempire il vuoto dell’essere e chi lo cerca non riuscirà mai ad essere appagato e vorrà possedere sempre di più, sempre di più, sempre di più, finché alla morte si troverà vuoto. Chi cerca la pienezza dell’essere deve indirizzare la ricerca dentro di sé, fino a trovare la sua Beatrice, quella compagna celeste che sarà sua guida verso la Conoscenza e la Totalità. E questo è il senso anagogico dell’incontro di Dante con Beatrice.

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