La Creazione

July 24th, 2008

La creazione non è un avvenimento passato. Si tratta di un processo perenne, di un atto che, fuori del tempo e dello spazio quindi eterno, determina continuamente il tempo e lo spazio. La nostra vita può sapienzialmente divenire opera e partecipare all’atto eterno, perché il nostro spirito è parte attiva della sapienza di Dio. Il nostro spirito è eterno e la sua Opera non avviene, è al di là dello spazio tempo e lo circoscrive.
Dante era ben consapevole di questo mistero e tutta la sua opera ruota attorno ad esso. Beatrice è allegoria della Sapienza di Cristo ed ha una duplice valenza. E’ innanzitutto emanazione del suo Signore, di cui reca i simboli quando appare nella Commedia: assisa sul carro divino della visione di Ezechiele, trainato dal grifone (simbolo medievale di Cristo), circondata dalle virtù ed acclamata con le stesse parole che accolsero l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Ma è  anche figura della parte intellettiva dell’anima umana, scintilla divina, partecipe della stessa natura di Dio.
Ogni anima umana, nel pensiero aristotelico e medievale, ha infatti una parte vegetale che presiede alle funzioni del corpo, una animale che presiede alle sensazioni ed una intellettiva che è parte di Dio. Le piante hanno solo la prima. Gli animali la prima e la seconda. Solo l’uomo le possiede tutte e, come scriveva Pico, partecipa dunque sia del mondo animale che di quello spirituale. Dunque a ciascuno spetta la scelta se vivere come animale o come angelo.
È l’anima intellettiva la nostra Beatrice, che ci guida a ricongiungerci con lo spirito eterno di cui siamo parte, come le onde del mare che, spinte dal vento, emergono dalla superficie con una loro individualità per poi reimmergersi nella vastità a cui appartengono. Siamo come onde, ciascuna con un proprio volto ed un frangente di schiuma candida.
L’onda che sceglie di depositarsi sulla riva della materia lì rimane per sempre e, con un’immagine tratta dalla mistica ebraica, evapora e deposita quel sale che l’animava e le dava vita. Quel sale, che nel mare era fonte di vita, diventa sulla terra fonte di sterilità. E’ questo il mistero del male che diventa tale solo quando, per scelta o ignavia, abbandona lo spirito della vita e sceglie la missione della morte.

New Age e Cristianesimo

July 8th, 2008

Il movimento New Age appare come una sorta di supermercato del trascendente, dove a chiunque è consentito trovare, sui lunghissimi scaffali e nell’immensa varietà delle merci esposte, il Dio che più gli aggrada e più gli torna comodo. Esso offre una trascendenza da consumare rapidamente, che non coinvolge, che non richiede una disciplina spirituale, ma un’adesione facile, da cambiare o modificare quando non soddisfi più. Il New Age, ma sarebbe più corretto parlare di arcipelago che sconfina ormai nel Next Age, non fornisce risposte, perché non richiede sacrificio e dove non c’è sacrificio non c’è risposta al senso della vita. Sacrificio è accettazione con uguale serenità del bene e del male, del bene rendendo grazie per la liberalità con cui è donato, del male perché accettandolo lo trasmutiamo in bene.
Il Pontificio Consiglio della Cultura ed il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso pubblicarono già nel 2003 un documento sul New Age (Libreria Editrice vaticana 2003), nel quale si trovano fra l’altro due considerazioni assai interessanti.
Innanzitutto la distinzione fra “esoterismo, ossia una ricerca di conoscenza” e “magia o occulto: quest’ultimo è uno strumento per ottenere potere” (p.31); si tratta della distinzione che ho più volte ribadito anche nei testi di questo blog. La ricerca di conoscenza spinge l’uomo verso Dio, la volontà di magia lo induce invece a prenderne il posto.
Segue nel documento un importante invito a riscoprire la nostra tradizione simbolica: “Dove il ricco simbolismo cristiano e le sue tradizioni artistiche, estetiche e musicali sono ancora sconosciuti o sono stati dimenticati, c’è molto da fare per i cristiani e per chiunque ricerchi l’esperienza o una maggiore consapevolezza della presenza di Dio. Il dialogo tra cristiani e persone attratte dal New Age sarà più fecondo se terrà conto del fascino di quanto tocca le emozioni e del linguaggio simbolico” (p.69).
E’ questa la strada che ormai da anni propongo di seguire. Esiste una tradizione sapienziale cristiana, per alcuni già adombrata nelle parole di San Paolo ai Corinti: “Noi parliamo di sapienza fra i perfetti…di sapienza di Dio nel mistero, quella rimasta nascosta…”. Ma, come dimostrano sul blog di Codemo (Del Visibile) i commenti al mio “Il Segreto di San Miniato”, è bene che questa tradizione non sia offerta a tutti, perché non sarebbe compresa. Non che in essa ci siano chi sa quali segreti occulti, semmai un modo diverso e più profondo di consapevolezza e di comprensione di ciò che è sotto gli occhi. Ho ascoltato tempo fa un rabbino spiegare lucidamente la vera natura dell’esoterismo: il mondo della luce, egli diceva, possiede segreti che non possono essere rivelati a tutti, perché sono così semplici che la maggior parte delle persone non li comprenderebbe. Dunque ciascuno raggiunga la verità secondo le proprie possibilità e la tradizione sapienziale sia riservata a coloro che la cercano.
Riguardo ai simboli il discorso può invece aprirsi a tutti, perché essi parlano al cuore, facendo risuonare corde diverse secondo la preparazione e la sensibilità di ciascuno. I simboli spalancano la porta sul mistero, ma per gradi. Dunque chiunque può confrontarsi con la capacità evocativa che possiedono.

Dobbiamo allora partire dal bisogno di spiritualità e dall’insoddisfazione che motivano la simpatia di tanti per il New Age, per far capire che lo spirito non si acquista in un supermercato, ma solo ritrovando le radici della propria Tradizione, custodite nella lingua dei simboli come in uno scrigno.
Con il Concilio Vaticano II la Chiesa si è avvicinata alla società, ma lo ha fatto troppo frettolosamente, perdendo una parte di quella sacralità che oggi molti cercano di recuperare da altre fonti. Il risultato è che la preparazione teologica e spirituale di alcuni preti è carente e fa sì che costoro siano più preoccupati di fare gli assistenti sociali, che i sacerdoti. La solidarietà si fonda sulla preghiera e sulla mistica, altrimenti non ha significato; ricordiamo San Paolo: se do tutti i miei beni ai poveri ma non ho l’amore…
Oggi serve alla Chiesa uno sforzo analogo a quello del Concilio Vaticano, per far sì che il pendolo torni ad oscillare verso il centro, recuperando il senso del sacro e del rito che molti hanno banalizzato.
Il cristianesimo delle origini si scontrò con il culto salvifico di Mitra e lo sconfisse; fu aggredito dalla religione solare degli imperatori romani e prevalse anche su di essa assorbendone i simboli più ricchi; si confrontò con la tradizione esoterica antica e la fece propria riconoscendo che in essa era stata prefigurata una parte della rivelazione di Gesù. Questi si incarnò infatti nella centralità dei secoli, riconducendo a sé la verità del passato e quella del futuro, paganesimo, ebraismo ed islamismo. Si, anche l’Islamismo, perché in Dio il tempo è un eterno presente e nella sfera del sacro non ha senso cercare un’evoluzione lineare di tipo darwiniano. Ermete, Platone, Pitagora, Zarathustra, furono considerati spesso profeti laici, prisci theologi, che avevano intravisto la verità e l’avevano diffusa nelle loro opere.
Come già accadde nei primi secoli della nostra era, il Cristianesimo ha la capacità di indirizzare verso la vera gnosi anche il New Age. Non cadiamo dunque nell’errore di demonizzare tutto ciò che appare diverso: non scordiamo mai la virtù della carità e della comprensione paziente verso chi cerca. Le braccia della Croce offrono un abbraccio cosmico che esclude solo ciò che è oscuro, ma accetta e attira a sé tutto ciò che è luminoso.
Voglio concludere invitando quanti brancolano alla ricerca del senso della vita, a riscoprire la sublime bellezza di quella Tradizione, che ha trovato la sua pienezza nel Cristianesimo. Un esempio? L’uomo religioso sa che la sua essenza non si limita al corpo, e crede nella presenza di una forma di luce interiore che chiama anima. Ma quanti ricordano o comprendono, specialmente fra i sacerdoti, ciò che scrisse San Paolo ai Tessalonicesi? Che cioè non siamo formati solo di corpo ed anima, ma anche di spirito. Le implicazioni di questa sublime e misteriosa triplicità, immagine di quella divina, sfidano e ridicolizzano qualunque banalità possiamo trovare sugli scaffali del New Age.

Magistrati e Mass Media

July 1st, 2008

Ho molto rispetto per la magistratura come istituzione. L’amministrazione della Giustizia è il compito più importante dello Stato, quello addirittura che lo legittima. Fin dall’antichità il sovrano è stato prima di ogni altra cosa colui che garantiva la giustizia, intesa come un diritto di sorgente divina; per questo la funzione del sovrano era sacra, perché la giustizia era celeste ed egli la amministrava per conto stesso di Dio. Il magistrato sta sopra perfino al Parlamento, perché se è vero che legiferare significa rendere possibile la convivenza civile, è anche vero che le leggi possono essere ingiuste o poco chiare. Sta al magistrato renderle chiare interpretandole e correggerne le storture applicandole in modo giusto. Per questo il magistrato deve essere libero da condizionamenti ed essere persona di grande integrità morale, al di sopra di ogni sospetto, conscio della sacralità e della altezza della sua funzione.
Molti magistrati hanno la mia stima e la mia ammirazione, come Tindari Baglione, procuratore di Pistoia, persona di grande sensibilità istituzionale e di specchiata coscienza morale. Nella prima repubblica fu tra i più giovani membri del Consiglio Superiore della Magistratura, ma alla scadenza dell’incarico rifiutò una candidatura sicura al Senato per tornare ad un silenzioso lavoro di magistrato.
Mi lasciano invece perplesso i comportamenti di alcuni magistrati, le cui inchieste sembrano più mirate a ritagliarsi ampi spazi sulla stampa e sui media che alla ricerca della verità. Così come mi danno sempre fastidio i magistrati inquirenti che si muovono sui mass media come attori consumati, o quelli che dopo inchieste dirompenti si buttano in politica alla ricerca di un seggio in parlamento o di una poltrona di sindaco. Lo fanno anche gli avvocati è vero, si pensi a Taormina o all’ineffabile Buongiorno, ma la figura del magistrato è ben diversa da quella dell’avvocato. Essa è posta dalla legge su uno dei seggi più alti, dotata di un potere enorme, che dà la possibilità di gettare nella disperazione persone e famiglie ed abbattere attività economiche.
E’ vero: i magistrati non subiscono conseguenze degli errori giudiziari che commettono, neanche come conseguenze sulla carriera. Tutti gli altri cittadini si. E così i politici. Di conseguenza il dibattito è aperto, sia sulla responsabilità civile dei magistrati, sia sulla separazione delle carriere, sia sull’abuso delle intercettazione telefoniche e ambientali. I comportamenti di alcuni magistrati hanno fatto sì che agli occhi dell’opinione pubblica tutta la magistratura appaia come una casta, accomunata nei privilegi a quella politica.
Eppure io non credo che siano necessarie tante riforme. Lasciamo che i magistrati lavorino con indipendenza assoluta. Tutto quello che dobbiamo chiedere loro è il silenzio. Vorrei una legge che impedisse di divulgare e pubblicare il nome ed i volti dei magistrati inquirenti, quando si parla delle inchieste che portano avanti. Al massimo compaia solo il procuratore capo. Tutti gli altri rimangano anonimi e compiano il loro dovere nel silenzio, come servitori senza volto dello stato. Questo non solo per tutelarne l’incolumità, ma anche e soprattutto perché non sfiori l’opinione pubblica nè il sospetto nè il dubbio che qualche inchiesta sia condotta da un magistrato per crearsi notorietà, o per avviare una promettente carriera politica. Appaiano i giudici servitori fedeli e silenziosi della Repubblica. E allora non si limiti o impedisca che facciano il loro dovere fino in fondo.

I profitti dei petrolieri

June 19th, 2008

Qualche tempo fa ho riferito quanto un amico mi ha scritto inviandomi questo prospetto, che ritengo interessante. Lo riporto ancora integralmente.

“Nel 2000
1$ = 1,2€
1 barile di petrolio = 60 $
e quindi 1 barile = 72 €

Oggi
1$ = 0,62€
1 barile circa 115$
e quindi 1 barile = 71,3€

La domanda è: se in Europa il barile costa uguale rispetto al 2000, perché la benzina è aumentata così enormemente? La crisi del petrolio non sembra così drammatica per chi vende la benzina né per lo stato che incassa le tasse, né per l’ENEL che aumenta le bollette ecc… Mi sembra una bella presa in giro…”

La lettera è della fine di maggio. Ora il barile è già salito a 140 $ e il dollaro è a 0,64 €, quindi il barile se non sbaglio costa 89,6 €, ma la riflessione è sempre valida: l’incremento del costo del carburante dal 2000 in Europa è stato ben superiore all’aumento effettivo alla produzione. Cos’è che ha determinato in tutta Europa questo aumento generalizzato, che appare non giustificato dal costo alla produzione? Quali meccanismi perversi? Solo speculazione o c’è qualche oscura manovra politica che mi sfugge? Aumentando il prezzo in Europa, nonostante il rafforzamento dell’euro sul dollaro, si vuole forse evitare che il prezzo del barile venga negoziato in euro invece che in dollari? E’ quanto l’Iran ha cercato di fare, per ora senza riuscirci. Si tratterebbe in effetti di un attacco pesante e forse mortale all’economia americana, che vive ormai grazie ai petroldollari. Negoziare il petrolio in euro significherebbe il crollo del dollaro. La compagnie petrolifere stanno dunque cercando di salvare gli Stati Uniti? Non è una domanda a cui si può rispondere senza rischiare di scivolare nella fantapolitica. Resta il fatto che in Europa il carburante avrebbe dovuto aumentare molto meno di quanto è successo.

Ma se questo vale per l’Europa, c’è un’altra anomalia che invece è tutta italiana. Nel 2000 il gasolio costava assai meno della benzina. Oggi costa uguale ed in alcuni punti vendita addirittura qualcosa di più. Non è ovviamente possibile che l’aumento del petrolio si riversi in modo differente su gasolio e benzina, tanto più che il costo di raffinazione del gasolio è assai più basso. Si tratta di una scelta speculativa. Erano ormai anni che le compagnie petrolifere annunciavano di voler equiparare prezzi di gasolio e benzina anche in Italia, come generalmente avviene nel resto d’Europa. Hanno dunque preso come pretesto l’aumento del barile di petrolio per raggiungere il loro obiettivo. E per far questo si sono mosse all’unisono, concordi, sotto lo sguardo complice o quanto meno inerte del governo Prodi.

Questo ci fa riflettere su due cose:
- le compagnie non hanno riversato l’incremento del costo del barile solo sul gasolio, ma anche sulla benzina, e dunque ci hanno guadagnato il doppio
- il gasolio in Italia serve soprattutto al trasporto delle merci e quindi il suo aumento si scarica direttamente sui prezzi dei prodotti. All’inflazione comune al resto d’Europa indotta dall’aumento del costo del barile si somma dunque quella solo italiana per il maggior costo del gasolio
- l’Eni, che mi risulta a partecipazione statale, mostra bilanci con guadagni record. Lo stato dunque specula sul prezzo del petrolio, che potrebbe invece calmierare attraverso la sua compagnia.

Vediamo dunque quali sono stati i guadagni delle compagnie petrolifere in Italia, così come riportati su La Nazione del 5 giugno 2008 a pag.23 (alcuni dati sono disponibili solo per il 2006, altri per il 2007):

nel 2007 l’ENI ha guadagnato 36,4 miliardi di euro
nel 2006 la Shell 4,3 miliardi
nel 2006 la Total 6,4 miliardi
nel 2006 Tamoil 6,9 miliardi
nel 2006 Q( 8,2 miliardi
nel 2006 Esso 14,5 miliardi
nel 2006 Api 3,5 miliardi
nel 2007 Erg 10,1 miliardi.

Si tratta di miliardi di euro, non milioni. Non sono noccioline. Pensiamo che la manovra economica triennale di Tremonti assomma a 34,8 miliardi di euro: nel solo 2007 i guadagni di Eni sono stati superiori.
La cosa che fa arrabbiare ancora di più è che nell’aumento del gasolio rispetto alla benzina le compagnie petrolifere, Eni compresa, si sono mosse tutte, come sempre, in piena sintonia fra loro, dimostrando con impudenza l’esistenza di un cartello. Si capisce così perché gli aumenti dei prezzi siano sempre omogenei e rapidi e le riduzioni lente.
Cosa ci stia a fare l’Antitrust a questo punto proprio non capisco. Come non capisco cosa ci stiano a fare i governi, che tollerano il mancato controllo dell’Antitrust, l’arroganza sfacciata delle compagnie ed il danno che queste procurano al Paese. Siamo tutti ostaggio di un potere economico così forte?
Mi viene da pensare che l’incremento delle entrate fiscali degli anni passati, “il tesoretto” sbandierato dal governo Prodi come frutto della lotta all’evasione, sia in realtà dovuto in gran parte alla speculazione dello stato stesso sui prodotti petroliferi. L’Eni è ancora a forte partecipazione statale, lo stato ne controlla il consiglio di amministrazione e ne partecipa agli utili. Insomma guadagna dalle tasse e dai profitti di impresa. Attraverso l’Eni lo stato italiano, invece di calmierare il mercato, ha preferito speculare in modo vergognoso: i 36 miliardi e mezzo di guadagno di Eni nel 2007 lo dimostrano. Padoa Schioppa e Prodi hanno fatto una politica esclusivamente di bilancio, fregandosene del collasso economico del Paese.
Il ministro Tremonti sembra cambiare rotta e vara la Robin Hood Tax, che a quanto leggo dovrebbe riportare al 33% l’addizionale Ires per i guadagni delle compagnie petrolifere che il governo Prodi aveva abbassato al 27%. Mi sembra ancora troppo poco. Credo che in un paese serio l’Antitrust dovrebbe intervenire pesantemente contro un cartello illegale che sconvolge in modo così pesante l’economia del Paese, facendo lievitare i prezzi dei prodotti in modo ingiustificato. E noi cittadini dovremmo poter chiedere i danni, non appena la Class Action sarà consentita.

Un’ultima appendice breve breve. Sapete quali tasse straordinarie sopravvivono ancora oggi sul costo di un litro di benzina? Eccole, come me le ha ricordate Lyd nel commento al post:

- 1,90 lire per la guerra di Abissinia del 1935 (0,001 euro);
- 14 lire per la crisi di Suez del 1956 (0,007 euro);
- 10 lire per il disastro del Vajont del 1963 (0,005 euro);
- 10 lire per l’alluvione di Firenze del 1966 (0,005 euro);
- 10 lire per il terremoto del Belice del 1968 (0,005 euro);
- 99 lire per il terremoto del Friuli del 1976 (0,051 euro);
- 75 lire per il terremoto dell’Irpinia del 1980 (0,039 euro);
- 205 lire per la missione in Libano del 1983 (0,106 euro);
- 22 lire per la missione in Bosnia del 1996 (0,011 euro);
- 0,020 euro (39 lire) per rinnovo contratto autoferrotranvieri 2004.
Il tutto per un totale di 486 lire. Tenendo conto che un Euro vale 1936,27 Lire, queste tasse ammontano a 0,25 euro. Su queste viene applicata anche l’IVA, per un totale di 0,30 euro.

Il mistero dei finti misteri

June 17th, 2008

Nel suo blog Luigi Codemo ha scritto qualche tempo fa una cosa molto sensata a proposito dell’abbandono da parte dei cristiani della propria tradizione simbolica ed esoterica: “Il rischio, alla fine, è duplice: avere delle chiese sempre più spoglie e mute della capacità di essere simbolo e di lasciare un patrimonio di sapienza e simboli in mano ai cialtroni”.
Gli ho risposto: “Il duplice rischio ormai non c’è più, perché è già avvenuto: le chiese moderne sono spazi slegati da ogni simbolica che non sia una personale interpretazione del progettista, quando invece il simbolismo dell’edificio sacro deve scaturire da una consapevolezza comunitaria; ed il nostro patrimonio di sapienza è lasciato ai porci, con poche, isolate eccezioni. Lo testimonia il timore stesso che sorannaros prova di fronte ad ogni accenno di esoterismo, perché ormai lo associa solo e soltanto alla cialtroneria”.
Porto un esempio che mi sembra molto chiaro.
Ho comprato, su suggerimento di un amico, l’ultimo speciale della rivista Hera: “I misteri di Hera. I Templari. Storia leggenda e verità nascoste”. Le foto sono molto belle, alcune per me sconosciute e da sole valgono l’acquisto. Il testo invece è roba già nota e ampiamente masticata. Vale però la pena di leggerlo, perché nel suo genere è un classico da manuale. Non saprei come classificarlo: fantasy? Fiction? Fiaba? Mi ricorda i fotoromanzi che quando ero bambino vedevo sul tavolino del parrucchiere.Chi li leggesse non ho mai capito. Ma avevano un pubblico assai folto. Potrei paradossalmente definire il testo di Hera come esoterismo popolare, proprio perché esoterismo e popolare sono termini assolutamente contraddittori. Non siamo in presenza infatti di vero esoterismo, non siamo in presenza di ricerche storiche, non siamo in presenza di indagini serie, ma di fumettoni pseudo esoterici conditi con veri e propri strafalcioni. Il problema è che chi legge questa roba pensa di trovarsi di fronte a fonti documentate, perché è raccontata come se si trattasse di fatti storici. In realtà i riferimenti sono sempre del tipo: si suppone…, è probabile…,alcuni studiosi ritengono…Senza mai citare di quali studiosi si parla.
Anche l’ormai celebre libro “Il santo Graal” di Lincoln, Leigh e Baigent, quello per intendersi su Rennes Le Chateau che ha dato origine al romanzone di Dan Brown,usava lo stesso sistema. Si tratta di un’efficace combinazione di verità storiche mescolate con invenzioni, fantasie e ipotesi astruse, in modo che le seconde vengano rivestite di una falsa apparenza di dignità storica. Nello stesso modo chi vuol rendere credibile una calunnia la mescola a qualche verità.
Chi qualcosa ha studiato si mette a ridere, ma chi è digiuno di storia e di questioni filosofiche ci casca o almeno rimane perplesso. Così è per i Templari di Hera.
Volete qualche citazione?
A proposito dell’eremo di Montesiepi: “Nell’Alto medio Evo si credeva che la forma circolare fosse riconducibile alla concezione demoniaca del cerchio cosmico, elemento ritenuto eretico”. Un’asserzione esposta col piglio sicuro dello storico, che fa presa. Ma in realtà di vero non c’è niente. Cos’è la concezione demoniaca del cerchio cosmico? Cosa c’entra con le chiese a pianta circolare o centrale? In realtà le chiese circolari medievali, come quelle rinascimentali, ripropongono una tipologia, quella della tholos, che era già greca. Ripresa dai romani in edifici solari come il Pantheon, o nei mausolei, fu sublimata nella rotonda costantiniana del Sepolcro, l’Anastasis, che di eretico dovete dirmi cosa aveva. Proprio l’Anastasis, e il suo vicino islamico La Cupola della Roccia, descritte dai pellegrini e dai mercanti,furono il riferimento di tante chiese circolari o a pianta centrale medievali, come di alcune chiese templari. Altro che eresia!
Così basta anche con la solita storia che dove si trova una chiesa medievale a pianta circolare deve per forza esserci stato un templare: “E’ sufficiente osservare la pianta circolare delle sue chiese medievale per sospettare la permanenza dei templari”. E’come se si dicesse che il Battistero di Pisa è circolare non perché modellato sull’Anastasis, ma per qualche segreta alchimia templare. In realtà i Templari ebbero alcune fra le cappelle o chiese più importanti a pianta circolare, come quella di Tomar, o quelle di Londra e Parigi, ma la maggior parte furono semplici aule rettangolari. E piante circolari si trovano spesso nel Medio Evo senza alcun riferimento ai cavalieri del Tempio, bensì a Gerusalemme, al Sepolcro di Cristo.
Andiamo avanti.
A proposito dell’abbazia di San Galgano, Hera si cimenta in un attento studio del simbolismo numerico della pianta: “La Chiesa…ha la forma della croce latina con una lunghezza esterna di 72 metri (Il numero di Dio) e una larghezza complessiva di 24 metri (il doppio ciclo del tempo)”. Bella affermazione, ma dimentica un fatto fondamentale e cioè che i cistercensi non usavano il metro. Dunque il “numero di Dio” (ma dove è scritto che 72 è il numero di Dio?) e il “doppio del tempo” non c’entrano niente. Se si vuole esaminare la proporzionalità delle abbazie cistercensi o si impiega l’unità di misura allora in uso o se ne riconduce l’architettura ai moduli con cui fu progettata. Si vedrà allora che la pianta di San Galgano, se sono vere le misure fornite da Hera, risponde veramente ad un rapporto armonico, che è quello di 1 a 3, il cui simbolismo è ben altro e più profondo.
Potremmo andare avanti così, citando strafalcioni pagina dopo pagina, direi quasi frase dopo frase. Consentitemi solo un’ultima perla, perché si trovava anche nel libro di Leigh, Baigent e Lincoln ed è significativa perché abbastanza ricorrente. Una foto mostra un capitello della chiesetta di Rennes Le Chateau che contiene un’iscrizione: “Terribilis est locus iste”. Commento di Hera: “Enigmatica iscrizione di Rennes Le Chateau”. Come già avevano scritto i tre giornalisti inglesi, l’iscrizione “enigmatica” confermerebbe la presenza nell’edificio di un segreto terribile. Ebbene, una grossolanità simile ricordo di averla letto molti anni fa su un quotidiano toscano, a proposito di una chiesa rinascimentale a pianta centrale che si trova a Bibbona. Sul portale posto di fronte ad una curva ad angolo retto della strada sta incisa la stessa iscrizione. Commento del giornalista: si tratta di un luogo terribile, perché la curva della strada è pericolosissima. Siamo allo stesso livello di comprensione.
In realtà, come tutti dovrebbero sapere, la frase in questione fu pronunciata da Giacobbe sulla pietra di Bethel quando ebbe la visione della scala che congiungeva terra e cielo: “Quanto è terribile questo luogo. Questa non è altro che la casa di Dio e questa è la porta del cielo” (Genesi 28,17). Visione arcana e affascinante, quella di Giacobbe, motivo ricorrente nella mistica cristiana. Sia la scala che la frase furono emblema delle abbazie benedettine e cistercensi. Diversi monasteri in Francia furono intitolati alla Escale Dieu. Troviamo spesso la frase di Giacobbe incisa sulle mura di edifici sacri e naturalmente non è legata ad alcun segreto scottante. L’aggettivo “terribilis” si riferisce infatti nella Bibbia alla natura arcana della visione e del mistero numinoso.
Perché ho scritto queste note polemiche? Per far capire la differenza fra ricerca esoterica e cialtroneria esoterica. Non c’è niente di popolare nell’esoterismo.
Ma badate bene: anche dall’altra parte, cioè in chi contesta lo pseudo essoterismo dilagante, si scivola volentieri nell’approssimazione storica e nella banalità. Come in un testo di cui non cito l’autore sul martirio della memoria templare, che è pieno di affermazioni incontrollabili e di giudizi personali assai approssimativi. Ben diverso è il caso dei volumi di Franco Cardini “La tradizione templare” o di Fulvio Bramato “La memoria dei templari” che analizzano il fenomeno del templarismo con analisi obiettiva e chiara, resa solida da fonti certe.

L’albero della Conoscenza

June 15th, 2008

Sul suo blog (“del visibile”), Biz ha sintetizzato in modo efficace il dibattito che si è aperto attorno al mio libro “Il segreto di San Miniato” e sull’esoterismo. Ecco la sua conclusione:

“Discussione eccezionalmente ricca.
Dico una cosa da ignorante. (sono davvero ignorante; perdonate le mie eventuali inesattezze e ingenuità, correggetemi se è il caso).
Conta molto l’intenzione, in queste cose: siccome si tratta di materia assolutamente rischiosa (rischi ben elencati da Sor Rosanna), è buona l’esigenza esoterica: non per nascondere ad altri - “non eletti” - qualcosa, ma per proteggere coloro che non sono spiritualmente preparati a manipolare queste conoscenze in modo adeguato.
Ma se si intende l’esoterico in altro modo, ecco che diviene un fatto diabolico.
 Cristo ha rivelato l’Evangelo ai piccoli, rendendo non necessaria questa conoscenza esoterica. Ma nello stesso tempo, quindi, confermando la validità della scelta di proteggere le persone non preparate ai rischi di esposizione di una materia rischiosa, quindi anche di quello che chiamerei esoterismo buono”.

Condivido ciò che dice Biz, perché la ricerca esoterica è un cammino prezioso ed interiore che può essere condiviso solo con chi ha sete della stessa acqua. E’ l’acqua della conoscenza che alle nozze di Cana fu trasmutata in un vino inebriante. Non tutti la cercano, non tutti la tollerano,
Le parole di Biz sono dunque un cappello adatto a questa nuova riflessione sulla Gnosi.

Quella della Gnosi è una questione complessa. Essa rappresenta un approccio interiore al soprannaturale che ha condotto ad eresie arroganti, ma anche ad esiti altissimi nella mistica di ogni tempo. Infatti che altro è il mistico, quando raggiunge l’estasi, se non uno gnostico che ottiene la suprema conoscenza del mondo trascendente? La descrizione poetica più alta di questa gnosi è forse la Commedia di Dante. Anche il documento sul New Age, pubblicato nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Cultura, insieme con il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, pone in risalto la differenza fra l’atteggiamento gnostico negativo, che intende la conoscenza come frutto di un’attività solo umana, magari finalizzata alla magia,e quello cristiano che vede l’unione mistica con Dio come frutto di un’illuminazione. E’ Dio che si svela in chi raggiunge nel silenzio la propria anima e non viceversa. Ma questo è sempre stato chiaro nell’esoterismo cristiano: gli alchimisti ripetevano senza stancarsi che solo dall’alto, per grazia, dipendeva il successo della loro opera, che tendeva innanzitutto ad una trasmutazione spirituale della quale quella materiale era semplice strumento ed immagine. Questa seconda gnosi è la forma più alta di conoscenza, non intellettuale ma spirituale, simbolicamente detta del cuore.
La contraddizione fra i due rami della gnosi è già nel racconto biblico della Creazione.
“Poi il Signore piantò un giardino in Eden, ad oriente…e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male” (Gn.2,8-9)
“La donna rispose al serpente: Noi possiamo mangiare del frutto degli alberi del giardino, ma del frutto dell’albero che è nel mezzo del giardino Iddio ha detto: Non lo mangiate…Ma il serpente disse alla donna: No, voi non morrete, anzi Iddio sa che qualora ne mangiaste si aprirebbero gli occhi vostri e diventerete come Dio, acquistando la conoscenza del bene e del male” (Gn.3,2-5).
Siamo in presenza di una delle apparenti contraddizioni della Genesi. In un primo tempo si narra che il Signore pose al centro del giardino l’Albero della Vita; dell’albero della conoscenza non si dice dove fosse, ma solo che era nel giardino. Ma il dialogo fra Eva e il serpente dimostra che al centro del giardino stava l’albero della conoscenza, mentre di quello della vita non si parla più.
Sono dunque due gli alberi, quello della Vita e l’altro della Conoscenza, ma tutto il racconto fa capire con chiarezza che entrambi sono due aspetti di una medesima realtà. Vita e Conoscenza sono indissolubilmente legate e tali devono rimanere. Infrangere questa unità è riproporre il peccato originale con tutte le sue dirompenti conseguenze. Per spiegare meglio questo concetto, ripropongo un brano del mio “Desiderium Sapientiae” del 1996.
In antichi testi gnostici copti, gli alberi dell’Eden diventano cinque, come le vergini dei Vangeli. Ma il numero cinque è sempre stato associato all’uomo, come dimostrano anche le numerose raffigurazioni della figura umana inscritta nel sacro pentagramma, che già per i Pitagorici simboleggiò l’armonia dell’uomo con il cosmo. La pluralità degli alberi dell’Eden, sia nel racconto biblico che nei simboli gnostici, corrisponde dunque ai diversi stati che formano la coscienza, ai gradini attraverso i quali si ricrea la completezza primordiale dell’essere: in una parola a quell’unico albero cosmico simbolo della natura divina dell’uomo e dello stato di perfezione originale.
La Genesi narra il dramma ed il mistero della rottura dell’unità originaria fra uomo e Dio: cogliendo il frutto di un solo albero, cioè introducendo la diversità dove prima era l’unità, Adamo infranse la completezza della sua natura e separò la Terra dal Cielo, l’Uomo dal Creatore. I testi gnostici configurano questo evento ancestrale con il simbolismo della caduta sulla terra della Sapienza di Dio, che si separò così dalla integra totalità dello stato primordiale. Da allora Sophia, la Sapienza, decaduta nella materia, ricerca la sua origine ed il ricongiungimento con il suo principio. L’umanità è il corpo mistico di Sophia e brama di ritrovare la perfezione perduta, “lo gnostico è lo straniero per eccellenza, l’alieno gettato ad esistere in un cosmo che gli è estraneo, a vivere una vita che non gli appartiene perché radicata nell’apparenza” (Giovanni Filoramo).
Va rilevata un’analogia fondamentale con il racconto della Genesi: in entrambi i casi è la Conoscenza o Sapienza, ad allontanare l’umanità dall’Eden. Ma nella Gnosi la Sapienza è anche la strada per recuperare ciò che fu perduto: deve allora trattarsi di una Sapienza diversa, capace di produrre unità dove aveva introdotto dispersione.
La Gnosi appare come una disposizione ancestrale, come una costante nella storia delle religioni, da quelle perdute di Babilonia a quelle vitali di Israele, del Cristianesimo, dell’Islam, a volte conducendole per sentieri fuorvianti, più spesso infondendo in esse un’essenziale linfa di mistico ascetismo. Essa può definirsi la ricerca della Conoscenza che salva, conoscenza cioè della vera natura dell’uomo occultata nella materia, perché essa si ricongiunga nella pienezza dell’essere al principio vitale del quale è parte. Questa ricerca equivale a percorrere faticosamente i gradini della scala che ascende al Cielo, i vari stati della coscienza, alla fine dei quali sta la perfezione dell’unione con Dio. Salire la scala iniziatica significa far morire un po’ alla volta l’uomo di terra perché alla sommità esso si dissolva completamente e l’uomo di luce possa risplendere nella pienezza della sua totalità, libero da scorie e legami con ciò che ha lasciato. I testi gnostici descrivono il ricongiungimento dell’essere al suo principio con l’allegoria delle nozze mistiche fra l’uomo e la sua Immagine archetipa, simboleggiata ora dalla veste luminosa ora dalla perla:
“Subito vidi la veste
e mi parve che di me fosse lo specchio,
e tutto, intero in essa mi scorsi,
e grazie ad essa mi conobbi
e vidi me stesso; ché, in parti divisi
pur venendo da una forma sola
ora Uno eravamo di nuovo
in virtù di quell’unica forma”(Il Canto della perla- Acta Thomae).
Sono rintracciabili nella Gnosi due rami, che pure fra loro strettamente si intersecano influenzandosi a vicenda, tanto che spesso non sono chiaramente distinguibili. Essi traggono origine l’uno dalla linfa dell’Albero della Vita, l’altro da quello della Conoscenza; totalizzante il primo e capace di coinvolgere nell’unità anche l’altro, fonte di divisione il secondo, il cui esito finale è la manipolazione del Golem, la volontà di sostituirsi alla capacità creatrice di Dio anziché annullarsi nell’unione della rinascita mistica. Questa corrente fuorviante, scorgendo nel cuore dell’uomo un Io increato,una scintilla della mente stessa di Dio dispersa nel mondo, toglie a Dio l’iniziativa della salvezza, per riservarla a quei pochi fra gli uomini che, forse per predestinazione, avranno la capacità di ritrovare la Sapienza celata in se stessi. La scala iniziatica diventa allora percorribile da una scelta aristocrazia spirituale di perfetti, i soli chiamati ad elevarsi al di sopra della materia decaduta:”…quelli che possiedono il nous …sanno e sono salvati senza sforzi, per natura e qualunque cosa facciano: sono certi della loro salvezza e al tempo stesso possiedono la conoscenza assoluta” (Henry Charles Puech).
Questo albero della Gnosi ha dato vita a fertili polloni, ricorrenti con sempre nuova vitalità nel corso della storia, costituiti da comunità iniziatiche che considerano se stesse l’avanguardia di un’umanità derelitta e spesso insalvabile. Esso non è altro che il perenne riproporsi del gesto mitico di Adamo che colse il frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, privandosi così del diritto di mangiare anche quello dell’Albero della Vita. All’Albero Eva fu guidata dal Serpente, che è rimasto attraverso le ere dell’uomo simbolo ambivalente della conoscenza iniziatica.
Dall’altra parte esiste un ramo vitale della Gnosi che, attingendo all’Albero della Vita, può a buon diritto nutrirsi anche di quello della Conoscenza; solo così la Conoscenza può acquistare il significato biblico di unione totale fra due realtà, cioè di Amore che salva. Il riconoscimento della propria immagine luminosa, della Sapienza che come compagna silenziosa dimora nel profondo dell’anima, è allora guidato dall’Amore divino (Eros, Cupido) e conduce alla morte ed alla rinascita mistiche. Il ruolo trainante di Amore sembra essere l’elemento distinguente di questo secondo ramo, che ha dato e continua a dare profondità e ricchezza alle religioni della terra, attraverso quel misticismo che è la strada per ricongiungere l’uomo a se stesso ed a Dio. E’ significativo che l’antica dottrina rabbinica, nella quale affondò salde radici il Cristianesimo, identificasse la Sapienza di Dio con l’Albero della Vita e non con quello della Conoscenza.

Dal Praeceptor

June 10th, 2008

Ringraziando Alex e Franco, pongo alla lettura il testo ricevuto da Franco Zappi che è stato inserito anche nel blog di Luigi Codemo.

Caro Alex,
ti ringrazio per avermi inviato il 7 giugno alcuni stimolanti estratti del Blog dell’amico Renzo Manetti imperniati sull’annosa diatriba su gnosi, esoterismo, iniziazione…

Come già sottolineavamo nel 1992 con P. Goffredo è impossibile capirci senza un comune linguaggio alla cui scomparsa (o almeno alla cui degenerazione) ha forse contribuito anche l’abolizione da parte della Chiesa del linguaggio della Liturgia e del Mistero per sostituirlo col linguaggio dell’omelia o della liturgia della parola. Da quando la battaglia della “lingua universale” è stata persa, non ci resta ormai che continuare a cantare con Mina e Alberto Lupo: Parole, parole, parole, …

Se per esoterismo s’intende magia, occultismo, individualismo elitario intellettuale, patrimonio riservato a pochi “perfecti” riconosciuti con pseudo iniziazioni, titolari di una gnosi di superiori insegnamenti occulti, …. nasce un tipo di giudizio.

SeUltimos anos la ruleta se convirtio en la etiqueta del jugar casino gratis y cuando hablamos por el casino la primer cosa por que pensamos es la ruleta. invece, “cristianamente”, per esoterismo s’intende l’assimilazione silenziosa, mistica, critica e prudente di vari segmenti (per noi significanti) che ritroviamo nelle vie sapienziali con cui la Provvidenza intende arricchirci (non sono venuto a chiamare i giusti (quelli che si considerano “perfecti”), ma i peccatori (i “piccoli” di pregiudizi) Mt 9, 13)… facendo nostri i Sacramenti dell’iniziazione cristiana che la gnosi gerarchica ci trasmette assieme all’ascolto della gnosi della realtà effettuale dei “piccoli” …. il giudizio sarà totalmente diverso.

Avendo verificato, oltre ai vostri, anche l’acume e l’evidente buona fede di tutti gli interventi (mezzaBarba, SorannaroS, Luigi Codemo e Puddu) mi sembra di assistere all’antica, iniziale babele delle nostre riunioni in occasione di ogni nuova conoscenza, prima che ci si accorgesse che lo Spirito ci aveva congregato per diversitatem linguarum cunctarum,….. in unitate Fidei. [Questa antica antifona a pag. 1837 del mio Liber Usualis però dimostra che forse non è mai esistito, neanche nel medioevo cristiano, un linguaggio comune! Penso anche agli scismi e alle rispettive scomuniche … ma spesso dipendeva anche allora da difficoltà di traduzione, di comunicazione…??]

Che dirti? Trovo giustificati quasi tutti gli et-et che sono emersi anche se ne condivido pochi. Non perché li “giudichi” sbagliati ma semplicemente perché, come sai, non rientrano ancora nelle mie capacità d’interesse.

La via simbolica

Per quanto riguarda la Via dei Simboli, ho sempre avuto delle perplessità sulla volontà di “interpretarli” perché se perdono la propria anarchia significante (la loro polivalenza di singola fiammella pentecostale di luce, sale e lievito) si riducono a semplici “segni” uni-formanti che rinviano e confermano il potere di cose già note… e allora scattano le intolleranze e le “multe” come coi “segni” stradali! Il mio interesse è ancora solo emozionale in quanto m’intriga talora la dimensione estetica e sempre la dimensione della “memoria” d’amicizie di veri cultori di questa “via iniziatica”. Ripenso a don Pericoli di fronte al Portale di San Fortunato a Todi, a P. Goffredo e ai suoi studi sulla luce e sulle dimensioni della Gerusalemme Celeste nelle Abbazie cistercensi, per finire a Renzo in cui ho riscontrato lo stesso dono fin dal suo Desiderium Sapientiae.

A te e a me (che eravamo gli unici confratelli templari presenti alle esequie di P.Goffredo all’Abbazia di Casamari durante la struggente Liturgia Defunctorum cantata dai numerosi cistercensi presenti), la dignità di questa Via sapienziale, fu ribadita dall’Abate Generale Mauro che concluse la sua omelia sottolineando come P.Goffredo , suo coetaneo ed amico, abbia svolto il “mestiere” del monaco (che consiste nella “ricerca di Dio”) rimanendo sempre fedele al monito di Luca 19,40: se i miei discepoli taceranno, grideranno le pietre!

Tutto ciò che è exoterico ha anche una dimensione esoterica
Condivido poi anche in parte i timori di SorannaroS che, come ha notato qualcuno, esprime la nostalgia al ritorno uterino col palindromo scelto. Anch’io in fondo rimpiango i bei tempi in cui bastava obbedire ai “precetti” della Chiesa e attenersi ai “doveri del proprio stato”, in cui vigeva il rassicurante e meno impegnativo Roma locuta e la libertà di pensiero era considerata deliramentum (sic!…???).

Non saprei dire con precisione quando tutto questo ha cessato d’essere necessario e sufficiente. So che sempre più spesso anche all’interno della nostra Congregazione templare cistercense (che voleva riproporre all’interno della Chiesa i principi sostenuti da San Bernardo), siamo stati costretti a nutrire la nostra fede bambina con cibo da adulti; a dover essere pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi secondo la I° Lettera di Pietro (3, 15).

Questo da un parte (per la nostra ignoranza o per la debolezza mediatica della nostra cultura) ci ha lasciati impreparati di fronte ad offensive di vari tipi, dall’altra ci ha coinvolto in svariate e spericolate letture di cui si è riempito il supermercato del sacro negli ultimi anni. Amo ripetere che non credo perché è dogma ma che è dogma perché lo credo in unione con 2000 anni di cervelloni che hanno arricchito il Corpo Mistico. Spesso parlando con chi si è nutrito di queste svariate e spericolate letture ho l’impressione che cerchino di districarsi tra dogmi molti più numerosi e contorti dei miei.

Senza rimpiangere gli imprimatur di un tempo e il nihil obstat censorio, è indubbio che siamo rimasti nudi coi nostri dubbi e che da più parti si avverte il bisogno di veri apologisti, di maestri di spirito con cui confrontarci per non rinchiuderci né in rigidi integralismi di ritorno né in precarie ricerche di junk (spazzatura genetica) o di discorsi vacui: haques ledivrê- ruah (c’è fine a discorsi d’aria? Gb 16,3).

Anche perché nessuna via (simbolica, cognitiva, di grazia, iniziatico-origianaria, antropologica, ecc.) ci può garantire sicurezze, nemmeno il ritorno alla casa del Padre, alla via ordinaria della dottrina exoterica cattolica che se da una parte ci risulta meno devastante e compensa la nostra insufficienza culturale in tanti confronti, dall’altra non può garantirci nessuna tranquillità. Anche se la Croce e l’Eucaristia sono culti pubblici e sono la confutazione d’ogni sapere iniziatico, se sono realtà che squarciano il velo del Tempio (e con la Resurrezione anche il velo del tempo), resta comunque un problema assolutamente esoterico se il Sangue e la Croce che abbiamo accettato exotericamente ci varranno esotericamente come salvezza o condanna.

Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli? (Ap 5,2)

I Vangeli e il Magistero della Chiesa da sempre ci ricordano le diverse dimensioni dell’essere e considerano dia-bolica la ’separazione’ tra le varie componenti, il privilegiarne alcune a scapito di altre. E’ questa ‘disarmonia’ che viene definita ‘peccato’. Una cosa per me è certa: non ci è permesso di essere pigri durante questo tipo di vita che ci è stato donato con la scadenza ad orologeria. Dobbiamo vegliare e pregare col Cristo con il duplice impegno di:

1- fare fruttare i talenti (= i carismi) che è aspirazione-dovere esistenziale d’ogni uomo etsi Deus non daretur come ci ricorda Dante (INF. Canto XXVI 119-20, 124-25):

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza

per cui

.. volta nostra poppa nel mattino,

dei remi facemmo ali al folle volo.

2- con la consapevolezza del ‘limite’ che a un certo punto ci impone l’affidamento alla Grazia.

State contenti, umana gente, al quia;
ché se possuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria. (PURG. Canto III, 37-39)

Contare solo su 1- (sui talenti ) è ‘presunzione’; contare solo sul 2- (sull’affidamento alla Grazia ) è ‘tentare lo Spirito’.

Gesù che ci ha voluti amici e non schiavi, che ci ha lasciato lo Spirito, che si è dichiarato unico nostro Maestro e Sacerdote, non vuole una sequela di cieca ‘obbedienza’. In fondo l’obbedienza è il frutto di una disciplina che nasce da una formazione che comincia dai Sacramenti dell’iniziazione cristiana per continuare in una inesausta Cerca iniziatica attorno alla Parola che non è un idolo imbalsamato per sempre ma che invece è sempre scritta a 2 mani (parola di Dio e parola dell’uomo che lo interpreta). Già ai suoi tempi, San Gregorio Magno, conscio che una cosa ha detto l’Eterno, due ne abbiamo sentite (Salmo 61,12), aveva constatato, con lucida intuizione, che la scriptura crescit cum legente. L’obbligo di sfruttare i talenti richiede quindi un “personale” sforzo gnostico, nella speranza di congregare validi amici e maestri sul nostro Camino con cui stabilire prudenti confronti esoterici all’interno della ‘pratica’ exoterica della religione in cui siamo stati iniziati: ortodossia da coniugare all’ortoprassi. Troppo volte infatti ho riscontrato che l’esoterismo diviene alibi per giustificare comportamenti morali da cui emerge che diabuli virtus in lumbis est come diceva Al Pacino ne L’avvocato del diavolo.

Gnosi cristiana e carismi.

June 5th, 2008

I commenti di Alex, templare fiorentino, ai post “Presentazione” ed “Esoterismo cristiano” di questo blog, sono di grande interesse ed aprono un dibattito che si è contemporaneamente sviluppato anche sul sito cattolico dell’amico Luigi Codemo, clicca qui per seguirlo.

Il tema potrebbe essere così sintetizzato: è possibile una moderna gnosi cristiana? Ricordando padre Giovanni Vannucci, Alex dice di si ed indica la strada di una ricerca sapienziale che sconfina nella mistica dell’incontro interiore con Dio. Sul blog di Codemo i no prevalgono, accomunati dalla volontà di esorcizzare ogni tentazione esoterica, ritenuta velenosa e fuorviante. Lo gnostico è visto come colui che ritiene di essere portatore di un sapere superiore, che considera la propria anima privilegiata rispetto alle altre.
Nelle eresie gnostiche era indubbiamente così. Ma davvero ogni gnosi pone questa discriminazione?
La prima lettera di Paolo ai Corinzi è a mio parere un testo fondamentale da meditare per comprendere il senso di una vera gnosi cristiana. Paolo sembra condannare la ricerca della sapienza: “Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il sottile ragionatore di questo secolo? Non ha forse Iddio resa stolta la sapienza del mondo? (1,20); “Mentre i Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e follia per i gentili” (1,22).
Paolo si rivolge ad una comunità composta soprattutto di persone semplici, che non comprendono il sottile investigare dei filosofi e ne hanno forse paura: “In mezzo a voi non ci sono molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili. Ma Iddio ha scelto le cose stolte del mondo per confondere i sapienti…affinché nessun uomo possa vantarsi davanti a Dio” (1, 26-29).
“Nessuno possa vantarsi…”: ecco la chiave di lettura dell’epistola. Paolo non condanna la ricerca della sapienza, ma quella di un sapere erudito che conduce alla vanità ed alla “ubris”, alla pretesa di alcuni di comprendere il mistero con la sola forza della ragione e di ergersi al di sopra di Dio e dei propri simili.
Ecco infatti poco dopo l’apostolo sorprenderci con un elogio della sapienza che pare contraddire l’assunto iniziale: “Noi certo parliamo di sapienza tra i perfetti, ma non di sapienza di questo secolo, né dei dominatori di questo secolo, ridotti impotenti, ma parliamo di sapienza di Dio in mistero, quella rimasta nascosta e che Iddio aveva già determinata prima dei secoli per gloria nostra”(2,6-7). Per Paolo fondamenti di questa sapienza sono il Cristo ed il mistero insondabile di un Dio inchiodato con triplice benedizione nella materia oscura, per sbarrarne i sentieri del male.
Con la parola “perfetti” Paolo usa un termine gnostico, che fu ripreso anche nell’eresia catara medievale, quasi ad indicare l’esistenza di una conoscenza che non può essere accessibile a tutti. Con questo significato limitativo, il passo di Paolo è stato interpretato attraverso i secoli da chi seguiva vie esoteriche, fino al nostro Rinascimento ed a Pico della Mirandola, il quale ripeteva che i misteri più sacri non possono e non devono essere divulgati a tutti. Egli, riprendendo una tradizione già di Origene, ammoniva che sul monte Tabor Gesù aveva condotto solo tre dei suoi discepoli, ingiungendo loro di non raccontare niente agli altri. Per Pico e per il Rinascimento, come già per il Medio Evo di Dante, la necessità di una segretezza iniziatica non era dovuta ad una volontà discriminatoria nei confronti di alcuni, ma al riconoscimento che non tutti aspirano ad abbeverarsi alla stessa fonte. Del resto Gesù amava forse Pietro Giacomo e Giovanni più degli altri discepoli?
Anche il seguito della prima lettera ai Corinzi sembra confermare il monito di Pico: Paolo continua infatti ad utilizzare una terminologia che sarà fatta propria dagli gnostici, introducendo una distinzione fra l’uomo psichico (guidato cioè solo dalla ragione e dalla sensazione corporea) e l’uomo pneumatico (guidato dallo Spirito e dall’intelletto): “Chi fra gli uomini conosce l’intimo dell’uomo se non lo spirito che è in lui? Così anche le cose di Dio nessuno le conosce se non lo Spirito di Dio” (2,10); “ma l’uomo psichico (in quanto solo essere animato) non accetta le cose dello Spirito di Dio, sono infatti per lui una follia, e non le può comprendere, perché spiritualmente vanno giudicate. L’uomo pneumatico (spirituale) invece giudica tutto e non è giudicato da nessuno” (2,14-15).
La gnosi cristiana si fonda dunque sulle parole di Paolo. Le eresie gnostiche ne distorsero il senso, introducendo una complicata visione mitica del cosmo con la quale occultare la pretesa conoscenza dei misteri della vita divina. I miti gnostici sono infatti volutamente involuti e complessi per escludere dalla loro comprensione i non iniziati. Ma fondandosi sulle parole di Paolo è possibile indirizzarsi ancora oggi verso una gnosi che sia realmente cristiana? Verso una ricerca cioè che non pretenda di individuare una casta di sapienti, di perfetti, depositari di una conoscenza superiore, ma si ponga a servizio dell’intera Ecclesia?
Riflettiamo allora come la gnosi paolina acquisti il suo significato più profondo nel capitolo 12, dove l’apostolo elenca i carismi, i doni particolari che lo Spirito dispensa nella comunità, per l’accrescimento della fede di tutti: “La manifestazione dello Spirito è data a ciascuno per l’utilità comune.Infatti dallo Spirito è dato ad uno il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza, però secondo il medesimo Spirito; ad uno la fede, nel medesimo Spirito; ad un altro carisma di guarigioni, nell’unico Spirito; ad uno il dono di operare miracoli; ad un altro la profezia; ad uno il discernimento degli spiriti, ad un altro la diversità delle lingue, e ad un altro l’interpretazione delle lingue. Ora tutte queste cose le compie un solo e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno in particolare come vuole” (12,7-11).
Oggi nelle chiese molti hanno paura dei doni dello Spirito: temono chi opera miracoli (ricordate quante sofferenze furono inflitte a San Pio da Pietrelcina?), chi opera guarigioni (quanta diffidenza nei confronti dei carismatici), chi parla la lingua della sapienza e dei simboli, che è quella stessa delle creature del cielo. E’ ben vero che dilaga nella nostra società, ormai laica e neo pagana, una gran voglia di mistero, che si traduce in un esoterismo frivolo e cialtrone, dissacratore delle verità sapienziali. Ma non è questo un motivo valido per fare di ogni erba un fascio. I cristiani non devono diffidare di quanti seguono una via sapienziale, perché è lo stesso Paolo ad indicare come riconoscere ciò che è dettato dallo Spirito, il modo giusto di discernere il vero dal falso, il medicamento dal veleno: “Nessuno parlando sotto l’influsso dello Spirito di Dio dice: maledetto è Gesù; e nessuno può dire: Signore è Gesù, se non per lo Spirito Santo” (12,3). Ecco dunque il criterio del discernimento spirituale che consente di riconoscere ed accogliere i doni ed i carismi che lo Spirito riversa per l’utilità dell’intera Ecclesia.
Così, tornando ai commenti del blog di Codemo, ad una persona che si firma Sorannaros (sor: una suora?) ho risposto:
“La ricerca sui simboli non è una strada privilegiata, la mistica non è superiore alla pratica. C’è più gioia e vicinanza a Dio nella contemplazione di un fiore che in mille speculazioni intellettuali. L’erudizione non è sapienza, non è saggezza,induce alla superbia ed allontana da Dio. Ma i simboli sono parte della nostra cultura e della nostra tradizione religiosa; parlano una lingua universale che abbiamo spesso dimenticato e che va riscoperta e reimparata. Perché a mio parere i simboli sono il linguaggio dello Spirito, la lingua delle creature alate che parlava San Francesco. Chi cerca di apprendere questa lingua non va disprezzato, perché “c’è bensì diversità di carismi, ma…la manifestazione dello Spirito è data a ciascuno per l’utilità comune” (1 Cor. 12,4,7). C’è chi ha il dono delle lingue, chi della profezia, chi della scienza, chi della sapienza, chi di operar miracoli, chi di guarigioni, ma “tutte queste cose le compie un solo e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole” (ivi 12,11).
Io non ho molti doni, ma lo Spirito mi invita ad esplorare ed interpretare la lingua dei simboli. Se per qualcuno questo è cibo indigesto non per questo disprezzi coloro che invece se ne cibano o sono curiosi di assaggiarlo”.

Presentazione (2)

June 5th, 2008

Sabato 7 alle 15.30 sarò a Milano in piazza Missori presso la Libreria Ecumenica Esoterica per una presentazione del libro “Il segreto di San Miniato”. Mi propongo di svolgere una breve conferenza sulla geometria sacra ed i simboli della basilica di San Miniato al Monte di Firenze, che hanno dato origine e motivo a questo libro. Mi porterò dietro proiettore ed immagini.

Ancora sulla benzina

June 3rd, 2008

Ricevo da un amico questa riflessione, che integra quanto avevo scritto qualche tempo fa del cartello evidente che c’è fra i petrolieri, tollerato ipocritamente dallo stato. La condivido dunque raccogliendo il suo appello.

“1 minuto di pausa: fermiamoci a riflettere.

Nel 2000
1 $ = 1.2 €
1 barile di petrolio = 60$
e quindi 1 barile = 72 €

Oggi
1 $ = 0.62 €
1 barile circa 115$
e quindi 1 barile = 71,3 Eur

La domanda è:
Se in Europa il barile costa uguale rispetto al 2000,
perchè la benzina è aumentata così enormemente?
La crisi del petrolio non sembra cosi drammatica per chi vende la benzina e lo stato che incassa le tasse, nè per l’Enel che aumenta le bollette, .. ecc …
Mi sembra una bella presa in giro … …

Però la situazione non è cosi terribile: pensate a quando il dollaro si riprenderà!
Non abbiamo finito di pagare…..

Per cortesia, questo messaggio deve essere letto dal piu’ grande numero di persone possibile:
- magari finirà per arrivare fino ad uno dei cervelloni che ci governano e qualcuno ci potrà spiegare perchè paghiamo sempre più caro un bene che costa sempre uguale
- magari ci inca………. tutti nella consapevolezza diffusa che ci stanno pigliando in giro (come sempre) ……..”